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CULTURA

Perché Blake scrive: Europa una profezia

Perché Blake scrive: Europa una profezia

Perché Blake scrive Europe a prophecy e perché ci riguarda ancora

Quando William Blake sceglie di intitolare il suo poema “Europe A Prophecy”, lo fa con un’intenzione precisa. Per lui l’Europa non è un perimetro geografico né una categoria politica, è un organismo che muta, attraversato da forze contraddittorie in bilico tra distruzione e rinascita. Blake non si interessa alla profezia nel senso divinatorio, come se volesse prevedere eventi futuri, la sua profezia è un atto di rivelazione, mostrare ciò che già muove la storia dall’interno, sotto la superficie dei fatti visibili.

Quando il poema vede la luce nel 1794, l’Europa è in fermento. La Rivoluzione francese ha messo in discussione ogni gerarchia consolidata, il terrore giacobino ha reso instabile la politica, le guerre si estendono e l’industrializzazione nascente in Gran Bretagna trasforma il lavoro, la città, la vita quotidiana. Blake percepisce questo tumulto come una soglia, un passaggio decisivo in cui l’identità collettiva si sta ridefinendo. Da qui la scelta del termine profezia, perché il momento storico non è ancora stabilizzato, e ciò che nascerà dipende dalle forze che prevarranno.

A sostenere questa lettura c’è una concezione radicale della storia, per William Blake gli eventi non sono solo prodotti di decisioni politiche o interessi economici, sono manifestazioni di energie spirituali. Le figure che animano il poema: Orc, Urizen, Enitharmon, non sono personaggi fantastici, ma archetipi. Sono il fuoco della rivolta e del rinnovamento, la spinta normativa che crea e imprigiona allo stesso tempo, il principio generativo che attende di prendere forma. Chiamare il poema profezia significa tentare di rendere visibile ciò che non si vede, quelle correnti profonde che guidano la trasformazione. In questo quadro, Europa non è un continente e’ un simbolo. È lo spazio mentale in cui si affrontano tradizione e immaginazione, autorità e possibilità, paura del caos e desiderio di un nuovo ordine.

L’Europa di Blake è il laboratorio della modernità, il luogo dove si decide quale forma prenderà l’avvenire dell’umanità. Questa chiave di lettura diventa sorprendentemente attuale nel confronto con l’Europa di oggi, l’Europa vive ancora le tensioni che Blake ritraeva. L’impulso verso una definizione, protezione e controllo si manifesta nelle politiche di sicurezza energetica, nella regolazione tecnologica, nei dibattiti su confini e identità, nei sistemi normativi complessi che caratterizzano l’Unione Europea.

È l’eredità di Urizen, il compasso che misura, delimita e struttura. Accanto a questo principio agisce però una forza di segno opposto, l’innovazione tecnologica che sfonda i limiti, crea movimenti culturali fluidi, ibridazione sociale, industrie cognitive e creative che sviluppano nuovi immaginari. È l’onda di Orc, sempre pronta a riemergere quando l’ordine risulta troppo stretto per contenere la spinta vitale. In questa prospettiva la profezia di Blake non è semplice esercizio letterario, e’ un dispositivo di lettura strategica. Ci ricorda che l’Europa non si trasforma solo con riforme, trattati e aggiustamenti amministrativi. Si modifica quando cambia ciò che le persone vedono come possibile, quando mutano i simboli collettivi, quando nuove visioni sotterranee diventano desiderio politico.

Nel suo poema, Blake invita a considerare l’Europa non come un campo di interessi ma come un territorio in cui si decide il senso stesso della modernità: potere e controllo o libertà e creazione? Continuità o trasformazione? Ordine imposto o ordine negoziato? La domanda rimane aperta, ed è proprio questo che rende ancora viva la sua profezia. L’Europa resta un luogo dove non si ereditano forme, ma si forgiano possibilità. Blake lo scrive in un tempo di rivoluzioni, Il fatto che lo si possa leggere in quest’epoca come analisi del presente è il segno che il suo compito profetico continua.

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