« Attentifs à garder leur perfide avantage, les Anglais sont jaloux de l'honneur du naufrage». (Desiderosi di mantenere il loro insidioso vantaggio, gli inglesi sono gelosi dell'onore del naufragio”).
Così si esprimeva Augustin Louis de Ximénès (o Marquis de Ximénès), uno scrittore e drammaturgo francese di origine spagnola (1726-1817), nel suo "L'Ère des Français" (o "L'Ère Républicaine"), autore della frase "la perfide Albion", che compare in suoi scritti di quel periodo, in particolare dopo che la Gran Bretagna si unì alla coalizione anti-francese contro la Rivoluzione francese.
Sul “perfide avantage” si svolge l’attuale guerra aperta tra Uk e Usa, ossia tra la monarchia coloniale e l’ex colonia assurta a impero mondiale, la quale ha sottratto a Londra il dominio dei mari e ora le sottrae il dominio tout court.

L’ultimo ceffone a Londra Donald Trump, nelle vesti di Blek Macigno, lo ha dato sulla partecipazione inglese in Afghanistan.
In un’intervista concessa a Fox News, sulla via del ritorno dal Forum di Davos, Donald Trump ha liquidato in sostanza come irrilevante il ruolo dei contingenti dei Paesi amici sugli esiti bellici di quel conflitto (sfociato nell'umiliante ritirata di Biden del 2021). Contingenti che a suo dire si sarebbero tenuti "a distanza" dalla prima linea. L’accusa, che rasenta quella di codardia, pare essere una sorta di messaggio per il presente e per il futuro e non poteva passare sotto silenzio nel Regno Unito, che ha reagito pesantemente.
Per sostenere che gli alleati Nato non hanno mai fatto niente per gli Stati Uniti, Donald Trump ha affermato che in Afghanistan i loro militari sono rimasti sempre nelle retrovie: "Non abbiamo mai avuto bisogno di loro, non gli abbiamo neanche chiesto niente, dissero che avrebbero mandato dei militari in Afghanistan, l'hanno fatto, ma sono rimasti un po' indietro, un po' lontano dal fronte".
Insomma, gli inglesi si sarebbero introdotti, senza essere richiesti, giusto per essere presenti.
Emily Thornberry, presidente laburista della commissione Esteri alla Camera dei Comuni, ha bollato la sparata di Trump come "un insulto assoluto".
In una nota rilasciata dal suo portavoce, il principe Harry, recentemente richiamato in Patria e da sempre considerato vicino ai Dem Usa, ha detto che "nel 2001 la Nato ha invocato l'Articolo 5 per la prima e unica volta nella storia. Ciò significava che ogni nazione alleata era obbligata a schierarsi al fianco degli Stati Uniti in Afghanistan, nel perseguimento della nostra sicurezza comune. Gli alleati hanno risposto a quell'appello". Harry ha ricordato che ha prestato servizio in Afghanistan. “Ho stretto amicizie – ha detto il principe - che dureranno tutta la vita. E lì ho perso amici".
Durante le operazioni in Afghanistan, Harry ha affermato che furono uccisi 457 militari britannici. "Migliaia di vite sono state cambiate per sempre. Madri e padri hanno seppellito figli e figlie. Bambini sono rimasti senza genitori. Le famiglie ne hanno pagato il prezzo", ha detto Harry. "Questi sacrifici - ha aggiunto - meritano di essere raccontati con sincerità e rispetto, mentre restiamo tutti uniti e leali nella difesa della diplomazia e della pace".
Keir Starmer, pronto, guarda caso, a partire la settimana prossima per la Cina in cerca d'una qualche sponda alternativa, ha detto: "Considero le dichiarazioni del presidente Trump offensive e francamente sconcertanti, e non mi sorprende che abbiano causato tanto dolore alle famiglie di chi è stato ucciso o ferito".
Trump se ha sparato a zero su Londra lo ha fatto, evidentemente, per far capire ai vertici del Regno Unito che non c’è più spazio per remare contro un nuovo assetto del mondo continuando a fomentare Kiev e i baltici per ottenere potere e condizionare l’Europa.
In veste di Grande Blek, Trump ha sparato sull’ex impero coloniale.
Il Grande Blek (o semplicemente Blek Macigno), il classico italiano creato dal trio EsseGesse (Giovanni Sinchetto, Dario Guzzon e Piero Sartoris) a partire dal 1954 vede come protagonista Blek Macigno, un possente trapper (trapper, non "trupper") biondo e fortissimo, capo di una comunità di trappers nei boschi del Maine (America coloniale, intorno al 1760-1770, periodo pre-rivoluzione americana). Insieme ai suoi inseparabili compagni (Roddy Lassiter, il giovane e sveglio ragazzo orfano adottato da Blek e il Professor Occultis, un eccentrico inventore e ipnotizzatore che escogita piani geniali) il trapper combatte continuamente contro le giubbe rosse inglesi (le truppe coloniali britanniche), i loro ufficiali crudeli, spie, traditori.
Le storie sono ambientate proprio nella lotta contro il dominio inglese, con i trappers che difendono la libertà, sabotano convogli, liberano prigionieri e aiutano i coloni in vista della futura indipendenza americana.
Nel sempre più evidente conflitto tra Washington e Londra, il macigno sembra essere un denominatore comune, in quanto sulla “perfida Albione” si staglia minacciosa anche la Roccia Nera, creatura di Larry Fink, il magnate Usa che è diventato il padrone di casa del World Economic Forum di Davos dopo l’uscita di scena del guru della globalizzazione Klaus Schwab.
BlachRoch Inc. è la più grande società di gestione degli investimenti al mondo, fondata nel 1988 e con sede a New York. Al 30 settembre 2025, gestiva oltre di asset, offrendo soluzioni in fondi comuni, ETF (iShares) e gestione del rischio (piattaforma Aladdin) per clienti istituzionali e privati.
BlackRock ha partecipazioni significative (spesso tra il 5% e il 7%) in quasi tutte le principali società quotate in borsa.
Impensabile che Larry Fink non sapesse cosa si stava apparecchiando sul palcoscenico del teatro di Davos, ossia la dichiarazione della fine del globalismo e, conseguentemente, di tutto il corollario economico e ideologico dello stesso.
Larry Fink ha fatto il padrone di casa consentendo che la commedia avesse luogo.
Dallo spettacolo, con protagonista indiscusso Donal Trump, in veste di Blek Macigno, sono uscite in tutta evidenza, assieme alla fine del globalismo, anche le pretese egemoniche di Londra e le follie economiche, ideologiche e burocratiche dell’Unione Europea, figlia del tentativo di instaurazione del Quarto Reich tedesco e messa alle corde dal cancelliere tedesco Merz, che si barcamena, come un saltimbanco, tra le necessarie prese d’atto del fallimento d’Europa e i richiami inglesi che arrivano attraverso il premier canadese.
Merz prima di rientrare attivamente in politica a tempo pieno ha lavorato per BlackRock. Dal 2016 circa fino al 2020/2021 (periodo in cui ha lasciato per concentrarsi sulla leadership CDU), è stato presidente del consiglio di sorveglianza (Aufsichtsratsvorsitzender) di BlackRock Asset Management Deutschland AG, la filiale tedesca del colosso americano dell'asset management.
Evidentemente, la sua vicinanza al colosso americano gli ha consentito di respirare in anticipo l’aria che stava tirando tra le nevi di Davos e così ha tentato, con una sorta di confessione tardiva, di prendere le distanze dal mostro burocratico europeo. “Sia la Germania che l'Europa -ha detto Merz - hanno sprecato un incredibile potenziale di crescita negli ultimi anni, rallentando le riforme e limitando inutilmente ed eccessivamente le libertà imprenditoriali e la responsabilità personale. Adesso cambieremo le cose. La sicurezza e la prevedibilità devono avere la precedenza su regolamentazioni eccessive e una perfezione fuori luogo. Dobbiamo ridurre sostanzialmente la burocrazia in Europa. Il mercato unico è stato creato per formare l'area economica più competitiva al mondo, ma invece siamo diventati campioni mondiali di sovra-regolamentazione. Questo deve finire”.
Il fatto è che per finire quello che Merz ha denunciato come lo spreco del potenziale di crescita è necessario azzerare il mostro che la stessa Germania ha costruito a Maastricht e per farlo è necessario che il Partito popolare europeo chiuda l’alleanza con socialisti e verdi, mandi alle ortiche l’asse con la Francia del pupillo dei Rothschild, capisca che gli inglesi sono sempre più fuori gioco e che è necessario fare come fece Roma con Cartagine.
Delenda Bruxelles, come delenda Cartago e spargere il sale affinché certe follie non rinascano.
Probabilmente si colloca in questo quadro l’incontro tra Merz e Giorgia Meloni, in quanto il presidente del Consiglio italiano è oggi nelle condizioni di essere punto di dialogo e di rapporto tra gli europei che vogliono capire dove andare e gli Usa di Trump.
Da Roma deve però arrivare lo stesso messaggio che mandava continuamente Catone il Censore (Marco Porcio Catone, 234–149 a.C.), il quale, secondo la tradizione, concludeva ogni discorso al Senato romano negli ultimi anni della sua vita con una frase che era più o meno questa: Ceterum censeo Carthaginem esse delendam («Del resto, ritengo che Cartagine debba essere distrutta»).
Catone ripeteva la frase indipendentemente dall’argomento del discorso, che fosse agricoltura, morale o politica estera, per spingere Roma verso lo scontro finale con il suo antico rivale. Questa insistenza implacabile contribuì a scatenare la Terza Guerra Punica (149–146 a.C.), che si concluse con la distruzione totale di Cartagine: la città fu rasa al suolo, il suo territorio (secondo la leggenda) cosparso di sale e la sua popolazione uccisa, ridotta in schiavitù o dispersa.
In chiave moderna, se si vuole che l’Europa abbia un futuro, è necessario distruggere Maastricht, raderla al suolo, spargere il sale e disperdere l’esercito di 30 mila funzionari che la abitano.
Spargere il sale significa eliminare tutte le normative frutto della follia burocratica da Stato etico fasullo che proprio la Germania ha voluto che fossero adottate per asservire gli altri Paesi.
Tornare alla Cee è il passo necessario e tornando alla Cee è necessario ridare pienamente agli Stati la loro sovranità.
Per quanto riguarda gli inglesi, su di loro è calato un macigno pesante, perché non è da sottovalutare che Larry Fink ha ospitato consapevolmente nel suo teatro di Davos la recita della fine del globalismo e del neo colonialismo, ossia della dominanza del serpente a due teste.
Infine, vorrei concludere associandomi a quanto scrive nel suo ultimo Cameo pubblicato su Zafferano il sempre ottimo Riccardo Ruggeri: “Vorrei che Davos (e con lei il mondo) tornasse quel meraviglioso villaggio agricolo Walser, ovvero quella località climatica che curò tanti intellettuali malati di tubercolosi, ovvero quell’impeccabile stazione sciistica che è. E che i partecipanti al WEF la usassero per sciare, anziché per farsi fanciullesche seghe mentali a 1500 metri d’altitudine”.







