testata3

GEOPOLITICA

Contraddizioni dell'UE in Africa e proposte realistiche dei Brics

Contraddizioni dell'UE in Africa e proposte realistiche dei Brics

GIANCARLO ELIA VALORI

Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France  Honorary Professor at the Peking University

Le contraddizioni dell’Unione Europea in Africa, e le proposte fattive e realistiche dei BRICS.

La marginalizzazione dell’Unione Europea e dei Paesi europei in Africa ha cause recenti. In questo Cntinente ricco di risorse e in piena crescita demografica, le grandi potenze si contendono le opportunità di cooperazione più vantaggiose.

Le relazioni tra l’UE ed alcuni Paesi dell’Africa mediterranea e, di conseguenza, i Paesi del Maghreb e dell’Africa subsahariana (regione del Sahel) rivelano complessi cambiamenti geopolitici e diplomatici. Quali sono le cause profonde della frattura tra l’UE e alcuni Paesi africani? Quali errori ha commesso l’UE? Quale impatto hanno avuto questi errori sulle loro interazioni? Nel mondo odierno, in rapida evoluzione e attraversato da crisi, quali aggiustamenti geopolitici e diplomatici sono necessari per superare queste fratture e rivitalizzare la cooperazione?

A detta di Omar al-Bah – professore presso il Centro di Parigi per la diplomazia e gli studi strategici, e consigliere delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana – i tre principali errori commessi dall’UE in Africa e il loro impatto sulle relazioni diplomatiche e strategiche bilaterali sono: l’intervento della NATO in Libia sostenuto dall’UE; l’ambiguità dell’UE sulla questione del Sahara; e i doppi standard dell’UE; e la questione relativa alle tradizioni africane che gli Occidentali vorrebbero cancellare in nome di una “modernizzazione” della moralità.

I bombardamenti della NATO sulla Libia hanno superato l’ambito dell’autorizzazione della Risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (17 marzo 2011). Tale risoluzione prevedeva solo una no-fly zone e non autorizzava l’uso della forza contro la Libia. Tuttavia, i Paesi occidentali hanno utilizzato questa autorizzazione per affermare all’opinione pubblica internazionale che la NATO aveva il mandato ONU di rovesciare il regime libico, colpire Gheddafi e distruggere la Libia. Tutto ciò sembrava essere a sostegno dei ribelli “pro-democrazia” che sostenevano una Libia “moderna e progressista”. Tuttavia, dal 2011, la Libia è afflitta da una guerra civile e non ha una guida governativa unitaria e universalmente accettata. Nel 2020, la Libia rimaneva divisa in tre distinte regioni ostili l’un l’altra.

Questa divisione tripartita indica che ci sono tre governi: a) governo di nnità nazionale a Tripoli: guidato dal primo ministro Abdul Hamid Dbeibah: controlla la capitale e l’ovest del Paese, sostenuto dalla comunità internazionale e dalla Turchia; b) governo di Bengasi/Est: diretto dal primo ministro Osama Hammad, supportato dal parlamento (Camera dei Rappresentanti) con sede a Tobruch e controllato dal gen. Khalifa Haftar e dal suo Esercito Nazionale Libico; c) Alto Consiglio di Stato: un organo consultivo con sede a Tripoli che, sebbene non sia un governo esecutivo indipendente, svolge un ruolo cruciale nelle negoziazioni politiche e si contrappone al parlamento di Tobruch. Oltre al fatto che ci sono zone grigie dominate da milizie armate: forze con intrinseche caratteristiche terroristiche che propugnano uno Stato teocratico in Libia.

Tale situazione mina gravemente il processo di ricostruzione nazionale, interrompe un dialogo nazionale inclusivo e sostenibile, ostacola lo svolgimento di elezioni regolari e impedisce le riforme strutturali volte a promuovere una ripresa di alta qualità dalla crisi e a raggiungere la rivitalizzazione nazionale postbellica.

L’errore che ne è derivato risiede nel fatto che i Paesi occidentali hanno scelto una strada interventista ideologicamente motivata e apparentemente benevola: l’uso della forza contro uno Stato sovrano nel contesto della “primavera araba”, ignorando le riserve sollevate dall’Unione Africana. L’UA aveva chiaramente sostenuto una risoluzione pacifica della crisi attraverso meccanismi di mediazione guidati dall’Africa.

L’incapacità dell’Occidente e dell’UE di proporre una chiara soluzione postbellica ha costituito un errore fondamentale, che va oltre la mera violazione degli articoli 2(3) e 4 della Carta delle Nazioni Unite. La maggior parte delle voci a sostegno dell’intervento invocava la cosiddetta “responsabilità di proteggere”, considerandola uno strumento per minare sia la sovranità della Libia che il principio di non ingerenza negli affari interni.

In effetti, sia a livello macroeconomico che microeconomico, la situazione della Libia sotto Gheddafi era di gran lunga migliore di quella attuale. D’altro canto, il Consiglio Nazionale di Transizione, salito al potere dopo la Guida Suprema, non è mai riuscito a chiarire la destinazione finale dei beni finanziari libici congelati e confiscati a livello globale. Si stima che questi beni, principalmente localizzati negli Stati Uniti d’America e nell’UE, ammontino a un valore compreso tra 100 e 160 miliardi di dollari.

Il crollo della Libia ha avuto un impatto negativo anche sul processo di integrazione monetaria panafricana promosso dall’UA, ha ostacolato significativamente il lancio di una moneta unica africana (l’Eco per la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale) che è stato posticipato al 2027 a causa di ostacoli economici e politici. Mentre alcune iniziative collegano l’integrazione monetaria a lungo termine all’Agenda 2063 dell’UA, la data del 2027 rimane l’obiettivo attuale per l’Africa occidentale.

Di fatto, l’UA inizialmente ha fatto molto affidamento sul consistente sostegno finanziario della Libia per avviare il processo di unificazione monetaria nel quadro dell’Area di Libero Scambio Continentale Africana (AfCFTA, African Continental Free Trade Area). L’AfCFTA è il più grande accordo di libero scambio al mondo per numero di Paesi coinvolti, attivo dal 1° gennaio 2021. Promosso dall’UA, mira a creare un mercato unico per 54 Stati (tranne l’Eritrea), eliminando il 90% dei dazi doganali per incrementare il commercio intra-africano, industrializzare il Continente e facilitare la circolazione di merci e servizi. Ciò in linea con la teoria dell’economista canadese Robert Mundell sulle aree valutarie ottimali e il loro impatto positivo sulla mobilità del lavoro, nonché con la visione generale del XXXVIII Vertice dei Capi di Stato e di Governo dell’UA tenutosi ad Addis Abeba nel febbraio 2025.

Il secondo errore riguarda la posizione ambigua dell’UE sulla Repubblica Araba Democratica del Sahara. Esso è stato ed è un gioco strategico basato sul cosiddetto equilibrio fra il Regno del Marocco, la predetta RADS e la Repubblica Democratica Popolare dell’Algeria.

Cambiamenti di posizione complessi e sottili sono comuni nella politica estera dell’UE. Il 4 ottobre 2024, la Corte di giustizia europea ha emesso tre sentenze che impongono agli Stati membri di garantire il rispetto dei diritti sui beni e servizi originari della RADS nell’attuazione di due accordi commerciali firmati con il Regno del Marocco. Lo stesso giorno, il Ministero francese dell’Europa e degli Affari Esteri ha rilasciato una dichiarazione in cui ribadisce i principi fondamentali della politica estera francese nella regione del Maghreb. La Francia ha dichiarato di non commentare mai le sentenze giudiziarie, ma allo stesso tempo ha ribadito che il presidente e il governo francesi danno sempre priorità al “partenariato strategico speciale” tra Francia e Marocco al di là dell’UE.

Per cui questa posizione diplomatica, parallela alle sentenze della Corte di giustizia europea, ha creato una significativa tensione tra lo Stato di diritto dell’UE e gli interessi nazionali francesi a livello diplomatico, economico, finanziario e persino strategico e storico (al tempo del colonialismo diretto l’attuale RADS era il Sahara spagnolo). La contraddizione non solo non è riuscita a placare le emozioni delle parti coinvolte nella regione del Màghreb, ma non è nemmeno riuscita a chiarire in modo sostanziale la vera posizione di Bruxelles su questa delicata questione. Per rafforzare la credibilità e coordinare le posizioni diplomatiche e strategiche, l’UE avrebbe dovuto dimostrare maggiore coerenza.

Nel frattempo, l’UE si trova intrappolata tra due principi sulla questione della RADS: da un lato, il sostegno dell’Algeria al diritto all’autodeterminazione del popolo della RADS; dall’altro, la rivendicazione di sovranità del Marocco su alcuni territori della RADS (già membro dell’ex Organizzazione dell’Unità Africana dal 1982 e oggi membro dell’UA) basata sul principio di inviolabilità delle frontiere. Il Marocco propone di concedere l’autonomia alla regione entro quelli che Rabat stabilisce siano i suoi “confini naturali”, sottolineandone la priorità storica e geografica. La posizione alquanto parziale del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nei confronti dell’approccio marocchino potrebbe offrire all’UE un’opportunità per ridefinire la propria posizione diplomatica.

Il terzo errore ha a che fare coi doppi standard dell’UE in nome della democrazia, dello Stato di diritto, della moralità, del buon governo e dei diritti umani. Nella maggior parte dei Paesi del Màghreb e dell’Africa subsahariana, l’UE, come altri attori occidentali, spesso privilegia l’appello a questi concetti ideologici per giustificare il proprio intervento negli affari interni dei Paesi africani, imponendo sanzioni o condizioni. Questi discorsi hanno spesso un tono condiscendente e “civile” mirando a indebolire regimi ed élite disobbedienti, favorendo così la creazione di deleghe e salvaguardando i propri interessi strategici. Questa pratica ha suscitato diffuse critiche ai doppi standard dell’UE in Africa.

Nonostante l’UE abbia ripetutamente sottolineato il suo fermo impegno nei confronti di questi valori, affermando che il suo obiettivo è quello di sostenere “valori universali” come la pace, la sicurezza, la stabilità, lo Stato di diritto, la moralità, il buon governo, la lotta alla corruzione, i diritti umani e blablablà, la frattura tra l’UE e l’Africa persiste.

La frattura è particolarmente pronunciata nella regione del Sahel. Gli interventi di sicurezza dell’UE e della comunità internazionale, come la i) Task Force Takuba dell’UE dal 2021 (strumento ideato da Macron per coinvolgere l’Europa nel Sahel, dove le forze francesi stentano a mantenere la stabilità del territorio; e va detto pure che – nonostante si fossero inizialmente dichiarati favorevoli all’iniziativa francese – non tutti gli undici Paesi firmatari della dichiarazione di adesione hanno inviato unità operative sul terreno, mentre uno di essi, la Germania, ha rifiutato ben due volte la richiesta francese); ii) il G5 Sahel (quadro di cooperazione intergovernativa istituito nel 2014 da Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger per affrontare sfide comuni di sicurezza e sviluppo) e iii) la Missione Multidimensionale Integrata delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione in Mali, non sono riusciti a sradicare completamente il terrorismo e la criminalità transnazionale. Anche con il ritiro delle truppe straniere, queste minacce persistono. Mentre i soldati francesi ed europei sono riusciti a fermare l’avanzata delle forze giadiste in alcune aree, il mancato raggiungimento di un obiettivo decisivo ha ulteriormente esacerbato le incomprensioni tra Francia, UE e l’Associazione degli Stati del Sahel, spingendo quest’ultima verso Mosca, Pechino e il sistema BRICS. Questo cambiamento geopolitico rappresenta una sfida diplomatica estremamente difficile per l’UE e la Francia.

Inoltre va sottolineato che il meccanismo di pattugliamento anti-migranti Frontex dell’UE (Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera con sede a Varsavia) e la sua pressione diplomatica e strategica sui Paesi di transito del Màghreb e sui Paesi di partenza africani hanno ulteriormente esacerbato le tensioni tra l’UE e l’Africa. Le rotte marittime del Mediterraneo e dell’Atlantico sono diventate canali di immigrazione illegale, causando migliaia di morti ogni anno. Ciò non solo innesca attriti tra i Paesi costieri meridionali dell’UE e i Paesi di destinazione settentrionali, ma aggrava anche i conflitti con il Màghreb e l’Africa nel suo complesso.

Molti africani ritengono che l’UE sfrutti le risorse naturali dell’Africa rifiutandosi di fornire canali legali per la migrazione africana. Allo stesso tempo, l’UE si trova ad affrontare la pressione dell’ascesa del nazionalismo anti-immigrati di estrema destra, che sfrutta i cambiamenti demografici, gli abusi del welfare e la “teoria della sostituzione demografica” per creare panico e dipingere la migrazione come una minaccia. Questa retorica è spesso esagerata nel contesto di una realtà complessa e interdipendente.

Inoltre altro errore è il discorso occidentale sul genere e le sue diverse forme, che ha incontrato una forte resistenza da parte dei valori tradizionali, religiosi e culturali in Africa e nel Sud del mondo. Ciò sottolinea l’importanza del rispetto dell’identità e delle usanze nelle relazioni internazionali per preservare la diversità dei Paesi e degli Stati nazionali.

L’UE è ben noto sia un importante partner strategico per l’Africa, e viceversa. Tuttavia, le frequenti fratture nelle relazioni riflettono l’inadeguatezza dell’UE nell’adattare la propria politica estera ai cambiamenti nelle élite africane, nell’opinione pubblica e nel sistema internazionale multipolare. Queste linee di frattura geopolitiche dovrebbero indurre entrambe le parti a ripensare i propri modelli di interazione multistrato basati sul rispetto reciproco.

L’Africa sostiene i principi di uguaglianza tra gli Stati, rispetto della sovranità e non ingerenza negli affari interni, evitando al contempo la sostituzione di un’egemonia con un’altra, mantenendo così una vera autonomia strategica. Ed infatti solo preservando il non-allineamento, la resilienza e l’iniziativa, l’Africa può promuovere più efficacemente le agende globali, quali la riorganizzazione del sistema economico e finanziario globale, e la riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite basata sull’Ezulwini Consensus, ossia la posizione comune dell’UA adottata nel 2005 per la riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, mirata a correggere l’ingiustizia storica della mancata rappresentanza africana: chiede almeno due seggi permanenti (con diritto di veto) e cinque seggi non permanenti per l’Africa, lasciando il resto immutato.

In tale processo, l’UE rimane pur un partner indispensabile per l’Africa. Il Màghreb, l’Africa subsahariana, l’UE e altre grandi potenze hanno la responsabilità di costruire un nuovo sistema di relazioni internazionali più pacifico, ordinato, giusto e reciprocamente vantaggioso attraverso il dialogo e la fiducia reciproca, e di promuovere l’istituzione di un nuovo ordine mondiale non esclusivo basato non sulle chiacchiere politicamente corrette, bensì sul rispetto reciproco, sugli interessi comuni e sul diritto internazionale come garanzia duratura per la pace, la sicurezza e la stabilità globali.

Però – a parte le belle parole di circostanza dell’UE, rappresentante di Paesi che hanno da sempre sfruttato l’Africa – sono i BRICS che si stanno rendendo maggiormente credibili al cospetto dei Paesi di quel Continente.

La cooperazione tra i Paesi BRICS e l’Africa si sta rapidamente rafforzando. Anche Egitto ed Etiopia sono diventati membri a pieno titolo, mentre Nigeria, Uganda (Stati associati) e Algeria e Senegal (Stati candidati). Ciò rappresenta l’ascesa del “Sud globale”, che mira a promuovere la multipolarità geopolitica, la dedollarizzazione commerciale e lo sviluppo delle infrastrutture, rafforzando così in modo significativo l’influenza dell’Africa nel panorama politico ed economico internazionale.

Per cui i Paesi BRICS e l’UA stanno formando un modello interconnesso, concentrandosi su piattaforme di negoziazione multilaterali per promuovere la decolonizzazione economica, la cooperazione energetica e l’accordo sulla valuta locale. Obiettivo comune è l’attenzione rivolta alla riforma delle istituzioni di governance globale e alla promozione della rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo negli affari internazionali.

Per quanto riguarda infrastrutture e sviluppo i Paesi BRICS si sono impegnati ad assistere il Continente africano nello sviluppo delle risorse e nel potenziamento delle infrastrutture. Attraverso la partnership con l’Africa, i Paesi BRICS stanno rafforzando la solidarietà nel “Sud del mondo” e lavorando per costruire un ordine internazionale più equo.

Dall’espansione del 2024, l’Africa conta ora altri due Stati membri a pieno titolo (i predetto Egitto ed Etiopia): l’adesione di questi Paesi rafforza l’influenza strategica dei BRICS nell’Africa nordorientale.

Su valuta digitale e dedollarizzazione, l’India ha proposto di discutere l’integrazione delle valute digitali delle banche centrali al vertice BRICS del 2026 per semplificare gli accordi commerciali tra l’Africa e gli altri Stati membri e ridurre la dipendenza dal dollaro statunitense.

Per ciò che concerne esercitazioni militari congiunte nel gennaio 2026, nelle acque al largo della Repubblica Sudafricana si è tenuta la prima esercitazione Peace Will 2026, guidata dalla Repubblica Popolare della Cina, che ha segnato un passo avanti nella cooperazione in materia di sicurezza.

I principali ambiti di cooperazione sono: il finanziamento delle infrastrutture : la New Development Bank continua a erogare prestiti ai Paesi africani, avendo approvato oltre 30 miliardi di dollari per progetti infrastrutturali e di sviluppo sostenibile a partire dal 2023 .

Su agricoltura e sicurezza alimentare l’obiettivo della cooperazione è condividere tecnologie agricole per migliorare la produttività e sradicare la povertà nel Continente africano.

Per la cooperazione energetica RP della Cina e Russia stanno promuovendo diversi progetti su larga scala in Africa, come la centrale nucleare di El-Dabaa in Egitto e la costruzione di diverse reti di energia solare.

I Paesi BRICS hanno offerto all’Africa un’alternativa ai sistemi dominati dall’Occidente, come il FMI o la Banca Mondiale. I Paesi africani stanno utilizzando la piattaforma BRICS per promuovere lo sviluppo dell’Area di libero scambio continentale africana (AfCFTA) e cercare maggiore rappresentanza e autonomia nella governance globale, a parte le frasi fatte di circostanza dell’UE e degli Occidentali, i quali appena l’Africa cerca di risolvere i propri problemi da sé, essi intervengono per stabilire zone d’influenza, sfruttamento e divisione: emblematico il caso libico, con cui abbiamo aperto tale contributo.

 

powered by social2s

RIFERIMENTI

ngn logo2

Testata totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione

Sostienici per dare una libera informazione

Donazione con Bonifico Bancario

TAGS POPOLARI

Info Nessun tag trovato.
Image
Image
Image
Image
Image
Image

Ricerca