Capire che cosa accade davvero oggi ai vertici del potere cinese è una delle imprese più difficili della politica contemporanea. Non perché manchino analisti, satelliti, servizi d’intelligence o fonti giornalistiche di prim’ordine, ma perché la Cina è strutturalmente opaca.
L’opacità non è un difetto del sistema: è una sua funzione essenziale. È parte integrante del modo in cui il potere si legittima, si protegge e si perpetua.Il caso dell’epurazione di due generali di primissimo piano uomini collocati subito sotto Xi Jinping nella gerarchia militare e politica è emblematico.
I fatti, nella loro nudità,sono pochi e ripetuti come un mantra: il 24 gennaio Pechino annuncia la rimozione di Zhang Youxia e Liu Zhengli. La motivazione ufficiale è la corruzione.Poco dopo,il Wall Street Journal rilancia un’accusa ancora più grave:Zhang avrebbe venduto segreti nucleari agli Stati Uniti. Fonti attendibili, si dice.Ma nessuna prova pubblica, nessun processo trasparente, nessuna ricostruzione verificabile.Solo decisioni irrevocabili comunicate dall’alto.
La verità, ed è qui il punto cruciale, è che nessuno, nemmeno gli osservatori più esperti dell’intelligence americana, come ammette il New York Times sa davvero che cosa sia accaduto.Non sappiamo se i generali fossero realmente corrotti, se abbiano tradito, se abbiano complottato, se abbiano semplicemente fallito, o se abbiano osato manifestare un dissenso.
Le ipotesi si accumulano, ma nessuna diventa certezza. È uno Shakespeare d’Oriente senza copione accessibile, dove gli atti si susseguono senza che il pubblico possa leggere le battute.Questa incomprensibilità non è casuale. Affonda le sue radici nella storia profonda della Cina.
Per secoli, le dinastie hanno considerato il potere come un fatto sacro, quasi cosmico, garantito dal Mandato del Cielo. Svelarne i meccanismi, renderli leggibili ai sudditi, significava indebolirne l’aura e mettere in discussione il diritto stesso a governare.
Il segreto, quindi, non era solo prudenza: era legittimazione. Il silenzio era una tecnologia del potere. Oggi la Cina non è più un impero dinastico, ma molti dei suoi riflessi sono rimasti. Il Partito comunista ha sostituito l’imperatore, ma non ha rinunciato all’idea che il comando debba restare insondabile.
La politica esiste, ed è durissima, ma si svolge dietro una “cortina di bambù”: flessibile, naturale, apparentemente innocua, ma impenetrabile.Tutti sanno tutto, come in ogni sistema di potere. La differenza è che nessuno può dirlo.
In questo contesto, l’epurazione dei generali va letta meno come un fatto giudiziario e più come un atto politico totale.La corruzione, in Cina, è spesso una categoria elastica, uno strumento. Può essere vera, ma può anche essere il linguaggio con cui si elimina un avversario, si punisce una deviazione, si ristabilisce una gerarchia.
Non è necessario che ci sia un complotto per giustificare una purga: basta una perdita di fiducia, un’ombra di autonomia, una distanza eccessiva dal centro. L’ipotesi che Xi Jinping sia mosso da paranoia è, in fondo, una semplificazione occidentale. Non serve immaginare un leader irrazionale per spiegare ciò che accade.Più plausibile è pensare a un uomo che concentra su di sé un potere enorme e che, proprio per questo, non può permettersi zone grigie.
In un sistema personalizzato come quello costruito da Xi, la lealtà non è una qualità astratta:è una condizione permanente da dimostrare. E chi occupa posizioni cruciali soprattutto nell’apparato militare, cuore vero del potere cinese, non può permettersi ambiguità. C’è poi un elemento strategico che non può essere ignorato.
La Cina oggi è una potenza globale:economica, militare, tecnologica, politica. Le sue decisioni non riguardano solo il proprio equilibrio interno, ma l’ordine mondiale. La questione di Taiwan, la competizione con gli Stati Uniti, il controllo del Mar Cinese Meridionale, la modernizzazione delle forze armate: tutto passa da una catena di comando che Xi vuole assolutamente compatta, obbediente, allineata.
Se dei generali non sono all’altezza dei compiti assegnati, o se esprimono dubbi su strategie cruciali, questo può essere considerato un rischio inaccettabile.I
n Occidente siamo abituati a leggere le crisi di potere attraverso il prisma della trasparenza: scandali, dimissioni, processi, fughe di notizie. A Washington, come si dice, tutti sanno tutto. A Pechino accade qualcosa di paradossale: tutti sanno, ma nessuno può parlare.Il silenzio non è mancanza di informazione,è disciplina. È il prezzo da pagare per restare dentro il sistema.
Il significato più profondo di questa vicenda, allora,non sta tanto nel destino dei singoli generali, quanto nel messaggio che Xi Jinping manda all’interno e all’esterno. All’interno: il potere è uno, indivisibile, e non ammette centri autonomi. All’esterno: la Cina non è leggibile con le categorie occidentali, e chi prova a interpretarla come una democrazia opaca o come una dittatura tradizionale rischia di fraintenderla.
Capire la Cina è difficile perché la Cina non vuole essere capita fino in fondo.La sua forza, oggi, sta anche in questa ambiguità. In un mondo che chiede spiegazioni continue, Pechino esercita il potere attraverso il non detto. Ed è forse questa la lezione più inquietante: in un sistema dove tutto è potere, anche il silenzio governa.







