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GEOPOLITICA

UN MONDO CHE LASCIA FARE AGLI STATI UNITI

UN MONDO CHE LASCIA FARE AGLI STATI UNITI

Il  mondo che lascia fare agli Stati Uniti e Julian Assange che torna a parlare.

L’operazione statunitense del 3 gennaio in Venezuela non nasce da un impulso isolato né dalla decisione improvvisa di una singola amministrazione. Per comprenderla occorre inserirla in una logica multilivello in cui diplomazia riservata, assetti energetici, rapporti tra potenze e strumenti di influenza culturale convergono verso un unico punto operativo. Un attacco di questa portata, che porta alla cattura del presidente venezuelano e al suo trasferimento negli Stati Uniti, non si pianifica senza misurare attentamente le conseguenze e, soprattutto, senza verificare quali attori globali siano disposti a tollerarlo. Gli Stati Uniti hanno alle spalle il peso militare necessario per colpire, ma sanno che per evitare escalation devono muoversi dentro linee condivise, tacite o esplicitamente negoziate. Prima si prepara il contesto, poi si muove il pezzo.

Molto prima del 3 gennaio, Washington aveva già messo in movimento i propri strumenti, sanzioni economiche serrate, isolamento diplomatico, campagne di informazione, indagini giudiziarie e trattative sotterranee. Parallelamente si sono mossi elementi che non vanno letti come casuali. Il Premio Nobel per la Pace assegnato nel 2025 a María Corina Machado, figura dell’opposizione venezuelana percepita come alternativa “accettabile” al chavismo ha introdotto un linguaggio simbolico che avvicina il tema dell’intervento all’idea di liberazione, piuttosto che a quella di ingerenza. E proprio su questo terreno, il 17 dicembre, torna a far parlare di sé Julian Assange e deposita una denuncia penale contro la Fondazione Nobel, accusandola di trasformare uno strumento di pace in legittimazione morale del conflitto.

Il legame non è di causa-effetto, ma di atmosfera geopolitica. Nicolás Maduro si è presentato davanti a un tribunale federale di New York per rispondere alle accuse di narcoterrorismo e traffico di droga, un procedimento che porta con sé gravissime conseguenze legali. Le informazioni emerse negli ambienti giudiziari indicano che il quadro accusatorio su cui si basa l’accusa è ampio e supportato da testimonianze significative, inclusa quella dell’ex capo dell’intelligence militare venezuelana Hugo Armando Carvajal Barrios, un tempo influente figura dell’apparato di sicurezza di Caracas e poi rimosso con l’accusa di tradimento.

Per affrontare questa fase processuale Maduro ha scelto di affidarsi alla difesa di un avvocato di grande esperienza internazionale Barry Pollack, un penalista statunitense con oltre trent’anni di carriera alle spalle. Pollack è noto per aver rappresentato Julian Assange nel corso della lunga battaglia giudiziaria che ha portato al patteggiamento con il governo statunitense nel 2024 e alla liberazione del fondatore di WikiLeaks dopo anni di contenzioso legale tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia. La sua nomina come legale di Maduro rappresenta dunque un elemento di continuità con casi di profilo politico e giuridico estremamente complesso e testimonia la volontà del deposto presidente venezuelano di portare la sua difesa su un terreno altamente sofisticato dal punto di vista tecnico e strategico. 

Il  discorso pubblico comincia a spostarsi, la finestra si apre e diventa possibile ciò che fino a pochi mesi prima sarebbe stato impensabile.

L’altro elemento fondamentale è la gestione dei rapporti tra potenze. Gli Stati Uniti non possono permettersi fraintendimenti con attori in grado di reagire: consultazioni informali con alleati NATO, coordinamento di intelligence e contatti riservati con Pechino e Mosca sono probabilmente avvenuti nelle settimane precedenti all’operazione. Non serve ottenere un via libera esplicito, ma è essenziale evitare un veto effettivo. È verosimile che Washington abbia assicurato a Russia e Cina che i loro interessi economici sul campo non sarebbero stati annientati, che non vi sarebbe stata invasione territoriale né destabilizzazione oltre confine. All’Unione Europea, impegnata nella gestione della crisi energetica e dipendente da nuove fonti di approvvigionamento, potrebbe essere bastata la promessa implicita di maggiore accessibilità a ciò che il Venezuela custodisce sotto terra.

È la logica della convenienza multipolare dove nessuno applaude, nessuno blocca. Il sistema assorbe lo shock perché gli attori dominanti, ciascuno per ragioni diverse, non hanno intenzione di trasformarlo in un terremoto globale.

La cornice di fondo è chiara, in un mondo bipolare vecchio stile, un intervento militare americano nel “cortile di casa” avrebbe provocato risposte simmetriche, rischi di escalation e nuove linee di faglia. Nell’ordine attuale, frammentato e competitivo, gli Stati si muovono per interesse, non per allineamento ideologico. Gli Stati Uniti mantengono il primato operativo, la Cina controlla reti economiche e infrastrutturali, la Russia conserva capacità di disturbo e influenza regionale, l’Europa tenta di non farsi travolgere. Ognuno prende nota, nessuno spara il secondo colpo.

Dentro questa configurazione, l’operazione venezuelana appare come una sorta di test del sistema, quanto si può spingere, quale fino limite osservare a chi reagisce e come. La risposta, o meglio la sua assenza militare, è già un dato geopolitico. Se Caracas scivola senza scosse fuori dal blocco russo-cinese e torna sotto un ombrello di influenza statunitense, significa che il margine di manovra americano nell’emisfero è ancora più ampio di quanto molti analisti pensassero negli anni recenti.

Il mosaico sudamericano entra così in una fase fluida, e ogni tessera diventa osservabile sia per ciò che contiene sia per ciò che potrebbe diventare. La domanda ora non è più se l’operazione venezuelana fosse possibile, ma cosa concretamente avvierà dopo aver dimostrato che lo era. Il futuro si misurerà non tanto nella forza fisica impiegata, quanto nella forma silenziosa dell’assenso internazionale che l’ha resa praticabile. Un equilibrio fragile, ma rivelatore.

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