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GEOPOLITICA

UCRAINA, IL NEGOZIATO INVISIBILE

UCRAINA, IL NEGOZIATO INVISIBILE

Ucraina, il negoziato invisibile e la soglia dell’Occidente

La Russia continuerà le trattative con gli Stati Uniti per una pace in Ucraina attraverso due inviati speciali, Steve Witkoff e Jared Kushner. La data del 2 dicembre segna un passaggio silenzioso ma potenzialmente decisivo nella traiettoria del conflitto ucraino. Non tanto per un fatto risolutivo, quanto per il consolidarsi di una dinamica che da mesi si muove sotto la superficie: l’idea che la guerra possa essere “chiusa” non attraverso un vero processo multilaterale, ma mediante un canale privilegiato tra Washington e Mosca. È in questa geometria ristretta che si gioca una partita più ampia, che riguarda la natura stessa dell’ordine euro-atlantico.

Il nodo gordiano non è il cessate-il-fuoco in sé, ma la titolarità politica del negoziato. Chi definisce le condizioni territoriali, le garanzie di sicurezza, il quadro della ricostruzione e, soprattutto, lo status internazionale dell’Ucraina nel medio-lungo periodo, esercita un potere che va ben oltre il conflitto attuale. In questo senso, l’elemento più fragile non è Kiev, ma l’Europa. Un formato negoziale percepito come bilaterale rischia di comprimere lo spazio decisionale europeo, trasformando gli alleati in attori secondari di una pace costruita altrove. Il rischio è strutturale: un accordo che appaia imposto, o semplicemente negoziato senza un pieno coinvolgimento europeo, potrebbe erodere la coesione interna della NATO e dell’Unione Europea, minando la credibilità delle garanzie occidentali proprio nel momento in cui dovrebbero essere rafforzate. La guerra in Ucraina non è soltanto un conflitto regionale; è diventata un test di affidabilità sistemica per l’Occidente.

Le paure di Emmanuel Macron incarnano questa vulnerabilità continentale. Il presidente francese, in un incontro ravvicinato con Zelensky, ha espresso allarme per le concessioni territoriali che potrebbero emergere dal dialogo stati Uniti, Russia, temendo che Kiev sia spinta a cedere asset strategici come Pokrovsk e altri hub logistici orientali già sotto pressione russa. Macron vede in questo negoziato un rischio di “resa mascherata”, dove l’Europa pagherebbe il prezzo di avanzate militari russe accelerate proprio nei giorni clou, con Mosca che consolida guadagni sul campo mentre Washington privilegia un compromesso rapido.

In questo quadro si inserisce il messaggio lanciato da Mosca nello stesso arco temporale. Le dichiarazioni attribuite a Vladimir Putin, secondo cui la Russia sarebbe “pronta alla guerra se l’Europa la vuole”, non vanno lette come semplice retorica: sembrano più appartenere a un’operazione calibrata di deterrenza comunicativa. L’obiettivo non è annunciare un’escalation imminente, ma ridefinire la narrativa della responsabilità. Da un lato, la Russia tenta di spostare l’onere politico di un eventuale fallimento negoziale sugli europei, presentandoli come attori ideologici o intransigenti. Dall’altro, lavora sulla stanchezza strategica dell’opinione pubblica occidentale, alimentando la percezione che il costo della prosecuzione del conflitto superi quello di un compromesso imperfetto. In questo senso, la negoziazione stessa diventa uno strumento di pressione: non un’alternativa alla forza, ma una sua estensione psicologica.

Questa gestione delle soglie militari, politiche, percettive è ormai una componente strutturale della competizione contemporanea che più volte abbiamo messo in evidenza in altri conflitti. Potremmo quindi dire “niente di nuovo sotto al sole”: la guerra non procede più per rotture nette, ma per scivolamenti progressivi, in cui ogni dichiarazione, ogni canale diplomatico, ogni ambiguità calcolata contribuisce a ridefinire tutto quello che è accettabile e tutto quello che non lo è. L’Europa si trova davanti a una scelta implicita ma cruciale: accettare una posizione dipendente in nome della stabilità immediata, oppure rivendicare un ruolo politico pieno, anche a costo di prolungare l’incertezza.

In definitiva, in gioco non c’è solo il futuro dell’Ucraina. Se la pace diventa il prodotto di intese ristrette e pressioni asimmetriche, il precedente che si crea rischia di valere ben oltre questo conflitto. È su questo crinale, più che sul campo di battaglia, che si sta decidendo la vera posta geopolitica della guerra.

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