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CULTURA

Il re del mondo: tra globalismo, sovranismo e universalismo

Il re del mondo: tra globalismo, sovranismo e universalismo

IL RE DEL MONDO

In ordine allo spazio, per circa tre decenni, nell'Unione europea ha echeggiato ovunque il “verbo” del globalismo. Altro modo per dire ciò che, nel mondo, è stata la manifestazione di una nuova forma di imperialismo, a guida Neocon, introdotta come sempre è accaduto nel corso della storia, da un nuovo testo sacro, e nello specifico: "La fine della storia e l'ultimo uomo" (1992) del politologo statunitense Francis Fukuyama. Al verbo – volgarmente inteso in senso positivo - del globalismo, la logica comune o volgare ha contrapposto – in senso negativo – il verbo del sovranismo.

In ordine al tempo, la costruzione del nuovo verbo non poteva fare altro che operare una frattura tra il passato e il futuro. Un meccanismo, questo, che opera nel senso di separare o dividere, per l’appunto il vecchio dal nuovo, e imperare: divide et impera. Si tratta, comunemente, del verbo stoico di Augusto pareggiato dal verbo cristiano. In entrambi i casi, infatti, il tentativo è quello di rompere la continuità storica degli eventi conforme alla tradizione dell’eterno ritorno degli avatara o eventi cosmici della natura.

E quindi, attualmente, un’ennesima operazione di costruzione, agita dai nuovi architetti e fabbri di fine e inizio secolo, ora interrotta dal verbo Trumpiano. E tuttavia, se limitassimo l’analisi dell’attuale cambiamento all’avvento del secondo mandato di Trump, argomenteremmo falsamente. Infatti, ciò di cui occorrerebbe discutere è piuttosto un antichissimo fenomeno, ovunque presente nella storia dell’uomo, di “uscita dal mondo”.

In specie, l’exit strategy (dal mondo) imperialista instaura una linea di continuità della storia, un continuum 'spaziotemporale', limitato tuttavia all’Occidente. Senza tenere affatto conto che il verbo imperialista – come ben documentato e descritto in particolare da Mario Liverani in numerosi suoi saggi e in specie nel suo “Oriente Occidente” (2021) – appare storicamente già nel corso almeno del XXIV secolo dell’era antica nella forma dell’impero accadico di Sargon il Grande (accadico: 𒊬𒊒𒄀, Šar-ru-gi, "il re vero, legittimo").

E dunque, in definitiva, nient’altro che costruzioni, verbali, e poi tentativi mai compiuti, nel senso di mai perfettamente realizzati, perché sempre fronteggiati da ciò che rappresenta l’Altro e dimora al di là della linea di confine, separazione o divisione tracciata dall’Uno. Indifferentemente. E così, nell’attualità, la fine del progetto imperialista è senz’altro da addebitarsi al concorso della volontà dei diversi attori che occupano, attualmente, la scena del teatro del mondo, ovvero Trump, Putin, Xi, e gli altri.

Per non annoiare ulteriormente il lettore, mi limito qui di seguito a tre annotazioni:

1) la differenza tra globalismo e sovranismo è soltanto una forma di inganno retorico, dato che l’imperialismo o globalismo, per attuarsi in modo definitivo, presuppone una forma di sovranismo mondiale o universalismo.

2) l’universalismo – questo più antico verbo – rappresenta una teoria molto più antica di quanto comunemente si ritiene. Essa rappresenta una vera e propria arte della fuga o, come dicono gli Autori di “Il mulino di Amleto”, Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend, “un regno quasi mai esplorato e registrato sulle carte. Da qualunque parte vi si penetri, si rimane prigionieri della stessa sconcertante complessità circolare, come all’interno di un labirinto: esso non possiede, infatti, un ordine deduttivo in senso astratto, ma assomiglia piuttosto a un organismo tenacemente racchiuso in sé o, meglio ancora, a una monumentale ‘Arte della fuga’”.

3) Ovunque, nel tempo e nello spazio, come riporta con estrema saggezza Renè Guenon, “la terra viene divisa in quattro regni, più la regione centrale che è la residenza del capo supremo”. Sia essa l’Irlanda, denominata “l’isola dei quattro Signori”, in precedenza Ogigia o Thule; o la Cina dell’imperatore Yao, che pensava di avere regnato bene ma riconobbe – dopo aver visitato l’isola lontana dei quattro signori di Kou-chee – di avere rovinato tutto; o i quattro Maharaja o “grandi re” dell’India e del Tibet e il Signore supremo, il quinto, che risiede sulla Montagna Sacra. Ovvero il quinto elemento, l’Akasha o la quinta essentia degli ermetici; e tradizioni analoghe presenti anticamente nell’America centrale.

Quando Guenon pubblica per la prima volta queste parole, in latino verba - era il 1927, sei anni prima dell’inizio dell’opera fattiva di distruzione, ovvero l’ennesima “fuga dal mondo”, posta in essere dal verbo nazionalsocialista di Hitler. In conclusione dell’opera, “Il Re del Mondo”, l’Autore scrive: “… abbiamo detto certamente molto di più di quanto sia stato fatto finora, e alcuni saranno forse tentati di rimproverarcelo. Tuttavia, non pensiamo che sia troppo, e siamo anzi persuasi che non ci sia nulla che non si debba dire (…) Sulla questione dell’opportunità, possiamo limitarci a una breve osservazione: (…) ci teniamo a citare, per concludere, questa frase di Joseph de Maistre, che è ancora più vera oggi rispetto a un secolo fa: ‘Dobbiamo tenerci pronti per un avvenimento immenso nell’ordine divino, verso il quale avanziamo a una velocità accelerata che deve colpire tutti gli osservatori. Terribili oracoli annunciano già che i tempi sono giunti’”.

La storia non finisce e l’uomo - in sé stesso, con sé stesso e per sé stesso - non cambia.

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