L’ipotesi di una strategia di uscita degli Stati Uniti dal ruolo di consumatore di ultima istanza e di garante sistemico dell’ordine globale non rappresenta una deviazione ideologica, né una regressione isolazionista.
Essa costituisce, piuttosto, la conseguenza logica di una dinamica macroeconomica divenuta strutturalmente insostenibile. Quando le grandezze superano la capacità di assorbimento politico, il problema non è più di volontà, ma di vincolo.
Per oltre settant’anni gli Stati Uniti hanno svolto una funzione centrale nell’architettura internazionale: hanno assorbito i surplus globali, sostenuto la domanda mondiale attraverso deficit cronici, garantito la sicurezza collettiva e assicurato la stabilità finanziaria sistemica. Questo ruolo, spesso interpretato come leadership morale, è stato in realtà una precisa funzione economica. Il sistema ha funzionato fintanto che il costo interno di tale ruolo è rimasto inferiore ai benefici percepiti. Oggi tale equilibrio si è spezzato.
Il dato più eloquente è rappresentato dal debito federale. Nel gennaio 2026 esso ha raggiunto i 38,43 trilioni di dollari, con un incremento annuo pari a 2,25 trilioni; la dinamica implicita corrisponde a circa 8,03 miliardi di dollari al giorno (Joint Economic Committee, 2026). Non si tratta di un episodio congiunturale, bensì dell’espressione contabile di uno squilibrio globale persistente. L’indebitamento pubblico americano non è soltanto il risultato di scelte fiscali interne, ma la controparte necessaria dell’afflusso sistematico di risparmio estero in un’economia che funge da assorbitore finale degli avanzi mondiali.
Dopo la crisi del 2008, le famiglie statunitensi hanno ridotto l’indebitamento netto; le imprese hanno operato in equilibrio o in surplus finanziario. In questo contesto, l’unico settore in grado di sostenere la domanda aggregata è rimasto lo Stato federale. Il deficit pubblico, pertanto, non è una deviazione dal sistema: è il sistema. Senza tale meccanismo, la crescita americana – e, per riflesso, quella globale – risulterebbe strutturalmente insufficiente.
Questa trasformazione è visibile nella posizione patrimoniale netta internazionale degli Stati Uniti. Alla metà del 2024, secondo il Bureau of Economic Analysis, essa risultava negativa per oltre 22,5 trilioni di dollari, con passività estere pari a 58,5 trilioni a fronte di attività per 36 trilioni (Bureau of Economic Analysis, 2024). Analisi successive stimano che, a fine 2024, la posizione netta debitoria abbia superato i 27 trilioni di dollari, anche per effetto delle variazioni di valore degli attivi e dell’apprezzamento dei mercati finanziari statunitensi (Brookings, 2026). In termini sistemici, ciò significa che la prosperità americana dipende in misura crescente dalla permanenza della fiducia estera e dalla disponibilità del resto del mondo a detenere asset denominati in dollari.
Il commercio internazionale riflette la medesima asimmetria. Nell’ottobre 2025 il deficit commerciale statunitense di beni e servizi è sceso a 29,4 miliardi di dollari, il livello più contenuto dal giugno 2009 (Bureau of Economic Analysis, 2026). Tuttavia, il dato mensile non modifica la traiettoria di fondo: nei primi dieci mesi del 2025 il disavanzo cumulato ha raggiunto 782,8 miliardi di dollari, in aumento rispetto al 2024, con importazioni cresciute più rapidamente delle esportazioni (Bureau of Economic Analysis, 2026). Parte della riduzione mensile è stata inoltre attribuibile a esportazioni di oro non monetario, fattore che attenua il significato strutturale del miglioramento (Reuters, 2026b).
L’origine profonda di tali squilibri risiede nella struttura delle economie in surplus. In particolare, la Cina presenta una quota di consumo delle famiglie pari a circa il 39–40 per cento del PIL, secondo i dati World Bank e le elaborazioni di Trading Economics (Trading Economics, 2025).
Tale livello, significativamente inferiore agli standard delle economie avanzate, genera surplus di risparmio persistenti che si riversano all’estero. Analisi indipendenti confermano che questa configurazione non è transitoria ma strutturale, e che la transizione verso un modello di crescita trainato dai consumi procede con estrema lentezza (Rhodium Group, 2024; Reuters, 2025). In questo contesto, gli Stati Uniti restano l’unico grande mercato in grado di assorbire tali eccedenze, assumendone però il costo politico e sociale.
Parallelamente, il ruolo americano come garante della sicurezza globale comporta oneri materiali di dimensioni crescenti.
Le stime convergono su un costo annuo delle basi militari all’estero compreso tra 55 e oltre 80 miliardi di dollari, a seconda che si includano o meno i costi aggiuntivi di personale e logistica (Quincy Institute, 2021; National Priorities Project, 2025). Il Congressional Research Service sottolinea come la presenza militare oltremare generi costi strutturalmente superiori rispetto al basing domestico, con un differenziale per singolo militare stimato tra 10.000 e 40.000 dollari annui (Congressional Research Service, 2024). A tali cifre si sommano i costi operativi contingenti: nel 2025, le attività militari statunitensi nei Caraibi hanno comportato una spesa stimata di circa 31 milioni di dollari al giorno, di cui una quota significativa non preventivata (CSIS, 2026).
Queste grandezze assumono un significato politico preciso: in un sistema democratico avanzato, la proiezione strategica esterna compete direttamente con le priorità interne. La sicurezza globale, se non percepita come funzionale alla prosperità domestica, diventa progressivamente indifendibile sul piano del consenso.
È in questo quadro che va interpretata la traiettoria inaugurata da Donald Trump. Non come un’anomalia personale, bensì come l’emersione di una funzione sistemica. Le politiche tariffarie, le sanzioni, la rinegoziazione delle alleanze non costituiscono un rifiuto dell’ordine internazionale, ma un tentativo di ridistribuirne i costi.
L’aumento delle tariffe ha determinato un innalzamento dell’aliquota media applicata su livelli prossimi ai massimi storici del secondo dopoguerra, con stime comprese tra il 15 e il 17 per cento a seconda della metodologia utilizzata (Tax Foundation, 2025; Budget Lab at Yale, 2025).
Le entrate generate dai dazi nel 2025 sono state stimate in oltre 130 miliardi di dollari, mentre le proiezioni sul decennio 2026–2035 indicano un gettito cumulato superiore ai 2 trilioni di dollari, pur a fronte di un impatto negativo sul PIL compreso tra lo 0,5 e lo 0,7 per cento in presenza di ritorsioni (Tax Policy Center, 2026). In termini fiscali e negoziali, il commercio viene così trasformato in strumento di riequilibrio, non più in dogma multilaterale.
Il punto centrale non è l’efficacia congiunturale di tali misure, ma la loro logica strutturale. Come osservato da Martin Wolf, l’ordine economico globale fondato su squilibri permanenti e sulla finanziarizzazione estrema ha esaurito la propria sostenibilità politica (Wolf, 2025).
In tale contesto, la scelta non è tra continuità e rottura, ma tra rottura governata e collasso disordinato.
L’eccezionalismo americano, inteso come disponibilità permanente a fungere da stabilizzatore universale, si avvia così alla conclusione.
Nel valutare la traiettoria strategica degli Stati Uniti, è necessario integrare un elemento spesso rimosso dal dibattito pubblico, ma centrale in un’analisi strutturale: durante il primo mandato presidenziale di Donald Trump (2017–2021), gli Stati Uniti non hanno avviato nuovi conflitti armati e hanno progressivamente ridotto il proprio coinvolgimento diretto nei teatri di guerra ereditati dalle amministrazioni precedenti. Parallelamente, Washington ha promosso una delle più rilevanti iniziative diplomatiche in Medio Oriente degli ultimi decenni, gli Accordi di Abramo.
Tra il 2017 e il 2020 non si registra l’apertura di nuove guerre statunitensi. Al contrario, l’amministrazione Trump ha avviato il ritiro o la riduzione delle forze in Afghanistan, Iraq e Siria. Nel febbraio 2020 è stato firmato a Doha l’accordo tra Stati Uniti e Talebani, che prevedeva il ritiro completo delle truppe americane entro maggio 2021, subordinato a specifici impegni di sicurezza (U.S. Department of State, 2020). Al momento dell’insediamento dell’amministrazione Biden, il numero di soldati statunitensi in Afghanistan era sceso a circa 2.500 unità, rispetto alle oltre 100.000 presenti nel 2011 e alle circa 15.000 del 2016 (Congressional Research Service, 2021).
Anche in Iraq il contingente americano è stato progressivamente ridotto: da circa 5.200 unità nel 2017 a circa 2.500 entro la fine del 2020, secondo i dati del Department of Defense e del Congressional Research Service (CRS, 2021). In Siria, la presenza militare è stata ridimensionata da circa 2.000 unità a poche centinaia, con il passaggio da una missione estesa a un presidio limitato alla lotta residua contro l’ISIS e alla protezione di specifiche infrastrutture strategiche (CRS, 2020).
Questi dati non indicano un pacifismo ideologico, ma una scelta coerente con la logica di riduzione della sovraestensione strategica. La dottrina implicita era chiara: evitare guerre di nation-building, ridurre i costi permanenti della proiezione militare e riportare l’uso della forza entro una cornice strettamente strumentale.
Tale orientamento emerge esplicitamente nella National Security Strategy del 2017, dove la competizione tra grandi potenze viene definita prioritaria rispetto alle operazioni di stabilizzazione regionale (White House, 2017).
In parallelo, l’amministrazione Trump ha promosso una profonda ristrutturazione dell’approccio diplomatico in Medio Oriente. Tra il 2020 e il 2021 sono stati firmati gli Accordi di Abramo, che hanno normalizzato le relazioni tra Israele e quattro Paesi arabi: Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan. Si tratta del più significativo avanzamento diplomatico arabo-israeliano dal trattato di pace tra Israele e Giordania del 1994.
Dal punto di vista quantitativo, gli effetti economici sono stati immediati. Secondo il U.S. Department of Commerce, il commercio bilaterale tra Israele ed Emirati Arabi Uniti ha superato 3,5 miliardi di dollari entro il 2022, partendo da livelli prossimi allo zero prima del 2020. Accordi settoriali sono stati siglati in ambiti strategici quali energia, difesa, tecnologia, cybersecurity e infrastrutture (U.S. Department of Commerce, 2022). L’Atlantic Council stima che, nel medio periodo, il potenziale economico degli Accordi di Abramo possa superare i 1.000 miliardi di dollari in investimenti, scambi e progetti congiunti nell’area MENA (Atlantic Council, 2021).
Dal punto di vista geopolitico, gli Accordi hanno prodotto tre effetti strutturali. In primo luogo, hanno ridotto la centralità del conflitto israelo-palestinese come vincolo sistemico per la cooperazione regionale. In secondo luogo, hanno favorito l’emersione di un asse informale di contenimento dell’Iran, senza il ricorso a un intervento militare diretto. In terzo luogo, hanno spostato l’equilibrio regionale da una logica ideologica a una logica funzionale, fondata su interessi economici, sicurezza condivisa e integrazione tecnologica.
Questo elemento è particolarmente rilevante perché si inserisce coerentemente nella exit strategy americana. Gli Accordi di Abramo rappresentano, in termini strategici, un tentativo di sostituire la presenza militare diretta con architetture regionali di stabilizzazione. In altri termini, non il ritiro dal mondo, ma la delega dell’ordine: meno boots on the ground, più accordi, più convergenze regionali, più responsabilizzazione degli attori locali.
Anche sotto il profilo finanziario, tale approccio risponde a un’esigenza misurabile. Secondo il progetto Costs of War della Brown University, tra il 2001 e il 2021 gli Stati Uniti hanno speso oltre 8 trilioni di dollari nelle guerre post-11 settembre, includendo costi diretti, assistenza ai veterani e interessi sul debito (Bilmes, 2021). Ridurre il coinvolgimento militare non era dunque soltanto una scelta politica, ma una necessità fiscale in un contesto di debito federale in accelerazione.
La combinazione tra disimpegno operativo e attivismo diplomatico non rappresenta una contraddizione, ma una trasformazione della modalità di esercizio del potere. Tale elemento rafforza ulteriormente la tesi dell’inevitabilità. Trump non emerge come un presidente “anti-sistema”, bensì come l’interprete di una fase storica in cui l’egemonia non può più permettersi la guerra permanente. La riduzione dei conflitti aperti e la promozione degli Accordi di Abramo costituiscono due facce della stessa logica: contenere i costi dell’ordine globale senza accettarne il collasso.
Nel secondo mandato, questa traiettoria non viene attenuata; viene radicalizzata. Non nel linguaggio, ma nella struttura delle decisioni. Se il primo mandato aveva rappresentato la fase di rottura, di sperimentazione e di segnalazione, il secondo mandato si configura come fase di consolidamento sistemico. Non più la contestazione dell’ordine, ma la sua riconfigurazione.
Il contesto nel quale Trump rientra alla Casa Bianca è profondamente mutato.
Nel 2025 gli Stati Uniti si trovano a fronteggiare simultaneamente tre pressioni convergenti: un debito federale che ha superato i 38 trilioni di dollari; un sistema internazionale frammentato in blocchi economici e securitari; e una perdita di efficacia degli strumenti multilaterali tradizionali. La differenza rispetto al 2017 è sostanziale: allora la globalizzazione mostrava crepe; oggi presenta vere e proprie fratture.
Il secondo mandato si apre dunque non come un ritorno politico, ma come un atto di adattamento strategico a un mondo già post-globale.
Le prime direttrici d’azione confermano tale impostazione.
Sul piano commerciale, l’amministrazione intensifica l’utilizzo degli strumenti tariffari non come misura emergenziale, ma come componente strutturale della politica economica. Secondo le stime del Tax Policy Center, il pacchetto tariffario complessivo in vigore nel 2026 comporta entrate annue superiori ai 240 miliardi di dollari, con un gettito cumulato decennale stimato oltre i 2.300 miliardi (Tax Policy Center, 2026). Il commercio internazionale viene così trasformato, in modo esplicito, in leva fiscale e industriale. Non più apertura come principio, ma accesso come privilegio condizionato.
Questa impostazione segna un passaggio concettuale cruciale: gli Stati Uniti non si percepiscono più come piattaforma neutrale del commercio globale, bensì come mercato strategico da proteggere e monetizzare. L’accesso al consumatore americano diventa uno strumento di potere, non un bene pubblico globale.
Parallelamente, la politica industriale assume una centralità inedita. Il secondo mandato rafforza la logica già avviata con il reshoring e il friend-shoring. Secondo il Department of Commerce, nel biennio 2024–2025 gli annunci di investimenti manifatturieri negli Stati Uniti hanno superato i 350 miliardi di dollari, con una concentrazione nei settori semiconduttori, difesa, energia e filiere critiche (U.S. Department of Commerce, 2025). Il messaggio è chiaro: la sicurezza economica viene assimilata alla sicurezza nazionale.
Questo spostamento produce un effetto dirompente sull’ordine globale. Se nel modello precedente l’efficienza allocativa prevaleva sulla resilienza, nel nuovo paradigma la ridondanza diventa un valore strategico. Ciò implica costi maggiori nel breve periodo, ma riduzione della vulnerabilità sistemica nel lungo. È una scelta esplicitamente politica, non economica in senso stretto.
Sul piano monetario e finanziario, il secondo mandato si muove in una zona ancora più sensibile. Il progressivo utilizzo delle sanzioni finanziarie nel decennio precedente ha incentivato tentativi di dedollarizzazione da parte dei Paesi BRICS. Tuttavia, nel 2025 il dollaro rappresenta ancora circa il 58 per cento delle riserve valutarie globali, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, contro il 71 per cento del 1999 (IMF COFER, 2025). Il declino è reale, ma lento. Trump non tenta di difendere il dollaro come simbolo; ne difende la funzione. L’obiettivo non è preservare l’universalismo monetario, ma garantire che il sistema finanziario globale continui a dipendere, anche parzialmente, dall’infrastruttura statunitense.
In questa prospettiva, il ricorso selettivo a sanzioni, restrizioni tecnologiche e controlli sugli investimenti esteri viene calibrato non più come strumento punitivo, ma come meccanismo di canalizzazione dei flussi globali. La finanza non viene globalizzata; viene gerarchizzata.
Sul piano militare, il secondo mandato non segna un ritorno all’interventismo. Al contrario, rafforza la distinzione tra deterrenza e guerra. I dati SIPRI indicano che la spesa militare statunitense nel 2025 ha superato gli 880 miliardi di dollari, pari a circa il 3,4 per cento del PIL, con una crescente allocazione verso munizioni, capacità industriale e sistemi di difesa avanzati (SIPRI, 2026). L’obiettivo non è occupare territori, ma rendere il costo del conflitto proibitivo per qualsiasi avversario.
La dottrina implicita è quella della dissuasione distribuita: meno truppe permanenti, più capacità di risposta rapida; meno presenza simbolica, più superiorità tecnologica. In questo senso, il secondo mandato consolida la transizione avviata nel primo: dall’impero territoriale all’impero funzionale.
In Medio Oriente, l’eredità degli Accordi di Abramo viene trasformata in architettura permanente. L’amministrazione promuove l’estensione del quadro di cooperazione economica e securitaria tra Israele e Paesi arabi, con particolare enfasi su energia, difesa antimissile e infrastrutture digitali. Secondo l’Atlantic Council, nel periodo 2020–2025 gli scambi commerciali tra i firmatari hanno superato complessivamente i 10 miliardi di dollari, con una crescita media annua superiore al 30 per cento (Atlantic Council, 2025). Il secondo mandato mira a trasformare tale dinamica in stabilità strutturale, riducendo ulteriormente la necessità di una presenza militare americana diretta.
È in questo punto che emerge la coerenza più profonda del progetto. Trump non persegue la pace come valore etico, ma come riduzione del passivo strategico. Ogni conflitto evitato equivale a miliardi di dollari non spesi, a debito non emesso, a consenso interno preservato.
Secondo il Costs of War Project, gli interessi futuri sul debito contratto per finanziare le guerre post-11 settembre supereranno da soli i 2 trilioni di dollari entro il 2050 (Bilmes, 2021). In tale contesto, la scelta di evitare nuovi conflitti non è una virtù morale, ma un imperativo contabile.
Il secondo mandato rende dunque esplicito ciò che nel primo era implicito: l’America non può più permettersi di essere il garante universale di un ordine che non controlla più pienamente. La leadership viene sostituita dalla selettività. L’universalismo da una gerarchia di priorità.
Questo passaggio ha conseguenze profonde per il sistema internazionale. Gli alleati vengono chiamati a una maggiore responsabilità finanziaria e militare; i partner commerciali a un riequilibrio; gli avversari a un confronto regolato, ma privo di ambiguità. L’epoca dell’ambivalenza strategica lascia il posto a una logica transazionale dichiarata.
In questo senso, il secondo mandato non rappresenta una radicalizzazione ideologica, bensì una normalizzazione geopolitica. Gli Stati Uniti iniziano a comportarsi come tutte le grandi potenze storiche nel momento in cui la loro capacità di sostenere l’ordine supera i benefici ottenuti da esso.
Dunque ricollochiamo la figura di Trump in questo periodo storico, e ci accorgiamo che non sia una eccezione, ma un sintomo. Non la causa del cambiamento, ma il suo vettore visibile. Egli non inaugura la fine dell’ordine liberale; ne certifica l’esaurimento operativo.
Il primo mandato ha segnato la fine dell’illusione. Il secondo ne organizza le conseguenze.
Ciò che emerge non è il ritiro degli Stati Uniti dal mondo, ma la trasformazione del loro ruolo.
Dalla leadership morale alla priorità strategica; dall’universalismo alla selettività; dall’egemonia espansiva alla sostenibilità del potere. L’obiettivo non è dominare tutto, ma preservare ciò che è essenziale.
Questo passaggio non riguarda un’amministrazione, né un leader. Riguarda il sistema internazionale nel suo complesso. Un mondo costruito su squilibri permanenti non può essere mantenuto indefinitamente da un solo attore. Quando il costo della stabilità supera il beneficio della leadership, l’ordine cambia forma.
La vera domanda, oggi, non è se questo processo sia giusto o sbagliato. È se il mondo sia preparato ad affrontarne le conseguenze.
Questa riconfigurazione produce infatti effetti asimmetrici, multidimensionali e cumulativi sulle varie regioni, perché interviene simultaneamente su quattro “infrastrutture dell’ordine”: il prezzo dell’accesso al mercato statunitense; la continuità delle catene del valore; la credibilità delle garanzie di sicurezza; la neutralità apparente delle regole multilaterali. Il risultato della politica trumpiana non è l’isolazionismo, ma una selettività che trasforma beni pubblici globali in beni condizionati.
E quando un bene pubblico diventa condizionato, la differenza tra chi può pagare e chi non può pagare diventa geopolitica.
Questa dinamica si innesta direttamente sui vettori di permacrisi che, come abbiamo scritto in Storie di futuri possibili nel 2025, agiscono da attrattori e amplificatori: polarizzazione statunitense, fragilità economica, competizione tecnologica, pressione migratoria e demografica; non come temi, ma come moltiplicatori di instabilità, capaci di trasmettere shock e di trasformare frizioni in fratture (Palombi, 2025).
In termini operativi, la “exit strategy” americana accelera la regionalizzazione dell’ordine, aumenta il costo della coesione interna nelle democrazie, e accresce la probabilità che crisi locali si saldino in concatenazioni sistemiche.
Per l’Europa, il primo effetto è securitario e fiscale insieme: l’incremento del carico di difesa come condizione di credibilità.
La Commissione europea stima che la spesa per la difesa nell’Unione sia cresciuta dall’1,3% del PIL nel 2023 all’1,5% nel 2024, con un livello atteso all’1,6% nel 2025 e nel 2026, sulla base delle misure annunciate entro la primavera 2025; ciò implica, per definizione, una riallocazione di bilancio in un contesto già segnato da vincoli di debito e di crescita debole (European Commission, 2025a).
La pressione verso soglie più elevate non è un capriccio: la NATO, nelle proprie stime, registra un’accelerazione della spesa e un aumento dei Paesi che superano il 2%; e SIPRI evidenzia che il 2024 ha segnato una crescita eccezionale della spesa militare europea, con la spesa in Europa (inclusa la Russia) salita del 17% fino a 693 miliardi di dollari, superando i livelli di fine Guerra fredda (SIPRI, 2025b).
Il punto politico è lineare: se la protezione americana viene percepita come meno automatica, l’Europa deve acquistare deterrenza con risorse proprie; ma acquistare deterrenza significa comprimere, a parità di gettito, altre funzioni della coesione sociale, proprio mentre la demografia erode la base contributiva.
Qui la contabilità torna geopolitica. Sul caso italiano, documenti della Commissione indicano un rapporto debito/PIL atteso intorno al 136,4% a fine 2025 e 137,9% a fine 2026; grandezze di questa scala trasformano ogni punto di PIL di spesa aggiuntiva in un problema politico, non solo economico (European Commission, 2025b).
Se la traiettoria di difesa europea passa anche solo dall’1,6% verso il 2% in pochi anni, la differenza non è marginale: è un trasferimento di decine di miliardi annui, che in economie a bassa crescita produce inevitabilmente conflitto distributivo. E quando il conflitto distributivo incontra la crisi di legittimità, la coesione smette di essere un fatto culturale e diventa una variabile di sicurezza.
Il secondo effetto è commerciale-industriale: l’Europa subisce la trasformazione dell’accesso al mercato USA da principio a privilegio, e insieme subisce la riallocazione delle catene del valore verso spazi “amici” o domestici; ciò accelera una competizione intra-occidentale per capitali e impianti, proprio mentre l’energia resta un fattore di costo. La conseguenza tipica non è l’implosione immediata, ma la deindustrializzazione per attrito: investimenti che non arrivano, filiere che si spostano, energia più cara, costo del capitale più elevato. In parallelo, la guerra e la deterrenza riducono lo spazio fiscale. In altre parole, l’Europa affronta contemporaneamente tre “tasse”: la tassa della sicurezza, la tassa dell’energia, la tassa della frammentazione commerciale.
Il terzo effetto è demografico-sociale, ed è quello che tende a diventare irreversibile. La fertilità nell’Unione è scesa a 1,38 nati vivi per donna nel 2023, in calo da 1,46 nel 2022; il dato non descrive una crisi ciclica, ma un vincolo strutturale che riduce crescita potenziale, aumenta il peso relativo delle pensioni e comprime la flessibilità fiscale (Eurostat, 2025a; Eurostat, 2024). In questo contesto, l’immigrazione è insieme necessità economica e shock politico. La Commissione europea indica un’impennata della net immigration nell’UE: circa 4 milioni nel 2022 e quasi 3 milioni nel 2023; numeri che, in sistemi politici fragili, trasformano rapidamente la gestione migratoria in polarizzazione, e la polarizzazione in instabilità di governance (European Commission, 2025c).
L’asimmetria è evidente: senza forza lavoro, la sostenibilità fiscale peggiora; con afflussi non governati, la coesione peggiora; e in entrambi i casi il margine politico si riduce.
A completare il quadro interviene la dimensione criminale-finanziaria, spesso trattata come tema “separato” ma in realtà strutturale: Europol stima che le approssimazioni più recenti dei profitti annui di nove mercati criminali nell’Unione vadano da 92 a 188 miliardi di euro; grandezze di questa entità competono con segmenti rilevanti della spesa pubblica e, soprattutto, si innestano su logistica, porti, costruzioni, servizi e flussi migratori, cioè sulle infrastrutture materiali della sovranità (Europol, 2023). In un’Europa sottoposta a stress fiscale e a frammentazione politica, l’economia criminale non è soltanto un problema di ordine pubblico: diventa un “attore” di distorsione sistemica.
In questo scenario, gli attrattori europei che abbiamo misurato nel libro già citato – implosione demografica, stagnazione produttiva, vulnerabilità energetica, disuguaglianza territoriale, crisi epistemologica, dipendenza strategica, pressione migratoria, criminalità transnazionale – non sono più tendenze da osservare, ma moltiplicatori che aumentano la probabilità di traiettorie divergenti tra Stati membri e, dunque, la probabilità che l’Europa affronti la transizione non come soggetto, ma come spazio (Palombi, 2025).
In Asia, il cuore dell’impatto è la fine della neutralità della globalizzazione: catene del valore e tecnologia non sono più allocate principalmente per efficienza, ma per affidabilità geopolitica. La leva tariffaria e il controllo delle esportazioni riorientano investimenti e flussi; l’effetto principale non è soltanto la riduzione di un export verso gli Stati Uniti, ma la riconfigurazione del profilo rischio-rendimento degli impianti. Dove prima valeva l’ottimizzazione, ora vale la ridondanza. E la ridondanza, per definizione, costa.
Qui la Cina rappresenta il nodo strutturale degli squilibri. I dati collegati alla World Bank indicano che la spesa per consumi finali delle famiglie e delle NPISH[i] in Cina è stata circa il 39,57% del PIL nel 2023; una quota bassa rispetto alle economie avanzate, che riflette un modello che genera surplus e pressione competitiva sulle industrie altrui (World Bank, 2025; Trading Economics, 2025).
In termini sistemici, ciò significa che la “exit strategy” americana non è soltanto risposta a un deficit commerciale, ma risposta a un’architettura globale in cui grandi aree generano surplus persistenti; quando l’assorbitore finale decide di ridurre l’assorbimento, l’aggiustamento non può che avvenire attraverso prezzi, cambio, disoccupazione, o conflitto politico interno nei Paesi esportatori.
Nel teatro indo-pacifico, la trasformazione della deterrenza è parallela: meno universalismo e più selettività significa che alleanze e posture diventano più condizionate, e dunque più interpretabili. L’ambiguità strategica – soprattutto su Taiwan e sulle zone grigie nel Mar Cinese Meridionale – diventa più rischiosa, perché il calcolo degli attori dipende dalla credibilità percepita e dalla velocità di reazione, non dalla retorica.
In questa cornice, la spesa militare globale e regionale segnala l’aumento della “probabilità di incidente”: SIPRI riporta che la spesa militare mondiale è salita a 2,72 trilioni di dollari nel 2024, +9,4% in un anno, con Stati Uniti a 997 miliardi; non è soltanto riarmo, è un indicatore di aspettative di instabilità, e dunque di una governance più fragile (SIPRI, 2025a; Reuters, 2025).
Quando le aspettative di instabilità crescono, gli attori investono in capacità; quando investono in capacità, aumentano le opzioni; quando aumentano le opzioni, cresce la probabilità di errore, di errore di calcolo o di escalation non voluta, è un circuito.
Il secondo mandato trumpiano spinge ulteriormente questa logica: la finanza viene “gerarchizzata”, i flussi diventano controllati, la tecnologia diventa dominio di sicurezza; e in Asia ciò accelera una doppia dinamica: da un lato, riallineamenti (friend-shoring) e competizione per impianti; dall’altro, rafforzamento di blocchi e meccanismi alternativi, inclusi tentativi di ridurre la dipendenza dal dollaro. Ma i dati COFER del FMI mostrano che il declino del dollaro nelle riserve è stato reale e lento: intorno al 58% nel 2024, contro livelli sopra il 70% alla fine degli anni Novanta; abbastanza per indicare una tendenza, non abbastanza per sostituire rapidamente l’infrastruttura di liquidità del sistema (IMF, 2025).
Ne consegue che l’Asia non entra in un “post-dollaro”, entra in un “dollaro meno universale ma ancora dominante”, cioè in una fase in cui la frizione aumenta perché l’ordine monetario non cambia abbastanza in fretta da stabilizzare i nuovi blocchi, e non rimane abbastanza stabile da ridurre il rischio.
Nel Sud globale l’effetto è più crudo perché la “exit strategy” non sostituisce ciò che ritira con un’architettura universale alternativa; produce piuttosto una competizione di patronati, una selezione delle priorità e una riduzione della prevedibilità.
Quando l’accesso al mercato statunitense è condizionato e la protezione è selettiva, i Paesi a capacità fiscale debole assorbono lo shock per il canale più rapido: prezzo delle importazioni, valuta, inflazione, conflitto sociale.
Il canale delle commodities è il primo moltiplicatore. Tariffe doganali, sanzioni e riallineamenti logistici aumentano la volatilità di energia, minerali e alimentari; la volatilità, in Paesi con debito estero e basso margine fiscale, produce crisi di bilancia dei pagamenti e instabilità. In parallelo, la dinamica migratoria si irrigidisce verso l’Occidente; ma la pressione demografica non si arresta. Ne risulta una congestione: popolazioni giovani e crescita urbana rapida, a fronte di accesso limitato a capitali a basso costo e a mercati stabili. È lo scenario tipico in cui le reti criminali e i gruppi armati diventano fornitori di reddito e di ordine; e dunque la frammentazione non è soltanto politica, è economica.
In questo quadro, il dato europeo sulla crescita dell’immigrazione netta nel 2022–2023 indica un effetto di spillover diretto: quando i corridoi migratori non possono essere governati come flussi ordinari, diventano shock politici nei Paesi di arrivo e, simultaneamente, valvole di sfogo nei Paesi di partenza; in entrambi i casi, riducono la capacità di pianificazione e aumentano la vulnerabilità a interferenze e strumentalizzazioni (European Commission, 2025c). È qui che la permacrisi, da concetto, diventa tecnica di lettura: non una crisi, ma l’interazione stabile di crisi che si alimentano a vicenda (Palombi, 2025).
Se questa strategia avesse un solo effetto, sarebbe gestibile. Il problema è che i suoi effetti sono simultanei e sincroni: riducono la neutralità commerciale, rendono condizionata la sicurezza, aumentano il costo della coesione interna, e accelerano la regionalizzazione del sistema. Ne deriva una transizione in cui le regioni non si muovono allo stesso ritmo: l’Europa è costretta ad acquistare deterrenza con bilanci demograficamente fragili; l’Asia riorganizza produzione e tecnologia sotto pressione di blocchi e incidenti; il Sud globale subisce volatilità e sostituzioni incompiute dell’ordine, con proliferazione di instabilità a bassa intensità.
In termini storici, il primo mandato ha aperto la faglia: ha dichiarato che l’ordine non era più un bene pubblico gratuito, e che la guerra permanente non era più sostenibile come routine. Il secondo mandato, nella vostra impostazione, istituzionalizza la faglia: normalizza la selettività, fiscalizza l’accesso, gerarchizza la finanza, e tenta di sostituire la presenza diretta con architetture regionali laddove possibile. La traiettoria è coerente: non verso il ritiro dal mondo, ma verso un mondo in cui l’ordine è a pagamento, e in cui la domanda non è più “chi guida”, ma “chi assorbe il costo”.
Perché la transizione non è più un’ipotesi futura: è già in atto, e la storia insegna che le fasi più instabili non sono quelle in cui un ordine crolla, ma quelle in cui smette di essere sostenibile e non è ancora stato sostituito.
Questo è il punto in cui ci troviamo.
Non alla fine di un’epoca, ma nel suo passaggio più delicato.
Non davanti a una scelta politica, ma davanti a un vincolo storico.
Ed è in questo spazio, stretto e instabile, che si gioca il futuro dell’ordine internazionale nel XXI secolo. [ii]
[i] In ambito economico e statistico, l'acronimo NPISH sta per Non-Profit Institutions Serving Households (in italiano: Istituzioni senza scopo di lucro al servizio delle famiglie).
È una categoria specifica utilizzata nella contabilità nazionale (come quella della World Bank o dell'Eurostat) per identificare entità che forniscono beni o servizi a individui o gruppi, gratuitamente o a prezzi non economicamente rilevanti.
Queste organizzazioni non sono controllate dallo Stato, ma non operano nemmeno per trarre profitto. I principali esempi includono:
- Associazioni di beneficenza e ONG (come la Croce Rossa o Medici Senza Frontiere).
- Sindacati e associazioni professionali.
- Partiti politici.
- Organizzazioni religiose (chiese, moschee, templi).
- Club sportivi e ricreativi (non professionistici).
- Associazioni culturali e di mutuo soccorso.
Nei report che citiamo (come quelli della World Bank sulla Cina), spesso si incontra la voce:
“Households and NPISHs final consumption expenditure”
Questo perché, statisticamente, i consumi di queste organizzazioni sono considerati un’estensione del benessere delle famiglie. Se un’associazione fornisce cibo o assistenza sanitaria gratuita, quel valore viene aggiunto alla spesa dei cittadini per avere un quadro reale del tenore di vita di una nazione.
[ii] Bibliografia
- Atlantic Council (2021) The Abraham Accords: A New Regional Order?
- Atlantic Council (2025) Abraham Accords: aggiornamenti su scambi e cooperazione economico-sicuritaria tra i firmatari (dati cumulati 2020–2025).
- Bertaut, C., von Beschwitz, B. e Curcuru, S. (2025) The International Role of the U.S. Dollar – 2025 Edition. Federal Reserve (FEDS Notes).
- Bilmes, L.J. (2021a) Costs of United States Military Activities in the Wider Middle East Since October 7, 2023. Costs of War Project, Brown University.
- Bilmes, L.J. (2021b) Costs of War. Watson Institute for International and Public Affairs, Brown University.
- Brands, H. (2025) ‘The Renegade Order: How Trump Wields American Power’. Foreign Affairs.
- Brookings Institution (2026) Analisi sulla posizione patrimoniale netta internazionale (NIIP) degli Stati Uniti a fine 2024.
- Budget Lab at Yale (2025a) State of U.S. Tariffs: November 17, 2025. Yale University.
- Budget Lab at Yale (2025b) State of U.S. Tariffs: October 17, 2025. Yale University.
- Budget Lab at Yale (2026) State of Tariffs: January 19, 2026. Yale University.
- Bureau of Economic Analysis (2024) U.S. International Investment Position (IIP), Second Quarter 2024. U.S. Department of Commerce.
- Bureau of Economic Analysis (2025) U.S. International Trade in Goods and Services, October 2025.
- Bureau of Economic Analysis (2026) U.S. International Investment Position, 3rd Quarter 2025.
- Coalition for a Prosperous America (2025) October Trade Deficit Falls 39%, Lowest In Years, But U.S. Will Still Surpass $1 Trillion Goods Gap In 2025.
- Commissione Europea (2025) European Economic Forecast: Spring 2025.
- Congressional Research Service (2020) U.S. Military Operations in Syria: Background and Issues for Congress.
- Congressional Research Service (2021a) Afghanistan: Background and U.S. Policy.
- Congressional Research Service (2021b) U.S. Military Presence in Afghanistan and Iraq.
- Congressional Research Service (2024) U.S. Overseas Basing: Background and Issues for Congress.
- CSIS (2026) The Costs and Global Trade-Offs of U.S. Military Action Against Venezuela. Center for Strategic and International Studies.
- European Commission (2025a) The economic impact of higher defence spending.
- European Commission (2025b) Commission Implementing Decision of 25.11.2025 (Italy) – debt and deficit projections.
- European Commission (2025c) Migration, mobility and the EU labour market.
- Europol (2023) The Other Side of the Coin – Analysis of Financial and Economic Crime.
- Europol (s.d.) Report e dati su criminalità organizzata e reti transnazionali.
- Eurostat (2024a) Demography of Europe – 2024 edition.
- Eurostat (2024b) Fertility statistics; dataset e indicatori demografici UE.
- Eurostat (2024c) Key Figures on Europe 2024.
- Eurostat (2025a) Record drop in children being born in the EU in 2023.
- Eurostat (2025b) Fertility statistics – Statistics Explained.
- Fondo Monetario Internazionale (2026) World Economic Outlook. International Monetary Fund.
- IMF (2025) Currency Composition of Official Foreign Exchange Reserves (COFER). International Monetary Fund Data.
- International Monetary Fund (2025a) Dollar’s Share of Reserves Held Steady in Second Quarter When Adjusted for FX Moves. IMF Blog.
- International Monetary Fund (2025b) Little Change in the Composition of International Reserves in Third Quarter of 2025 (COFER). IMF Data Brief.
- Joint Economic Committee (2026) National Debt Hits $38.43 Trillion, Increased $2.25 Trillion Year over Year, $8.03 Billion per Day. U.S. Congress.
- MarketWatch (2026) Trade deficit plunges to 16-year low due to U.S. gold rush and shrinking imports.
- National Priorities Project (2025) Shut Them Down! Closing Military Bases is Long Overdue.
- Palombi, M. (2025) Storie di futuri possibili: dinamiche della permacrisis globale, tra blocchi, scenari e strategie d’adattamento nel XXI secolo. Disponibile su https://amzn.eu/d/9osQALp
- Pew Research (2025) European public opinion, populism, polarisation e fiducia istituzionale. Pew Research Center.
- Prosperous America (2026) October Trade Deficit Falls 39%, Lowest In Years, But U.S. Will Still Surpass $1 Trillion Goods Gap In 2025. Coalition for a Prosperous America.
- Quincy Institute for Responsible Statecraft (2021) Stime e discussione dei costi delle basi militari USA all’estero.
- Reuters (2025a) IMF reserve data shows stabilisation in third quarter.
- Reuters (2025b) McGeever, J. Foreign exposure to US assets may be lower than feared.
- Reuters (2025c) Servizi/analisi su Cina: bassa quota dei consumi delle famiglie sul PIL e lentezza della transizione verso un modello trainato dai consumi.
- Reuters (2025d) World military spending hits $2.7 trillion in record 2024 surge.
- Reuters (2026) U.S. trade deficit: ottobre 2025 (narrowing; ruolo delle esportazioni di oro non monetario).
- Rhodium Group (2024) Analisi sul riequilibrio del modello cinese (consumi, risparmio, surplus, vincoli strutturali).
- SIPRI (2025a) Trends in World Military Expenditure, 2024.
- SIPRI (2025b) Unprecedented rise in global military expenditure as European and Middle East spending surges.
- SIPRI (2026a) SIPRI Military Expenditure Database (serie e note metodologiche). Stockholm International Peace Research Institute.
- SIPRI (2026b) SIPRI Yearbook 2026: Armaments, Disarmament and International Security.
- Tax Foundation (2026) Tracking the Economic Impact of the Trump Tariffs.
- Tax Policy Center (2025) Tariffs, Tax Breaks, And Treaties.
- Tax Policy Center (2026a) TPC Tariff Tracker (stime su gettito FY 2026–2035). Urban-Brookings Tax Policy Center.
- Tax Policy Center (2026b) Tracking the Trump Tariffs. Urban-Brookings Tax Policy Center.
- Tax Policy Center (2026c) US Tariffs: What’s the Impact?
- Trading Economics (2025) China Household Final Consumption Expenditure (% of GDP).
- S. Department of Commerce (2022) Comunicazioni e dati su scambi Israele–Emirati Arabi Uniti post-Accordi di Abramo.
- S. Department of Commerce (2025) Comunicazioni su investimenti annunciati/reshoring e pipeline manifatturiera negli Stati Uniti.
- S. Department of State (2020) Agreement for Bringing Peace to Afghanistan between the Islamic Emirate of Afghanistan (Taliban) and the United States of America (Doha Agreement).
- White House (2017) National Security Strategy of the United States of America.
- Wolf, M. (2025) ‘The old global economic order is dead’. Financial Times.
- World Bank (2025) Households and NPISHs final consumption expenditure (% of GDP) – China.
- World Bank (2026) Global Economic Prospects. Washington, DC: World Bank.







