Il nuovo governo di Damasco, su cui hanno scommesso Bruxelles, gli Usa e la Russia, sta mettendo fine all’unica vera esperienza democratica della regione, quella della Federazione del Rojava, l’Amministrazione autonoma della Siria del Nord-Est, erroneamente collegata solo ai curdi, mentre è il risultato della convivenza di varie etnie, con la maggioranza di quella araba.
È pur vero che i curdi sono stati il catalizzatore di un esperimento democratico e di convivenza che sta morendo e vero è che a farne le spese sono ora proprio i curdi, alleati dell’Occidente nell’offensiva contro l’Isis di alcuni anni fa pochi anni fa, i quali sono da settimane stretti nell’assedio delle forze governative e si stanno progressivamente ritirando, lasciando scoperti, tra l’altro, i campi in cui sono detenuti migliaia di combattenti di Daesh.
La Federazione del Rojava, che ha anche stabilito una uguaglianza tra uomini e donne, sconosciuta nel mondo islamico, ha varato una propria carta nella quale si legge: “Noi popoli che viviamo nelle Regioni Autonome Democratiche di Afrîn, Cîzire e Kobane, una confederazione di Curdi, Arabi, Assiri, Caldei, Turcomanni, Armeni e Ceceni, liberamente e solennemente proclamiamo e adottiamo questa Carta. Con l’intento di perseguire libertà, giustizia, dignità e democrazia, nel rispetto del principio di uguaglianza e nella ricerca di un equilibrio ecologico, la Carta proclama un nuovo contratto sociale, basato sulla reciproca comprensione e la pacifica convivenza fra tutti gli strati della società, nel rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, riaffermando il principio di autodeterminazione dei popoli. Noi, popoli delle Regioni Autonome, ci uniamo attraverso la Carta in uno spirito di riconciliazione, pluralismo e partecipazione democratica, per garantire a tutti di esercitare la propria libertà di espressione. Costruendo una società libera dall’autoritarismo, dal militarismo, dal centralismo e dall’intervento delle autorità religiose nella vita pubblica, la Carta riconosce l’integrità territoriale della Siria con l’auspicio di mantenere la pace al suo interno e a livello internazionale. Con questa Carta, si proclama un sistema politico e un’amministrazione civile fondata su un contratto sociale che possa riconciliare il ricco mosaico di popoli della Siria attraverso una fase di transizione che consenta di uscire da dittatura, guerra civile e distruzione, verso una nuova società democratica in cui siano protette la convivenza e la giustizia sociale”.
Ora, con l’unificazione di fatto della Siria ad opera di Al Jolani, la Federazione del Rojava annega nel petrolio, in quanto dietro alla riconquista dei territori si presenta il cruciale del controllo delle risorse naturali, soprattutto del petrolio e del gas.
Il petrolio, scoperto per la prima volta nel 1956 a Karachuk, è uno dei beni più preziosi del paese. Le riserve accertate ammontano a circa 2,5 miliardi di barili, ma gran parte del petrolio siriano è di tipo pesante, il che significa che raffinarlo è più costoso.
Non meno rilevante è il gas naturale. Si stima che le riserve siriane raggiungano gli 8,5 trilioni di metri cubi. Nel 2010, prima della guerra, il paese produceva 7,8 milioni di metri cubi di gas all’anno. Ma con il conflitto, questa produzione si è più che dimezzata, crollando a 4 milioni di metri cubi nel 2015.
Fino al cambiamento di regime le riserve energetiche siriane erano sotto il controllo degli Stati Uniti e dei loro alleati del PKK, che vendevano ad un solo cliente: il regime di Bashar al-Assad. Ora il controllo passa nelle mani di Al Jolani, che si propone come alleato degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, ma che, unificando il Paese, consente di unificare anche il rapporto tra pozzi e linee di commercializzazione che si dirigono alla costa del Mediterraneo, zona alawita e dove esistono ancora, seppur ridotte, le basi russe.
I pozzi di petrolio in Siria sono infatti concentrati prevalentemente nella provincia nord-orientale di Hasakah e nell'area di Dayr al-Zawr. La guerra interna ha separato i giacimenti dalle raffinerie.

Una vecchia cartina precedente alla fine di Assad e anche, ora, della Federazione del Rojava, mostra come la separazione in aree abbia separato anche la produzione dalla raffinazione e dalla commercializzazione del petrolio.
In Siria, oltre a gas (nel mare antistante alla costa mediterranea) e al petrolio esistono importanti giacimenti, tra i quali riserve di fosfati, che ammontano a ben 1,7 miliardi di tonnellate. Nel 2009, la Siria contribuiva al 2% della produzione mondiale di rocce fosfatiche, posizionandosi al nono posto a livello globale.
Anche il settore del cemento ha una sua importanza. Oltre ai fosfati e al cemento, il Paese vanta riserve di sale, gesso, cromo, manganese, marmo e ferro.
La maggior parte di questi minerali è sfruttata in piccole quantità, ma una mutata situazione potrebbe rilanciare il loro sfruttamento.
Come sempre a comandare le alleanze sono le risorse economiche e così il nuovo governo di Damasco, su cui ha scommesso l’Occidente dopo aver messo la cravatta ad Al Jolani, sta mettendo fine all’unica vera esperienza democratica della regione.
Pochi giorni fa, Damasco e le SDF (le forze armate della Federazione del Rojava) hanno siglato un accordo di cessate il fuoco che è una vera e propria resa e che prevede lo scioglimento di fatto delle forze curde, la loro integrazione nell’esercito regolare siriano e la cessione delle province a maggioranza araba di Raqqa e Deir Ezzor, quelle più ricche di pozzi di petrolio.
Secondo l’accordo ai curdi rimarrà un certo grado di autonomia soltanto nella provincia di Hasakah, dove però il governatore stesso sarà nominato da Damasco.
Abbandonate dagli Stati Uniti, le SDF hanno capitolato in pochissimo tempo.

Antonio Costa e Ursula von der Leyen incontrano, il 9 gennaio scorso, Ahmad Al-Sharaa (Al Jolani) a Damasco.
A fare le spese del riassetto del potere in Siria, al quale guardano con favore gli Usa e l’Unione Europea, sono i curdi, i quali, traditi dalla comunità internazionale, sono oggetto di una violenza sistematica e di un processo di cancellazione politica e demografica che colpisce un popolo dopo che questo ha pagato il prezzo più alto nella lotta contro lo Stato Islamico.
Il Rojava aveva tentato una strada diversa: autogoverno locale, convivenza tra etnie e religioni, partecipazione delle donne alla vita politica e sociale.
Ora questo esperimento viene soffocato con la forza.
L’Occidente, che ogni giorno si lamenta per i morti in Ucraina e che, nonostante la guerra sia finita a Gaza, inscena manifestazioni pro-pal, non ha sprecato un minuto di protesta per quanto avviene in Siria.
L’ipocrisia dell’Occidente è sempre più evidente, in quanto finge di non vedere che la normalizzazione siriana viene condotta con atti efferati e con l’eliminazione dell’unico esperimento democratico del medio Oriente, nato dal sacrificio di migliaia di persone.







