Uno sguardo sulla geopolitica mondiale che qui in Italia interessa poco presi come siamo dalla nascita del nuovo partito del generale Vannacci ci permettiamo, in controtendenza informativa, di aprire una finestra sul mondo a quei pochi che se ne vorranno servire.
Gli Stati Uniti con Trump hanno iniziato a rimettere in piedi rivedendola ed aggiornandola la dottrina Monroe del 1823 sull’intero continente americano. La cosa può piacere o non piacere, noi, come sempre, ci permettiamo solo di esporre fatti e documenti.
Il petrolio è diventato, in questa fase, lo strumento privilegiato degli USA per mettere pressione a leader politici del continente americano considerati ostili ai loro interessi. L’obiettivo è quello di riorientare gli equilibri nell’intera regione a vantaggio degli interessi americani in quanto la Cina si era conquistata spazi di notevoli interessi. Il petrolio che fa sempre gola e sempre serve è stato l’elemento centrale per combattere l’ingombrante e sgradita presenza di Pechino. Sempre il petrolio è il filo che ha tenuto insieme l’interesse iniziale di Trump per il Venezuela e per Cuba.
Con una mossa a sorpresa Nicolás Maduro, l’ex Presidente del Venezuela è stato catturato ed è stato sostituito dalla sua vice Delcy Rodríguez che, al di là delle ferme parole di circostanza, ha accettato e sta modificando la politica energetica di quel Paese da cui la Cina traeva grandi quantità di greggio. Infatti, Pechino con Maduro ne acquistava circa 600.000 barili al giorno pari al 68% dell’intera produzione di Caracas.
Pochi giorni fa Donald Trump ha annunciato che, dopo una telefonata con il primo ministro indiano Narendra Modi, gli Stati Uniti si sono accordati per un ampio accordo commerciale che riguarda l’acquisto, da parte di Nuova Delhi, di “energia, tecnologia, prodotti agricoli e altri prodotti statunitensi per un valore di oltre 500 miliardi di dollari “, si legge sul sito dell’agenzia britannica Reuters. A cui Modi ha aggiunto una perla di diplomazia “ha ricordato che l’India non acquistò petrolio dal Venezuela quando su Caracas gravavano sanzioni statunitensi; ora che sono state revocate, New Delhi è disposta a riprendere quegli approvvigionamenti.” (Sic!)
Oggi Cuba vive una crisi economica e sociale profonda, caratterizzata da una permanente carenza di cibo, medicine, carburante ed elettricità che provocano continui e prolungati blackout. Se a ciò si aggiungono le antiche e mai ridotte sanzioni USA la situazione è diventata ormai gravissima. Tutti questi fenomeni hanno comportato un’altissima inflazione, salari molto bassi, sanità in totale sofferenza con un conseguente aumento di criminalità e dissenso sociale, con proteste e forte desiderio di cambiamento, nonostante la fortissima repressione. A riguardo di Cuba va ricordato che il maggior punto di frizione si verificò con la crisi dell’Ambasciata statunitense a L’Avana iniziata ufficialmente durante l’ultima fase di aperture da parte di Obama. Infatti, un certo numero di diplomatici statunitensi soffrì di strani e particolari malesseri come la perdita di conoscenza, vuoti temporanei di memoria, nausea e vomito, che il Dipartimento di Stato qualificò come generici “health attacks”, alimentando l’ipotesi dell’uso di armi non convenzionali, come quelle a ultrasuoni.
La Corte Suprema di Panama, pochi giorni fa, ha definito incostituzionale il contratto grazie a cui la società di Hong Kong, la CK Hutchison gestisce i due porti di Balboa e Cristóbal, che si trovano ai due ingressi del canale di Panama. La decisione è importante perché annulla il contratto e potrebbe quindi portare a una revisione delle concessioni per lo sfruttamento del canale, che il presidente statunitense Donald Trump vorrebbe riportare sotto il controllo statunitense. Per chi non lo sapesse la CK Hutchison è un importante e influente conglomerato di aziende, gestito dalla famiglia dell’imprenditore Li Ka Shing, uno degli uomini più ricchi di Hong Kong. Questo gruppo ha gestito il canale di Panama dal 1997 e nel 2021 ed aveva ottenuto l’estensione della concessione per altri 25 anni dal governo panamense, che lo possiede. Anche per via delle forti pressioni statunitensi, a marzo aveva accettato di vendere una quota del 90 per cento della società che gestisce i porti del canale a un consorzio di aziende, guidato dal fondo di investimento statunitense BlackRock. L’accordo, che era sostenuto anche da Trump, si era però poi arenato per l’intervento del governo cinese, che chiedeva che fosse la compagnia statale di spedizioni Cosco a guidare il consorzio di aziende.
Per concludere, per ora, Gustavo Francisco Petro Urrego, presidente della Colombia ha incontrato Trump il pomeriggio del 3 febbraio certamente non per salutarsi.







