Se sei un rifugiato e torni in vacanza nel Paese da cui sei fuggito perché temevi per la tua vita, quel timore non era fondato. Oppure è venuto meno. In entrambi i casi, la protezione non ha più ragion d'essere. Devi essere rimpatriato.
Eppure in Italia questo ragionamento elementare non si fa. Ogni estate migliaia di titolari di protezione internazionale prendono un aereo e tornano a casa. Riabbracciano i parenti, festeggiano i matrimoni, postano le foto sui social. Poi rientrano in Italia e riprendono a incassare i benefici dello status di rifugiato. Come se nulla fosse.
La Germania non lo tollera. Dal 2024 l'articolo 47b della normativa tedesca impone l'obbligo di notifica per chi viaggia verso il Paese d'origine. Il principio è netto: se torni dove dicevi di temere per la vita, perdi il permesso di soggiorno.
La Danimarca è andata oltre. Ha revocato lo status a 94 siriani e riaperto centinaia di pratiche. Il ministro dell'immigrazione Tesfaye lo ha detto senza giri di parole: il permesso è temporaneo, quando la protezione non serve più si torna a casa. Lo ha fatto un governo socialdemocratico, non i populisti.
La Svezia, laboratorio di ogni utopia multiculturale, oggi avverte nero su bianco i propri rifugiati: non dovreste viaggiare nel Paese d'origine. Chi lo fa rischia la revoca della protezione.
E l'Italia?
L'Italia ha la stessa norma europea. L'articolo 9 del decreto legislativo 251 del 2007 prevede la cessazione dello status di rifugiato per chi si ristabilisce volontariamente nel Paese di provenienza. La clausola esiste. Solo che nessuno la applica.
Quanti titolari di protezione internazionale tornano ogni estate nel Paese da cui sono "fuggiti"? Nessuno lo sa. Quante verifiche vengono fatte sui voli per Dacca, Islamabad, Lagos, Tunisi? Zero. Quante revoche sono state disposte per viaggi nel Paese d'origine? Il numero è talmente irrisorio da non comparire in nessuna statistica pubblica.
Non si tratta di crudeltà. Si tratta di logica. La protezione internazionale è un istituto giuridico serio, nato per chi fugge davvero dalla guerra, dalla tortura, dalla morte. Trasformarla in un lasciapassare permanente per chiunque pronunci la parola "asilo" significa svuotarla di senso. E tradire chi scappa davvero.
La Convenzione di Ginevra prevede espressamente la clausola di cessazione. Il diritto europeo la recepisce. La Germania la applica. La Danimarca la applica. La Svezia la applica. L'Italia finge che non esista.
Il risultato è un sistema che premia i furbi e punisce chi rispetta le regole. Un sistema che accoglie senza verificare, protegge senza controllare, eroga senza pretendere. Un sistema che trasforma il diritto d'asilo in una finzione burocratica.
Chi solleva il problema viene immediatamente accusato di razzismo. Ma il razzismo non c'entra nulla. C'entra la credibilità di uno Stato che dice una cosa e ne fa un'altra. C'entra la tenuta di un sistema di welfare che non può reggere su presupposti falsi. C'entra il rispetto per milioni di italiani che pagano le tasse e vedono i propri soldi finire a chi, evidentemente, non aveva bisogno di protezione.
La soluzione è banale nella sua semplicità: fare quello che fanno gli altri. Monitorare i viaggi. Verificare i rientri. Revocare lo status a chi torna in vacanza nel Paese della "persecuzione". Non è cattiveria: è coerenza.
Uno Stato che non controlla chi protegge non protegge nessuno. Protegge solo la propria ipocrisia. E l'ipocrisia, alla lunga, si paga. La pagano i contribuenti, la paga la coesione sociale, la paga la credibilità delle istituzioni.
Il rifugiato che torna a casa per le ferie non è un caso limite. È il simbolo di un sistema che ha smesso di funzionare. Che ha smesso di distinguere tra chi ha diritto e chi no. Che ha smesso di pretendere.
Quando uno Stato smette di pretendere, smette di esistere.







