Giuseppe Palomba e la critica organica della modernità economica
Introduzione: la singolarità di un economista “inattuale”
La figura di Giuseppe Palomba occupa una posizione singolare nel panorama del pensiero economico e sociologico italiano del Novecento. Estraneo tanto all’economicismo positivista quanto alle semplificazioni ideologiche, Palomba si configura come un pensatore integrale, nel quale l’analisi economica non si trova mai disgiunta dalla riflessione filosofica, storica e morale. La sua opera, sviluppatasi lungo oltre mezzo secolo, manifesta una sorprendente unità d’intenti: comprendere le strutture profonde della vita economica come espressioni di una determinata forma di civiltà.
Dai primi scritti degli anni Trenta sino ai dialoghi della maturità, il Palomba persegue una critica radicale della modernità economica, fondata sul rifiuto dei presupposti impliciti dell’economia classica e neoclassica: l’astrazione dell’homo oeconomicus, l’ipostatizzazione dell’equilibrio matematico, la riduzione della società a mera sommatoria di individui razionali. Contro simili riduzionismi, egli elabora un pensiero morfologico, storico e qualitativo che mira a restituire all’economia la sua dimensione concreta, organica e spirituale.
Le “economie non euclidee”: critica del formalismo e pluralità delle forme economiche
Il punto di avvio teorico dell’opera palombiana è rappresentato da Le economie non euclidee e l’economia corporativa (1933), testo nel quale l’autore compie una critica di principio all’universalismo astratto della teoria economica dominante. L’espressione “non euclidee” non va intesa come mero espediente retorico, bensì come indicazione epistemologica precisa: così come la geometria moderna ha superato l’unicità dello spazio euclideo, nella medesima prospettiva l’economia deve riconoscere la pluralità delle strutture economiche storicamente determinate.
Palomba rifiuta l’idea che esista un’unica razionalità economica valida sub specie aeternitatis. Le economie sono forme storiche, radicate in specifiche configurazioni sociali, morali e istituzionali. In questo senso, l’economia corporativa non è per lui un modello tecnico, bensì l’espressione di una concezione organica della società, nella quale il lavoro, la produzione e la distribuzione si trovano integrati in un ordine superiore di senso.
Equilibrio, cicli e instabilità: oltre la meccanica economica
Con Equilibrio economico e movimenti ciclici (1935) e, più tardi, Cicli storici e cicli economici (1952), Palomba affronta uno dei nodi centrali della scienza economica moderna: il concetto di equilibrio. Egli ne denuncia il carattere puramente formale e statico, inadatto a comprendere la dinamica reale dei processi economici.
Per Palomba, l’economia è intrinsecamente ciclica, poiché riflette i ritmi profondi della vita sociale e storica. I cicli economici non sono anomalie di un sistema altrimenti equilibrato, bensì manifestazioni necessarie di una struttura dinamica complessa. In tal senso, la sua analisi anticipa una critica radicale alla visione meccanicistica dell’economia come sistema autoregolantesi, evidenziandone invece la dipendenza da fattori extra-economici: culturali, politici, morali.
La crisi della civiltà moderna: economia e decadenza
Il secondo dopoguerra segna una svolta più esplicitamente civile e filosofica nel pensiero palombiano. La crisi della civiltà moderna (1946) e Pagine di un economista (1946) collocano l’analisi economica all’interno di una diagnosi complessiva della modernità. La crisi non è congiunturale, bensì strutturale: essa investe le categorie stesse con cui l’uomo moderno interpreta il mondo.
L’economia capitalistica, fondata sull’espansione illimitata, sulla finanziarizzazione e sull’astrazione monetaria, appare a Palomba come il riflesso di una civiltà che ha smarrito il senso del limite e della gerarchia dei fini. La produzione non è più ordinata al bene comune, ma all’accumulazione; il lavoro non è più vocazione, bensì merce; la ricchezza non è più mezzo, ma fine ultimo.
Morfologia e fisica economica: verso una scienza qualitativa
Negli anni Cinquanta, con Introduzione all’Economica (1950), Morfologia economica (1956) e Fisica economica (1959), Palomba sviluppa in modo sistematico il proprio metodo. L’economia viene concepita come una scienza delle forme, non delle quantità isolate. La “morfologia economica” studia le strutture fondamentali dei sistemi economici, analogamente a quanto la biologia fa con gli organismi viventi.
La “fisica economica”, lungi dal ridurre l’economia ad una scienza naturale, intende piuttosto individuare le leggi di coerenza interna dei sistemi economici, rispettandone la complessità e l’eterogeneità. Si tratta di un tentativo originale di fondare una scienza economica non riduzionista, capace di integrare causalità, finalità e valore.
Capitalismo, società moderna e sottosviluppo
In Genesi e struttura della moderna società (1961) e L’espansione capitalistica (1961), Palomba analizza il capitalismo quale forma storica totale, non come semplice sistema produttivo. Il capitalismo produce una specifica antropologia, una determinata struttura sociale ed una peculiare visione del mondo.
Tale analisi trova un complemento decisivo in Valori morali e sociologia del sottosviluppo (1964), dove Palomba rifiuta le interpretazioni puramente economiche del sottosviluppo, ponendo in luce il ruolo decisivo dei fattori culturali e morali. Lo sviluppo non è trasferibile meccanicamente: esso presuppone una forma di vita, una scala di valori, una coesione sociale.
Tra Marx e Pareto: oltre ideologia e tecnocrazia
Il volume Tra Marx e Pareto (1980) costituisce una delle sintesi più mature del pensiero palombiano. Marx e Pareto rappresentano, per Palomba, due riduzioni speculari: l’una ideologica e totalizzante, l’altra tecnocratica e cinica. Contro entrambe, egli rivendica la necessità di una scienza sociale che non rinunci alla verità morale né alla complessità del reale.
Negli ultimi scritti, in particolare Dialoghi di un cattolico con un filosofo (1983), Distribuzione sociale del reddito nazionale (1984) e Dialoghi di un cattolico (2015), emerge con maggior chiarezza la dimensione personalista e spirituale del pensiero di Palomba. L’economia viene definitivamente ricondotta al servizio della persona e della comunità, in una prospettiva apertamente critica verso l’idolatria del mercato e dello Stato.
Conclusione: il compito di una scienza economica integrale
L’opera di Palomba, considerata nella sua interezza e nel suo sviluppo pluridecennale, s’impone come uno dei tentativi più coerenti, rigorosi e radicali di sottrarre l’economia moderna alla sua deriva riduzionistica, restituendole lo statuto di scienza umana integrale. In un secolo segnato dall’egemonia del formalismo matematico, dell’individualismo metodologico e dell’economicismo come ideologia implicita della modernità, Palomba ha perseguito con inflessibile coerenza un progetto intellettuale controcorrente: pensare l’economia non già come tecnica neutrale, ma come espressione strutturale di una civiltà.
La sua critica non si esaurisce mai in una polemica contingente contro singole scuole o dottrine, bensì investe i presupposti epistemologici stessi della scienza economica moderna. Contestando l’universalismo astratto delle leggi economiche, il Palomba mostra come ogni sistema economico risulti inseparabile dalla forma sociale, morale e spirituale che lo genera. In tal senso, la nozione di “economie non euclidee” si rivela essere molto più di una suggestiva metafora: essa indica una vera e propria rottura di paradigma, fondata sul riconoscimento della pluralità storica delle razionalità economiche e sull’impossibilità di ridurre la vita economica ad un unico modello formale.
La prospettiva morfologica elaborata da Palomba consente di cogliere l’economia come totalità strutturata, dotata di una propria coerenza interna ma – al tempo stesso – profondamente dipendente da fattori extra-economici. Lungi dall’essere un ambito autonomo e autosufficiente, l’economia appare così come un momento particolare di una più ampia configurazione di civiltà. È precisamente questa consapevolezza che consente al Palomba d’interpretare i cicli economici, le crisi e le disuguaglianze non come “incidenti di percorso”, bensì come manifestazioni necessarie di assetti sociali e valoriali determinati.
Particolarmente rilevante, sotto questo profilo, appare la sua lettura della crisi della civiltà moderna. Palomba comprende con estrema lucidità come la crisi economica non sia mai puramente tecnica o finanziaria, ma sempre, in ultima istanza, una crisi dei fini. Il capitalismo espansivo, la finanziarizzazione dell’economia e la mercificazione generalizzata della vita sociale non sono per lui semplici scelte politiche o economiche, ma invece i sintomi di un’assai più profonda dissoluzione dell’ordine gerarchico dei valori. L’economia moderna, emancipatasi da ogni vincolo morale e teleologico, finisce per trasformarsi in una forza impersonale ed anonima, che domina l’uomo anziché servirlo.
In questo senso, il pensiero di Palomba si colloca consapevolmente oltre le grandi alternative ideologiche del Novecento. La sua critica del marxismo e del liberalismo non si risolve in una terza via opportunistica, ma semmai si fonda su un rifiuto comune delle rispettive riduzioni: da un lato, l’assolutizzazione del fattore economico come chiave unica della storia; dall’altro, la riduzione della società a somma di interessi individuali regolati dal mercato. Contro entrambe, Palomba riafferma la centralità della persona, della comunità e della dimensione morale come criteri ordinatori della vita economica.
I dialoghi della maturità, infine, conferiscono al suo pensiero una chiarezza ultimativa. In essi emerge con forza la convinzione che nessuna riforma economica risulti attuabile senza una preliminare riforma dell’uomo. La distribuzione del reddito, lo sviluppo, l’organizzazione produttiva e il rapporto fra capitale e lavoro non possono essere risolti mediante meri aggiustamenti tecnici, se non sono sostenuti da una concezione dell’uomo che riconosca il primato della dignità, della responsabilità e del bene comune. In tal modo, Palomba restituisce all’economia una dimensione etica non accessoria, ma costitutiva.
L’eredità di Giuseppe Palomba risiede dunque nella sua capacità di indicare un compito ancora largamente disatteso: ricostruire una scienza economica capace di pensare la complessità del reale senza dissolverla in astrazioni, di riconoscere la storicità delle forme economiche senza scivolare nel relativismo, nonché di reintegrare l’economia nell’orizzonte più ampio della civiltà. In un’epoca segnata dalla tecnocrazia globale, dalla crisi del senso e dall’erosione dei legami sociali, la sua opera si offre come un punto di riferimento imprescindibile per chiunque intenda sottrarre il pensiero economico alla sua funzione puramente strumentale per restituirgli un’autentica profondità filosofica.