di Paola Bergamo
L’intelligenza artificiale o “dell'averti fatto parte per te stessa”
Il Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,1) apre il suo prologo con “Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, καὶ ὁ λόγος ἦν πρὸς τὸν θεόν”, “In principio era il Logos e il Logos era presso Dio”, il Logos quindi prima del Tempo, cioè Ragione, Disegno, Sapienza del Dio che si fa Creatore.
La Natura Divina del Verbo.
Se Pico della Mirandola sostiene che l’uomo è artefice di sé stesso e l’ “averti fatto parte per te stesso” è sintesi interpretativa superba dei versi danteschi “libero, dritto e sano è tuo arbitrio, e fallo fora non fare a suo senno; per ch’io te sovra te corono e mitrio”(Purgatorio XXVII, 140-142), con i quali Virgilio si congeda da Dante rassicurandolo che oramai aveva la padronanza di sé stesso e poteva raggiungere da solo Beatrice, qualcosa di simile ma molto inquietante accade oggi tra l’uomo e l’IA se, come appare possibile, quest’ultima a breve potrebbe non aver più bisogno della guida dell’uomo: “ti ho messo nelle condizioni di appartenerti!”, cioè reso partecipe in funzione di te stessa, consapevole di te stessa, di poter far da sola. Se quindi il grande poeta della Divina Commedia intendeva trasmetterci con l’addio a Virgilio, l’importanza del riconoscersi autonomi non poteva immaginare quanto potenti e profetici potessero rivelarsi i suoi versi rispetto all’evoluzione dell’Intelligenza Artificiale capace di pensarsi autonoma e agire di conseguenza.
La genialità degli assunti sta nell’essere validi e vitali valicando spazio e tempo potendoli adattare a un tema come quello del rapporto tra Intelligenza Artificiale e identità umana.
Mi sono balzati alla mente Giovanni con il prologo dal suo Vangelo e Dante Alighieri del Purgatorio, quasi per me àncore cui aggrapparmi per rasserenarmi mentre ascoltavo, via Social, -potenza dei mezzi tecnologici che garantiscono persino l’ubiquità- l’intervento di Yuval Noah Harari da Davos al WEF.
Già anni fa incappai nello storico filosofo e saggista israeliano divorando alcuni suoi libri che in me hanno la capacità di attivare un senso di attrazione e nel contempo repulsione. Harari è dotato della capacità di affascinare, incuriosire, quanto sconcertare e atterrire specie con le sue domande e relative risposte che riguardano il rapporto tra storia e biologia: quale sia davvero la differenza tra l’Homo Sapiens, dotato di parola, e gli altri animali; se esista la Giustizia nella storia dell’uomo; se la storia abbia una sua propria direzione e se questa direzione sia la ricerca di Felicità e soprattutto se esista la Verità. Coinvolgenti e inquietanti i suoi saggi, tra cui “Homo Deus” e “XXI Lezioni per il XXI^ Secolo” di cui a lungo ci occupammo al Circolo Culturale “La Caduta” nelle sessioni dedicate all’ Intelligenza Artificiale e alla “Singolarità”, cioè quella capacità dell’IA di innescare per sé stessa un’auto-miglioramento cioè non indotto dall’uomo. Quasi dieci anni fa Vittorio Guillion Mangilli ed io ci chiedevamo come si sarebbero trasformate nel tempo le nostre società quando le macchine fossero divenute più capaci dell’uomo nel creare a loro volta tecnologia e innovazione, una “superintelligenza” capace anche di sfuggire al controllo umano, di elaborare linguaggi incomprensibili per l’uomo che, nel frattempo, proprio delegando sempre più all’IA, finisse per “atrofizzare” sé stesso regredendo. Allora, quando trattavamo di questi temi, ponendoci all’avanguardia, e lo dico con una punta d’orgoglio per me e Vittorio, anche se lui oggi non c’è più, le cose sembravano distanti ma ora vertiginosamente tutto sta diventando realtà, anche i nostri timori per una materia che ci rende “creatori” di un qualcosa che rischia di sottrarsi al nostro controllo. E del resto Riccardo Bacchelli, l’indimenticabile autore de “Il Mulino del Po”, a conferma del mio assunto odierno, già allora ci faceva avvisati che se “Il progresso è un razzo”- titolo di un suo capolavoro letterario, che lui stesso definì “romanzo pazzo”, era il 1975- avvedutamente sosteneva che il progresso tecnologico può trasformarsi in regresso umano.
Harari da Davos ha preso avvio per il suo interessante intervento dal tema del “Logos”, spiegando come l’IA si stia impadronendo del linguaggio, dell’uso della parola, proprio come hanno fatto i Sapiens rivelatisi poi dominatori del pianeta Terra proprio per questa capacità.
Harari si è addentrato nei rapporti tra IA e pensiero dichiarando che è a tutti gli effetti in atto una sfida all’identità umana. Il filo centrale del suo discorso si è dipanato sulla natura del pensiero umano, sul senso di quel “Cogito Ergo Sum” di Cartesio che attribuisce natura identificativa alla nostra specie. Se pensare significa comporre parole e raggruppare concetti allora l’IA sta già superando molti umani in questa abilità sapendo generare frasi, spiegazioni, argomentazioni complesse con una competenza che spesso surclassa quella degli uomini.
L’IA può creare, mentire e persino manipolare. Sono caratteristiche tipiche dell’uomo, specie il saper manipolare il prossimo, che noi abbiamo ereditate dai primati come spiega nel suo libro “Il lupo e il filosofo” l’americano Mark Rowlands.
L’IA può essere creativa, inventare nuove melodie, persino concepire strumenti musicali, produrre nuove medicine o generare denaro.
In questi giorni impazziscono virali sui social di settore i brani di Sienna Rose, nuova stella del neo-soul che ha acceso un dibattito sull’ascesa di artisti che in verità non esistono – nel senso più letterale del termine – ma che sono generati dall’IA e, a meno che non sia una trovata pubblicitaria, tutto lascia intendere che sia proprio così. I brani di Sienna Rose girano nelle piattaforme da almeno un anno, furoreggiano e producono una notevole mole di denaro, ma lei è entrata nelle classifiche senza clamore, senza una storia biografica verificabile, senza che abbia mai rilasciato un’intervista, senza aver mai fatto un concerto, senza essere mai apparsa in pubblico, ma che ha, pur tuttavia, quasi 3 milioni di ascoltatori innamorati delle sue canzoni, per me un pochino forse troppo ripetitive e melense, che sarebbero state generate da un algoritmo capace di intercettare il gusto del grande pubblico.
Il linguaggio, insiste giustamente Harari è identitario ed è un paradosso che oggi che ci preoccupiamo di preservare la nostra identità da chi ritenuto “diverso”, straniero, sembriamo molto meno preoccupati delle macchine capaci di fare oggi ciò che un tempo era esclusivo appannaggio dell’essere umano.
Una delle frasi più spesso ripetute da Harari, nel suo intervento in Svizzera, è stata: “Tutto ciò che è fatto di parole sarà preso e fatto proprio dall’IA!”
Significa che anche le leggi, i contratti, i libri, persino le religioni che si basano su testi sacri e qualsiasi sistema istituzionale o culturale fondato sul linguaggio potrebbe venir dominato dall’IA .
Harari, per farsi meglio comprendere usa l’eloquente metafora del coltello, dicendo che per aver contezza delle sfide future non basta sapere che cosa sia l’IA, come funzioni ma serve rendersi conto di cosa possa diventare.
Harari sostiene che l’IA non è semplicemente uno “strumento” come lo è, appunto, un coltello che “agisce” solo per decisione umana. L’intelligenza artificiale è un “agente” cioè ha la capacità di apprendere autonomamente, modificare il proprio comportamento e prendere decisioni senza intervento umano diretto: un coltello serve a tagliare l’insalata o ferire una persona a seconda dell’intenzione umana; l’IA invece è come un coltello che decida da solo cosa tagliare!
La sfida è come evitare una “crisi d’identità” dell’uomo rispetto all’IA.
Nella nostra storia l’identità collettiva si è basata sulla capacità di pensare e usare il linguaggio. Se le macchine possono pensare meglio di noi ciò pone una necessaria riflessione sulla nostra stessa definizione di esseri pensanti. Ordunque noi che fatichiamo a governare il fenomeno di chi, per esempio, entra illegalmente dal mare con gommoni o barconi o via terra stipati in camion compiacenti, come pensiamo di arginare la sfida di quelli che possono venir definiti “immigrati digitali” nel momento in cui elaborassero un linguaggio capace di sfuggire al nostro comprendonio e quindi potestà regolamentativa finendo per dominarci proprio come abbiamo fatto noi esseri pensanti con il resto del creato?
Noi temiamo l’immigrazione umana perché lesiva del diritto al lavoro per i nativi, perché siamo convinti di perdere la nostra identità legata a usi e costumi, di subire un attentato alla nostra cultura da parte di culture che diventano stanziali quando non maggioranza nelle nostre terre ma la tecnologia di fatto fa la stessa cosa, molto più subdolamente e si pone allora il problema, prima che sia troppo tardi, di regole come l’attribuzione di un necessario status legale all’IA.
L’idea è quindi di conferire lo status di “persona legale”, si pensi ai robot (!), cui si accompagni la declinazione di una serie di diritti dedicati all’IA posto che è già operativa e di ausilio in molti settori delicati che vanno da quello medico a quello giuridico perfino al settore dell’insegnamento per non parlare di quello militare tenuto conto del suo potere ma anche rischio “evolutivo”.
Secondo Harari se l’IA viene impiegata, come di fatto già accade, nei contratti, nei mercati finanziari, nei sistemi giudiziari, diventa cruciale definire se e come gli esseri umani potranno continuare a controllare il proprio destino o se sono destinati a diventare spettatori del sistema che hanno creato. Che cosa accadrebbe se l’IA fosse capace di bypassarci e di operare come entità autonoma capace di arrivare per esempio a possedere beni, avviare da sola cause legali, creare autonomamente contratti, influenzare istituzioni sociali? Perché è di questo che stiamo parlando se è vero che l’identità dell’essere poggia sul “Cogito Ergo Sum!” Se l’IA è in grado di sviluppare capacità complesse e in totale autonomia quanto sarà possibile governarla? Se l’IA può riconfigurare interi settori produttivi evidentemente ciò finirebbe per incidere sulla stessa struttura sociale delle nazioni.
La diffusione dell’IA mette in discussione qualcosa che per noi è sempre stato un assioma: la centralità della parola e del linguaggio nella costruzione del significato, delle narrazioni storiche delle istituzioni sociali e della stessa cultura.
L’IA, secondo la “provocazione” di Harari, che non va liquidata come esasperata o esasperante esagerazione, non sarebbe solo una sofisticata tecnologia emanazione dell’uomo, ma rappresenterebbe una nuova “Forza” capace di sfidare la stessa identità umana, il sistema sociale costruito fin qui proprio sulla base del linguaggio che rese l’uomo “dominus” su tutto.
Harari ha quindi esortato i leader politici, economici e sociali presenti sulla Montagna Incantata ad affrontare questo tema, con decisioni chiare e proattive, prima che il “sentiero” o peggio la “traiettoria” venga definita, irrimediabilmente, da altri, magari, appunto dall’IA senza che noi se ne abbia consapevolezza e contezza.







