di Aldo A. Mola
Evita Perón: emancipare i poveri per unire l'Argentina
Il 13 ottobre 1945 il cinquantenne Juan Domingo Perón (1895-1974), all'epoca colonnello, fu arrestato dalla “cupola” di alti gradi militari che temevano si mettesse a capo del fronte riformatore (radicali, democristiani e “sinistre”) con il sostegno dell'ambasciata degli Stati Uniti d'America, favorevoli a una svolta “democratica” dell'Argentina. I perni del Paese erano le forze armate, la chiesa e i sindacati operai. Bisognava trovare il punto d’incontro, mediazione e sintesi, in una visione planetaria del dopoguerra. Perón aveva all'attivo la decisione dell'Argentina di dichiarare guerra alla Germania di Hitler e i suoi alleati, sia pure all'ultimo minuto, nel marzo 1945. Sedere in Europa al tavolo della pace significava poter dare una mano al vinto. Molti italiani e tedeschi ne profittarono per varcare l'Atlantico in modi fortunosi (spesso assistiti dalla Chiesa) per eludere il “regolamento di conti” nei giorni del sangue. Ma la dichiarazione di guerra significava anche guardare lontano e incentivare scambi commerciali a tutto vantaggio di economie messe in ginocchio e bisognose di beni di consumo e derrate alimentari (carne congelata, frumento, zucchero...).
Due giorni prima dell’arresto, Perón rassegnò le dimissioni da vicepresidente del governo e da ministro della guerra e del lavoro: le tre posizioni chiave ricoperte in quel momento. Nel breve commiato raccomandò alla folla di rispettare l'ordine pubblico e ammonì: «Se un giorno si rivelasse necessario, vi chiederò di battervi.» Fu carcerato nell'isola di Martín García, lungo il Rio della Plata.
Come molti altri uomini politici dinnanzi alla sconfitta visse per alcune ore “la tempesta del dubbio”. Era capitato anche a Giuseppe Mazzini. Fino a che punto poteva e doveva capitanare la svolta dell'Argentina dalla “década infame” a una democrazia del lavoro? Perón, che per non rischiare troppo aveva deciso di lasciare il servizio attivo, raccomandò in una lettera all'amico Mercante di avere cura della sua compagna, Evita Duarte, giovane e priva di tutele politiche. Gli confidò: «Non appena andrò in pensione, ci sposeremo e ce ne andremo via.» Informò quindi Evita di aver chiesto il collocamento a riposo: «Se riesco a farmi mandare in pensione potremo sposarci l'indomani stesso. […] Impara ad aspettare. Tutto questo finirà presto e avremo tutta la vita per noi. Ciò che ho già fatto mi giustifica davanti alla storia e so che il tempo mi darà ragione. Comincerò a scrivere un libro su tutto ciò e lo pubblicherò il più presto possibile. Allora vedremo chi avrà ragione…»
Ma doveva scegliere: scrivere di storia o fare storia? A decidere furono gli argentini. Massone di ormai lungo corso, aveva la tempra di Giuseppe Garibaldi, venerato in Argentina, capace di chiamare all'azione i compagni di loggia e di ricordare i valori e i doveri giurati all'iniziazione: verso la patria e verso se stessi, non per fini egoistici ma come patrioti.
Il 16 ottobre Perón fu trasferito dal carcere all'ospedale militare di Buenos Aires. La Confederación General del Trabajo (CGT), il suo principale pilastro, proclamò lo sciopero generale per il 18. Ma il 17 i suoi sostenitori (popolani, disoccupati, “campesinos”...) si raccolsero spontaneamente in Plaza de Mayo, cuore pulsante della capitale. Nel caldo torrido molti si tolsero la camicia. I “descamisados” chiesero l'immediata liberazione del colonnello e la ottennero. Il 17 ottobre divenne la data di nascita del peronismo. Cinque giorni dopo Perón sposò la ventiseienne Maria Eva Duarte a Junín, ove risiedeva la sua famiglia e da dove dieci anni prima era partita per tentare la carriera di attrice cinematografica.
A fine anno Perón intraprese la campagna elettorale coronata il 24 febbraio 1946 con l'elezione a presidente della Repubblica. Sul treno denominato “El Descamisado” e nei comizi, ebbe a fianco costantemente la moglie. Un giorno in cui si sentiva stanco le affidò di affrontare il pubblico. Con la sua voce roca e attrattiva, dai toni variabili e avvolgenti, Evita se la cavò benissimo. Capiva il suo uditorio. In gran parte erano uomini ancor privi organizzazioni. La forza nuova stava nell'“andare al popolo”, formato da masse ancora confuse e indistinte, analfabete e spesso dalle parlate che ne facevano una sorta di arcipelago disconnesso.
Unire e “rappresentare” gli Argentini in sé e nel mondo
Da quel momento Eva Duarte de Perón, a tutti nota col diminutivo Evita (Los Toldos, 7 maggio 1918-Buenos Aires, 26 luglio 1952), risultò non solo compagna del colonnello ma ispiratrice del nascente “partito unico della rivoluzione”, poi detto “peronista”. Fu un caso unico nelle Americhe e del tutto nuovo anche rispetto all'Europa. Le regine brillavano di luce riflessa, mentre nessuna moglie di primi ministri esercitò personalmente potere politico in posizione apicale: un privilegio ancora maschile (e non solo nella Vecchia Europa), anche per lo stretto legame fra questo e il potere militare, quasi un'endiadi rafforzata dai cinque anni della Grande Guerra. Lo stesso avvenne nell'America settentrionale, ove Franklin Delano Roosevelt (1882-1945), eletto presidente degli USA nel 1932, confermato tre volte (1936, 1940 e 1944) e propugnatore del New Deal al quale lo stesso Perón in parte si ispirò, ebbe suggeritrice la moglie (e cugina) Eleanor, nipote di Theodore Roosevelt (presidente dal 1901 al 1909). Impegnata sul fronte dei diritti civili, dell'emancipazione femminile e degli afro-americani, Eleanor ebbe vita privata assai “aperta”, ma non a fianco del consorte. Svolse ruoli rappresentativi soprattutto da vedova, all'ONU e per la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, ma, appunto, dopo la morte del marito. Nel Novecento nessun'altra moglie di un capo di Stato o di primo ministro assunse ed esercitò potere politico in prima persona. Non fu il caso di Mussolini, di Hitler (peraltro “celibe”), di Franco e neppure di Stalin.
Evita Perón, invece, svolse ruolo politico non solo eminente ma da protagonista. Tra le sue personali conquiste spiccò la legge 23 settembre 1947, n. 13010 che stabilì l'uguaglianza dei diritti civili e politici di maschi e femmine, sia argentini sia stranieri residenti in Argentina, e, quindi, l'elettività delle donne alle cariche pubbliche. Una svolta epocale, che non si fermò alle urne ma investì la vita quotidiana, i costumi e i rapporti con la chiesa.
Quando Perón la conobbe, il 22 gennaio 1944, durante le operazioni di soccorso alla popolazione di San Juan, vittima di un terremoto che causò almeno diecimila morti, Evita aveva alle spalle un’esistenza assai travagliata. Quinta dei cinque figli illegittimi di Juan Duarte, piccolo proprietario terriero, e della cuoca, Juana Ibarguren, Evita conobbe ristrettezze, umiliazioni ed ebbe una modesta formazione scolastica. A scuola spiccò solo per bravura nelle recite. Il padre naturale morì quando aveva appena otto anni. A funerali Evita stentò a farsi largo tra i fratellastri per piangerne la salma. Quand’era poco più che quindicenne fu incoraggiata dalla madre a lasciare Junín per Buenos Aires, per intraprendere la carriera che sentiva sua.
Avviata allo spettacolo dal tanguero Augustín Magaldi, suo primo “compagno”, dal 1939 alternò programmi radiofonici a rappresentazioni teatrali e comparse marginali in film, con guadagni però sufficienti ad acquistare l'appartamento in Buenos Aires, ove, dopo l'incontro di San Juan e l'“amore a prima vista”, ospitò il colonnello Juan Domingo ancor prima del matrimonio.
Da moglie del presidente, Evita fondò il partito peronista femminile e conquistò immediata e vastissima popolarità per la sua onnipresenza nel mondo lavoro e dei sindacati. Nel 1947 su mandato del consorte compì un lungo viaggio in Europa, iniziato con la visita a Madrid, ove fu solennemente ricevuta da Francisco Franco e dall'intero governo e venne insignita della Gran Croce dell'Ordine di Isabella la Cattolica, il più prestigioso della Spagna. Accolta da Pio XII, come da altri capi di Stato e di Governo, rientrò in patria passando trionfalmente dal Brasile e dall'Uruguay. Il 23 agosto 1947 fu attesa a Buenos Aires da immensa folla festante. Ormai era molto più che la moglie del presidente. Era il suo braccio destro. Era la voce e l'immagine della nuova Argentina. Incarnava un'Idea.
L'anno seguente istituì la Fondazione Eva Perón, che in breve divenne una sorta di governo parallelo a quello dello Stato. Si dedicò all'istruzione infantile, con speciale attenzione per i figli di famiglie povere e analfabete, e alla costruzione di case popolari. Ma il banco di prova più impegnativo, perché bisognoso di grandi mezzi, fu la sanità: costruzione di ospedali, ricerche scientifiche e lotta contro malattie endemiche, dalla tubercolosi alla malaria e alla sifilide.
Pronta a ostentare con disinvoltura abiti lussuosi e a indossare gioielli sfarzosi quando ne vedeva necessità, Evita vestiva nei modi più semplici se visitava le città più modeste di un'Argentina che in pochi anni registrò una crescita senza precedenti del prodotto interno lordo.
Il repentino tramonto e la drammatica fine
Nel volgere di pochi mesi, però, la sua stella si avviò al tramonto. Iniziò la stagione degli improvvisi svenimenti durante manifestazioni pubbliche. Nel gennaio 1950, nel corso dell'asportazione dell'appendice, le venne diagnosticato un tumore all'utero. Sua madre l'aveva superato con l'isteroctomia totale. Evita, trentaduenne, la rifiutò. L'anno seguente Perón si candidò alla rielezione. La CGT e varie correnti politiche e culturali chiesero che fosse formalmente candidata alla vicepresidenza. Dopo lunghe esitazioni, con un accorato discorso radiofonico Evita stessa annunciò la sua rinuncia. Chiese di essere ricordata come la donna che al fianco di Perón si era dedicata al popolo argentino. Quella era la sua “bandiera sino alla vittoria”. Partecipò alle elezioni del novembre 1951 votando nel letto dell'ospedale ove era stata operata nella speranza di arginare il male, ormai devastante. Negli stessi giorni uscì il suo memoriale “La ragione della mia vita”, tradotto in varie lingue. Il 1° maggio 1952 pronunciò il discorso per la festa dei lavoratori. Nel suo 33° compleanno fu nominata capo spirituale della nazione argentina. Il 4 giugno partecipò alla sfilata per la festa del secondo mandato presidenziale ritta su un auto scoperta a fianco del presidente, forse grazie a un supporto metallico e imbottita di antidolorifici. Morì il 26 luglio. Gli antiperonisti (clericali, reazionari e qualche “politico” insofferente del suo prestigio...) per mesi avevano scandito: “Viva il cancro”. Non pochi militari si erano schierati contro la sua candidatura a vicepresidente nel timore che, in caso di premorienza del marito (magari per uno dei molti attentati orditi in quegli anni), avrebbe assunto il comando delle forze armate.
La morte mostrò l'immensa popolarità di Evita, che fu compianta con partecipazione sincera dalla generalità degli argentini e riecheggiò con emozione anche in Paesi lontani. Divenne un mito inscalfibile. In suo onore Juan Domingo progettò un mausoleo e una statua gigantesca: un sogno vanificato dalla sua caduta.
La salma di Evita venne accuratamente imbalsamata perché era destinata a rimanere esposta in una teca, come quella di Lenin, in unione perpetua con il “suo” popolo. Un disegno poco gradito alla chiesa, perché duplicava il culto delle reliquie. Evita, d'altronde, aveva aspirato alla popolarità, non alla “santità”. A quest'ultima preferiva la sacertà. Erano gli anni nei quali la Costituente italiana stabilì che è «sacro dovere del cittadino difendere la Patria» (tre deputati della democrazia cristiana, tra i quali Aldo Moro, si astennero).
Nel 1956, incalzato dal colpo di stato militare, Perón abbandonò precipitosamente l'Argentina per la Spagna, lasciando dov'era la salma di Evita, che fu custodita dal capo dei servizi informazioni dell'esercito, Carlo Eugenio Koenig. Il generale Aramburu decise infine di liberarsi dalla sua ingombrante presenza. Evita rimaneva Vita, profezia del ritorno del peronismo. Perciò, dopo lunga mediazione, il suo feretro venne traslato nel cimitero di Musocco a Milano e sepolto sotto il nome di “Maria Maggi, vedova de Magistris”, identico, in parte, a quello di una donna effettivamente esistita. Maria era uno dei nomi di Evita, Maggi de Magistris evocava il marito massone, gran maestro di un “Ordine di Maggio”.
Il 1° settembre 1971, infine, il corpo venne consegnato a Perón, che viveva alla Porta de Hierro in Madrid.
Isabelita: una lunga infelice “comparsa”
Da undici anni Perón aveva sposato María Estela Martínez Cartas, che prese nome di Isabel Martínez de Perón, nota come Isabelita. Era nata a La Rioja il 4 febbraio 1931 ed è tuttora vivente, in maniera appartata, dopo transiti in conventi e sempre sotto protezione ecclesiastica.
Cantante e ballerina di night club, Isabelita era circondata da personaggi inquietanti. Di modesta formazione culturale, scarsa sensibilità politica (un'“arte” che non si impara) e generalmente scostante, fu lontanissima dal replicare la figura e il ruolo di Evita. Nondimeno, quando venne l'ora, fu a fianco di Perón in occasione del “grande ritorno” da Madrid a Buenos Aires, ove la rete dei fautori dell'ex presidente si incentrò fu membri della loggia “Propaganda massonica” n. 2, orchestrata da Licio Gelli: Héctor José Cámpora, eletto presidente nelle prime votazioni regolarmente indette e svolte dopo la precipitosa partenza di Perón, quasi vent'anni prima, e il generale Emilio Eduardo Massera. José López Rega (1916-1989), poliziotto divenuto uomo di fiducia del generale Perón, fece da tramite tra lui, Gelli e i vertici politico-militari argentini, con il benestare degli Stati Uniti d'America e di Francisco Franco. Tutti sapevano che Rega era non solo massone ma dedito all'occultismo ed era pertanto noto come “el brujo”, lo Stregone. Coltivava curiose teorie sul nesso tra consenso politico, colori e profumi degli ambienti sia pubblici sia privati. Franco, che ebbe occhio di riguardo nei confronti di Perón, della sua cerchia e dell'intera operazione del “grande ritorno”, detestava la massoneria, ma all'occorrenza non “vedeva” i massoni. Lo aveva fatto con il generale e presidente USA Dwight Eisenhower in visita di Stato a Madrid e con gli ufficiali organizzati in logge nelle basi americane in Spagna. Quindi, con sano realismo, non “notò” il massonismo di Juan Domingo e e dei suoi “fratelli”, Gelli compreso.
Approdato a Buenos Aires e asceso nuovamente al potere, Perón fece eleggere vicepresidente Isabelita, senza le esitazioni vissute al tempo di Evita. Alla sua repentina morte, a 78 anni, la vedova esercitò i poteri presidenziali previsti dalla costituzione. Ma la sua linea politica subì una torsione che presto divise i peronisti in fazioni opposte. López Rega non tardò a organizzare la “Triple A”, un’organizzazione paramilitare addetta alla eliminazione degli avversari in maniera sbrigativa: arresto, torture, assassinii.
Il 24 marzo 1976 Isabelita fu rovesciata da un colpo di stato militare e riparò in Spagna. López Rega la imitò, ma passò poi negli USA ove venne arrestato ed estradato in Argentina. Vi fu sottoposto a processo durante il quale morì (1989).
Si dileguarono altri uomini della cerchia di Isabelita, come Giuseppe Cambareri (1901-1972), massone, occultista, rosacrociano, autore di un'opera sull'unità del mondo, a lungo in contatto con il Maresciallo Pietro Badoglio e in loggia con suo figlio Mario.
La profanazione della salma di Perón
Se la salma di Evita, dopo lunghe peregrinazioni, trovò pace, molto più complicata risultò la sorte di quella di Perón. Sepolta nel cimitero della Chacharita, a Buenos Aires, fu profanata. Nel 1987 le vennero amputate e asportate le mani. Le interpretazioni del macabro gesto furono varie. Forse i profanatori cercavano un anello che recava inciso il codice bancario indispensabile per aprire cassette di sicurezza in Svizzera o accedere al tesoro (suo e forse anche a quello di Evita?) accumulato (si disse) con le donazioni dei nazisti rifugiati in Argentina: frutto di predazioni ai danni degli ebrei. Oppure l'amputazione, compiuta con una sega elettrica, volle costituire uno sfregio per il suo supposto tradimento nei confronti di impegni assunti con organizzazioni segrete (la P2?). Non se ne venne mai a capo. Successivamente la salma fu traslata alla villa “Quinta 17 de octubre” a San Vicente (provincia di Buenos Aires), ove riposa.
In sintesi Juan Domingo ed Evita Perón furono uniti per pochi anni (1944-1952) e i loro corpi non sono mai stati ricongiunti. Quale sorte, più tardi possibile ben inteso, attende quello di Isabelita? Sono in molti a domandarselo a cospetto del nuovo presidente dell'Argentina, Javier Milei, di origine calabrese e dalla doppia cittadinanza (argentina e italiana), che ha per cifra la motosega. Docente universitario di macro e microeconomia, autore di una decina di libri, fautore dell'anarchia liberatrice dallo Stato, celibe e senza figli Milei dichiara di praticare sesso tantrico.
L'Argentina non cessa di sorprendere. Dopo l'approvazione del Mercosur, va studiata a fondo per evitare che le sorprese siano negative. Ma per capirla occorre, appunto, partire almeno da Juan Domingo ed Evita, come anche da Isabelita e López Rega, per arrivare al presente, talvolta sconcertante.
DIDASCALIA:
1-Evita Duarte de Perón saluta la folla con le braccia alzate, come usava fare Juan Domingo, contrario a levare solo il sinistro o il destro.
La celebre canzone “No llores por mi, Argentina” (Non piangere per me, Argentina) le venne attribuita nel “musical” di Andrew Lloyd Webber (1976). Spettacolo di grande e durevole successo, concorse a ravvivare il mito di Evita, proprio quando anche Isabelita disparve dalla scena politica.
2-María Estela Martínez Cartas (Isabel Martínez de Perón, detta Isabelita) con il marito.







