di Pietro Mander
È una notevole sorpresa leggere nel medesimo contesto, uno accanto all'altro, nomi come quello di Giustiniano Lebano, famoso esoterista e massone (1832-1910), e quello di Oliver R. Gurney (1911-2001), insigne assiriologo specializzato in ittitologia e docente presso l'università di Oxford. Di fatto, ad entrambi, come ad altri “esoteristi” e accademici, si fa riferimento nel volume, attribuendo loro la stessa autorità, ad ognuno per il suo specifico campo d'intervento, senza tracciare quelle linee di demarcazione – indispensabili per l'accademico, proteso a distinguere la scienza da ciò che scienza non è – che il lettore si aspetterebbe in simili casi.
Riprendo a questo proposito le parole di Luciano Albanese, scritte nella prefazione al rilevante studio di Sofia Araia, dedicato anch'esso al tema di Cibele e Attis, circa il rapporto fra sapienza e scienza. Questo rapporto nella cultura occidentale si risolse con una divisione determinata dall'avvento della rivoluzione scientifica, e fu divisione tanto drastica, che la sapienza finì inesorabilmente per rientrare sotto l'etichetta di pseudo-scienza. Invece nel mondo antico in generale, continua Albanese, scienza e sapienza erano unite in un mendesimo contesto. È a questo antico modello l'Autore in questo libro si è rivolto, tornando con sicurezza all'unione dimenticata, tant'è vero, che nei suoi riferimenti, sapienza (gli “esoteristi”, ovvero i “tradizionalisti”) e scienza (gli studiosi dell'accademia) sono armonizzati in un solo processo cognitivo, che, superando la divisione, è teso al puro conseguimento della conoscenza.
Dal punto di vista metodologico è questo il tratto saliente dell'opera, che la distingue da altre pubblicazioni sullo stesso argomento, che invece rispettano rigidamente la divisione post-rivoluzione scientifica.
Verrebbe da parlare quindi di un libro di “metastoria”, scegliendo questo termine in quanto è un composto nominale prossimo a “metafisica”, entrambi formazioni nominale con meta-, accostabili non tanto etimologicamente, ma in quanto aderenti entrambi i campi delle rispettive scienze alle realtà collocabili – per così dire – oltre i limiti del mondo sensibile, laddove si manifestano le cause da cui esso discende. È questa l'impostazione che viene chiamata abitualmente “tradizionalista”, con un aggettivo non scevro di possibili confusioni, tanto da farmi preferire sostituirlo con “perennialista”, derivato dall'inequivocabile espressione philosophia perennis .
Perché a realtà metafisiche si deve fare riferimento per seguire il percorso dell'Autore attraverso testimonianze storiche e letterarie, antiche e moderne. È un principio metafisico che impronta la vittoria di Roma su Cartagine, dopo l'innimicizia fra le due potenze, che Virgilio rappresentò nell'abbandono di Didone da parte di Enea. Quello stesso Virgilio, il poeta della Pax Augustea, il cantore della missione di Roma, colui che fu anche maestro e guida di Dante nel viaggio ultramondano; e l'allievo accolse la visione del suo maestro, anche dopo averlo lasciato, fino all'incontro nel Paradiso con Giustiniano, che traccia una storia di Roma in quanto centro sacro (Paradiso Canto VI), parallela alla profezia di Anchise in Eneide VI. Il numero sei non è casuale, come nulla in Dante: ricorda l'Autore a proposito del sacrificio del toro di sei anni d'età che sei è il numero più “generatore e seminale per eccellenza” (p. 6 n. 11). Una prospettiva della missione di Roma nel mondo, che è comune a due credenze solo apparentemente incompatibili, essendo il cattolicesimo di Dante una successiva manifestazione del principio metafisico assoluto, coerente con la Tradizione Primordiale, come spiega Guénon.
E metafisica è l'introduzione, dove l'Autore pone Roma quale ritorno all'Unità, nel processo Moné (Circeo) – Pròdos Corito (Cortona) – Roma, processo che i metafisici indù, in una diversa manifestazione della philosophia perennis, hanno rappresentato con la triade Brahma – Vishnu – Shiva e ritorno a Brahma.
Il libro è edito da L'Erma di Bretschneider ed è uscito nel 2025, ma una precedente edizione era già apparsa nel 2012 per opera della casa editrice Settimo Sigillo; l'edizione attuale è arricchita dall'introduzione di Giovanni Casadio, dal titolo Itinerarium mentis in deam, ed è migliorata per la consultazione da una più agevole sistemazione del materiale trattato. Inoltre, essa è provvista di numerose immagini a corredo del testo, ed è valorizzata dalle appendici III e IV, l'una, che riunisce, rendendo più scorrevole la lettura, sotto forma di excursus, le lunghe note che erano a piè di pagina nell'edizione del 2012, e l'altra che raccoglie note biografiche sui principali autori citati, per una più agevole informazione del lettore.
La riedizione del libro avviene in un momento particolare, come parte integrante di una convergenza di eventi correlati tra loro. Infatti essa ha avuto luogo contemporaneamente alla mostra patrocinata dal Ministero della Cultura, dal titolo che richiama quello del libro, ovvero: Magna Mater tra Roma e Zama, mostra svoltasi al Parco Archeologico del Colosseo dal 6 giugno al 5 novembre dello stesso 2025, e che ha consentito ad un ampio pubblico di conoscere direttamente manufatti relativi al culto della dea. Un esauriente catalogo a colori, edito dall'editore De Luca - editori d'arte, a cura di Alfonsina Russo - Roberta Alfieri - Alessio De Cristofaro - Sondès Douggui-Roux, uscito a luglio 2025, raccoglie le immagini della mostra. Il catalogo inoltre contiene una raccolta (pp. 19-258) di preziosi interventi di storici delle religioni, di storici dell'arte, di archeologi, e di altri specialisti, che rendono questo catalogo di mostra un indispensabile strumento per lo studio sul tema della Grande Madre.
Ma un terzo momento si è coordinato temporalmente ai due precedenti appena ricordati.
Il 14 novembre 2025 – subito dopo la chiusura della mostra – viene presentato, nella Curia Julia nel Foro Romano, il libro Giacomo Boni nella memoria del Novecento, edito da L'Erma di Bretschneider, a cura di Sandro Conoslato - Tommaso Alessandroni - Christian Scimiterna.
Il libro raccoglie documenti, articoli e memorie varie che testimoniano l'attività scientifica di Boni (vissuto tra il 1859 e il 1925) nella ricerca archeologica del Foro Romano.
Inoltre, il libro di Consolato richiama un recente evento. Infatti, dal 15 dicembre 2021 al 3 luglio 2022 tra Palatino e Foro Romano era stata allestita una mostra dal titolo Giacomo Boni. L'alba della modernità, per informare un più vasto pubblico sul ruolo della ricerca archeologica che Giacomo Boni svolse indefessamente. Sia a Boni che al Palatino e all'area archeologica circostante si fa frequentemente riferiemento sia nel libro di Giuli che nel catalogo della mostra, saldando così le singole iniziative in un unico sguardo complessivo generale.
Questa convergenza di eventi connota un'iniziativa tesa, con tutta evidenza, a fornire al pubblico quasi una sorta di seminario, dove invece di una miriade di iniziative offerte da enti pubblici culturali, tutte comunque lodevoli, ma scollegate fra loro, si offre un quadro più completo su un singolo argomento.
Il libro si presenta come un itinerario che ripercorre le tracce che i testi degli Antichi hanno lasciato, interpretandole alla luce dei dati forniti dalle ricerche scientifiche odierne, ma anche sostenendole con le affermazioni di esponenti significativi del “perennialismo”, il cui modo di pensare dei quali non è dissimile da quello degli Antichi stessi. Si tratta di un vero e proprio itinerario della mente verso la dea – parafrasando Casadio, che, nella sua introduzione, parafrasa a sua volta Bonaventura da Bagnoregio, un riferimento non poco significativo! – scandito in tappe, ognuna delle quali è esaurientemente documentata dal rispettivo apparato critico, fino a giungere ad una visione metastorica globale, la cui rappresentazione iconografica di sintesi si trova nella patera di Parabiago, descritta in conclusione al volume.
La prima tappa è dedicata al rito pubblico che la dea riceveva a Roma (pp. 1-23). È questa la base di partenza, l'evidenza che le fonti ci tramandano. Qui l'Autore descrive il rito equinoziale, che si svolgeva a Roma. Partendo dal Palatino – perché quivi è la sede della dea, che è romana in quanto troiana – il rito si snoda in varie fasi, che l'Autore illustra dettagliatamente. Dopo l'inizio, Canna intrat, merita particolare attenzione la terza fase, Sanguem: il 24 marzo. I Galli, sacerdoti della dea, si ferivano a sangue in stato di eccitamento estremo, fino all'auto-castrazione. Estranea alla tradizione romana, questa pratica rientra nella sfera della “via umida”, che mira all'annullamento di sé, ad una sorta di evirazione animica, ma non diretta all'abolizione dell'impeto sessuale, ma all'“impeto generativo”.
Il secondo capitolo (L'antefatto mitistorico, pp. 25-48) approfondisce i dettagli del trasferimento – o, meglio, del ritorno –del simulacro della dea da Pessinunte, nella Frigia, a Roma, per provvedere direttamente alla difesa della città. Gli oracoli, i nomi propri di persona dei personaggi che si occuparono del trasferiemento, analizzati con acribia uno per uno, indicano chiaramente la discendenza dai Troiani giunti con Enea nel Lazio. Tale origine dà ragione della collocazione sul Palatino di un culto solo all'apparenza straniero, ma in realtà così tanto “romano”, da offrire saldo presidio ai sacri confini dell'Urbe.
Segue il terzo capitolo (La Grande Dea e il suo nume geniale, pp. 49-56), nella quale viene esposta la mitologia sulla Grande Madre Cibele e Attis, come è tramandata negli scritti di Pausania e Arnobio in prima istanza e successivamente di Diodoro Siculo. Aspetti peculiari del complesso mitologico affondano le loro radici in composizioni letterarie a soggetto mitico, che riconosciamo tramandate nei testi ittiti scritti in cuneiforme, trasmesse verosimilmente sotto forma di racconti orali .
Cibele è una madre montana (óreia mēter) coerentemente con i due Monti Ida, quello frigio, nella Troade e quello cretese, dove sempre in forma di Madre degli dèi ella diede alla luce Zeus. Ma è dalle sue ossa (ossa magnae parentis) che Deucalione e Pirra trassero le pietre da lanciare per ripopolare il mondo dopo il Diluvio Universale. Sanctae petrae genitrices, citerà l'Autore, richiamando la “funzione cosmico-generativa metroaca” delle rocce.
Resta difficile attribuire una paternità ad un mito così ampiamente diffuso come quello del Diluvio Universale. Al di là della sua valenza simbolica, fortemente significativa nel quadro delle “Acque Superiori” e delle “Acque inferiori” (da queste ultime emerge la roccia, quale óreia mēter) la narrazione del Diluvio Universale risale almeno al periodo neolitico, e, se ne veniamo a conoscenza nelle fonti sumeriche quali più antiche e poi in quelle bibliche, è solo perché i Sumeri sono stati i primi ad inventare la scrittura. Le discrepanze con la versione biblica dimostrano l'indipendenza delle due fonti una dall'altra: entrambe infatti discendono da quel mito preistorico, per noi irimediabilmente perduto. Ma non solo il diluvio è un cataclisma fatale: anche le eruzioni vulcaniche vanno considerate sotto qiesto aspetto, come vedremo oltre.
Quanto alla valenza simbolica delle acque diluviali, essa, ad un livello subalterno, genera quella ritualità che si serve dei “buchi e solchi”, presenti sia nella Città di Mida sia sul Palatino, ricordati dall'Autore (p. 54); giova tener presente che acqua (o altro liquido) versato in canalette a scopo rituale per i defunti, è attestata anche nei testi sumerici (ki-a-naĝ), coincidenza che non sorprende, considerando la valenza simbolica dell'acqua che scorre, quale realizzazione delle possibilità . Questo motivo è infatti presente nel “regime delle acque (la ninfa amata da Attis”) … [che] presiede alla generazione materiale”, come dice l'Autore (p. 62).
Quarta tappa è il capitolo dal titolo Magna Mater Atlant-idaea, con un palese gioco di parole (pp. 57-96) mirato al nome del Monte Ida, il monte cretese, dove Rhea-Kybele diede alla luce Zeus (Magna Mater deorum Idaea) e quello frigio, dove Afrodite sedusse Anchise, generando Enea.
Chiave interpretativa del capitolo è l'analisi di un singolare manufatto rinvenuto a Troia da Schliemann, di cui apparentemente sfugge lo scopo per cui fu realizzato. L'interpretazione dell'oggeto è “accesa” da Luigi Adriano Milani (1854-1914), una figura di studioso tacciato di inseguire fantasie, che fantasie non sono, bensì intuizioni profonde. La menzione di Milani segue quella di una serie di studiosi per così dire “emarginati”, ritenuti sorpassati quando non bizzarri, i cui lavori, invece, andrebbero riconsiderati con la dovuta attenzione. Infatti, avevano preceduto l'analisi dell'interpretazione di Milani prima Annio da Viterbo (1437-1502) che l'Autore difende dall'accusa di esser stato un falsario, e poi Francesco Sansovino (1521-1583), citazioni tutte convergenti sulla sede originaria della Magna Mater nel Lazio del regno di Saturno, da dove la civiltà si diffuse nelle aree tirreniche, cretesi e microasiatiche, venendo a costituire una koinè fittamente connessa. Il percorso che fece Enea lasciando la città in fiamme, ebbe allora direzione opposta, irradiandosi dall'Italia e raggiungendo Creta e poi l'Oriente.
Il manufatto rappresenta, con la sua forma e le incisioni che lo adornano, il cosmo allo stato primigenio, in cui si riconosce “… Cibele fecondata dal fiore solare”, ovvero fuoco d'amore vivente, che consente alla Magna Mater di generare le realtà prime. Attis, in tale contesto è il raggio che scende nelle acque del divenire, e dev'essere evirato per non oltrepassare la generazione materiale. È questa l'interpretazione dell'Imperatore Giuliano, esposta nel suo trattato (Inno) alla Madre degli dèi, che Milani segue, sostenendola con doviziosa documentazione, che arriva perfino a prendere in considerazione il santuario rupestre ittita di Yazιlιkaya (XIII sec. a. C.). Studi recenti di archeoastronomia sul sito di Yazιlιkaya, che hanno proposto una funzione calendariale, mirata all'inserimento dei mesi intercalari , confermano indirettamente l'ipotesi di Milani.
Infatti, partendo da una considerazione fondamentale, che riguarda il rapporto tra la stabile regolarità del moto stagionale della volta celeste e l'irregolarità meteorica e climatica nel succedersi stagionale – rapporto che si riflette in quello dell'“identico” e del “diverso” platonici – si comprende la valenza simbolica del santuario di Yazιlιkaya. Esso mostra due teorie di divinità convergenti scolpite nella roccia ed esposte a cielo aperto, rappresentazione immediata dell'influenza celeste nello scorrere dell'anno e delle sue suddivisioni.
I riscontri simbolici fra Ilio e l'Etruria non solo manifestano l'accoglimento di una “Tradizione Primordiale” o philosophia perennis nelle regioni del bacino mediterraneo. Ma questo comune “alfabeto” simbolico rivela i percorsi delle “nostre diverse genti migranti” (nelle parole di Guido Di Nardo, altra figura di studioso ingiustamente – e, svantaggiosamente – “emerginata”), dei quali Virgilio è testimone, allorché individua in Creta il “gran crogiuolo” dei Cureti retti da Saturno, di cui Cibele è moglie e genitrice “arcaicissima”, e dalla quale discendono i progenitori dei Tirreni; così come ne è testimone la voce divina che si ascolta attraverso la Sibilla Cumana, che è di origine frigia.
Nello stesso alfabeto simbolico Cibele può essere rappresentata in forma di vaso o di natante (entrambi oggetti atti ad accogliere, recepire) quale polarità femminile, ed ha come sacerdoti i Coribanti, le cui danze turbinose esprimono un vortice che penetra e perfora, con riferimento, altrettanto simbolico, all'accoppiamento. Ma la rotazione è anche, e soprattutto, quella del sole, il cui ardore è il fuoco che accende il congiungimento.
L'Autore passa a questo punto a considerare il fuoco come Vulcano, il Velchanos di Creta, dove Giove nacque, protetto dalle danze dei Cureti, ed il cui culto era centrale nella Roma arcaica, quando i Salii danzavano alla tomba di Romolo, il fondatore che richiama la figura di Enea (Sol indiges). Uno studio recente sulle sopravvivenze di mitologhemi ittiti nel I millennio a. C. considera i vulcani come rappresentazioni simboliche correlate agli atti autolesionistici dei rituali di Cibele riferiti nei resoconti di Pausania e Arnobio , riconducendo più indietro nel tempo l'origine di alcuni mitologhemi.
Connessioni quindi tra Creta, Etruschi, Asia Anteriore sono a più riprese presenti tanto nella documentazione antica quanto negli studi moderni: un asse sacrale corre tra l'Ida cretese e il Campidoglio. Asse che le strutture dei relativi miti confermano nel loro parallelismo, fra Cureti, Dioscuri, Zeus infante, capra Amaltea da un lato, e Romolo e Remo, Rhea Silvia (Rhea come Cibele!), la lupa (si consideri Juppiter Lupercus) dall'altro; il parallelo prosegue perfino nei rispettivi fratricidi di Romolo e Castore. Il Gran Veglio di Creta, descritto da Dante, costituisce il punto d'equilibrio, per così dire, di questo asse, poiché, stando a Creta, volge le spalle al Nilo e guarda Roma, “sua matrice”, come afferma Guido Di Nardo, cuore che riassorbe e irradia, come nel ritmo di diastole e sistole; ritmo in cui si pone, Cortona, “città curetica”, sede originaria della stirpe di Dardano, il cui nome, oltre alla radice, indica il punto sacro della Grande Madre.
Cortona, ove si trova la Tanella di Pitagora, presunto suo sepolcro, è assonante con cortīna, il sancta santorum di un edificio templare, e una cortīna era posata sul tripode di Apollo, per dare vaticini. Ma, oltre alla vicinanza di Apollo e Pitagora, quest'ultima cortīna richiama un contenitore concavo, come la forma del Monte Ida, e come anche il monte Perge, cui Cortona è addossata, monte che ha la stessa radice perg- di Pergamo nella Troade. Se consideriamo Cortona come un cuore, riassorbente e radiante (ancora diastole e sistole), allora, ai suoi inizi, o forse addirittura prima, Cortona fu patria di quel Dardano, capostipite dei Troiani (sistole), e anche luogo del ritorno (diastole), quello di un Ulisse, quello pelasgico, il cui nome in Etrusco, Utuse / Utuze / Uthuse ricorre frequente come componente nell'onomastica. Documentato in uno specchio bronzeo dove è raffigurata una Nekya indigena antichissima, questo Ulisse rappresenta l'archetipo dell'iniziato cabirico, cantato come tale anche da d'Annunzio (che dedica un canto anche a Cortona). E a Cortona questo Ulisse incontra Enea con il quale stringerà amicizia.
La quinta tappa infine I Dioscuri al servizio della dea (pp. 97-123) espone le vicende legate all'estinzione pubblica del paganesimo romano.
I rituali degli antichi dèi sono stati conservati clandestinamente dai discendenti delle famiglie senatorie? Forse, ma difetta la documentazione. L'Autore avanza delle allusioni, come quando, parlando di Giustiniano Lebano, si chiede se anche Arturo Reghini, per altra via, non fosse riuscito a conseguire certe conoscenze.
Il capitolo infine offre un'esaustiva illustrazione dei significati della patera (lanx) d'argento di Parabiago, dove è raffigurata Cibele, Attis e altre importanti divinità, più una, che non corrisponde ad alcuna iconografia già nota: è il deus principalis della teologia orfica, “principio demiurgico e sintesi del divino”, nelle parole di Albizzati. È questa patera, rappresentata sulla copertina dell'edizione del 2012, che riassume nella sua immagine, di splendida fattura artistica, la fine del paganesimo, o della sua discesa in clandestinità.
Un cenno meritano, altresì, le appendici.
La prima fornisce una nota biografica su Salvatore Aurigemma, le cui inetrpretazioni sono state più volte scelte come base d'appoggio al percorso dell'Autore. Inoltre è riportato integralemente il suo studio su La protezione speciale della Gran Madre Idea per la nobiltà romana e le leggende dell'origine di Roma (pp. 127-150). La cospicua documentazione addotta e le relative interpretazioni integrano lo studio dell'Autore.
La seconda appendice (pp. 151-157) riporta l'ode A Roma di Gabriele D'Annuzio. L'Autore apre il suo libro citando proprio quest'ode di D'Annunzio, da cui ha tratto il titolo del volume.
La terza appendice (pp. 159-170) raccoglie quelle che nell'edizione del 2012 erano corpose note a piè di pagina. L'appendice è scandita in excursus, che integrano e compleatnto quanto esposto nel testo.
La quarta appendice (pp. 171-), a cura di Sandro Consolato e Christian Scimiterna, raccoglie una trentina di profili biografici di autori “esoteristi”, o studiosi del passato citati nel libro. Se molti di loro sono famosi, come Giustiniano Lebano, Giuliano Kremmerz, Arturo Reghini, di altri è più difficile reperire notizie.
Concludo questa presentazione appropriandomi di un'affermazione di Casadio nella sua introduzione: «… questo saggio … che potrebbe anche essere usato come libro di testo …». Infatti il materiale considerato è di una quantità enorme.
Da assiriologo, mi preme pronunciarmi a riguardo. Non è fuor di luogo, essendo l'origine caldaica delle civiltà mediterranee ricordata più volte nel libro, citando Sansovino, Annio da Viterbo, Miscosi, il riferimento all'antica Terra tra i Due Fiumi.
Ebbene, quando, non senza grande sorpresa, trovai fondamentali paralleli tra il complesso mitico-rituale sumerico di Inana e Dumuzi / Ištar e Tammuz (risalente al III / II millennio a. C.) , che trattai successivamente nel mio Canti sumerici di amore e morte , e la versione giulianea del mito di “Cibele – Attis” – correva il 1998 – se avessi avuto a disposizione, al tempo, questo libro, con tutto questo materiale, la mia vita sarebbe stata più facile, e forse non solo quello sarebbe stato il vantaggio.







