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Medio Oriente, un puzzle in movimento

Medio Oriente, un puzzle in movimento

L’assetto del Medio Oriente è in rapido cambiamento.

Mentre in Iran continua la rivoluzione contro l’odioso regime assassino degli ayatollah, è in pieno ristabilimento il rapporto tra gli Stati Uniti e il mondo sunnita, alleato di sempre, ma la cui alleanza era stata messa in discussione dalla follia di George Bush Jr., il quale, sulla base di una menzogna di colossali proporzioni, aveva attaccato il regime di Saddam Hussein.

Carte Saddam

Assieme al dittatore, fatto giustiziare il 30 dicembre 2006, furono ricercati, catturati e in alcuni casi giustiziati, molti appartenenti al regime di Saddam, destrutturando il sistema iracheno, con la conseguenza che l’Iraq sunnita fu facilmente consegnato all’influenza dell’Iran degli ayatollah sciiti. Molti appartenenti all’esercito e ai servizi iracheni diedero vita all’Isis e gli Usa furono impantanati in Iraq, così come lo sono stati in Afghanistan.

Ora le forze statunitensi si sono ritirate dalla base aerea di Ain al-Assad nell'Iraq occidentale, consentendo all'esercito iracheno di riprendere il pieno controllo.

Situata nella provincia di Anbar, la base di Ain al-Assad ha ospitato per anni truppe americane e forze della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. È stata ripetutamente presa di mira da attacchi condotti da gruppi armati sostenuti dall'Iran, in particolare dopo l'assassinio del generale iraniano Qassem Soleimani, avvenuto nel 2020 a causa di un attacco con droni statunitensi.

Il ritiro fa parte di un accordo raggiunto nel 2024 tra Iraq e Stati Uniti, che prevede la graduale fine della presenza militare della coalizione internazionale e un passaggio a un rapporto bilaterale incentrato sulla cooperazione in materia di sicurezza.

Il Pentagono lo scorso anno aveva ribadito il suo impegno a ridurre la sua missione militare in Iraq, con il trasferimento delle truppe a Erbil, in Kurdistan.

All’inizio del 2025 gli Stati Uniti avevano in Iraq circa 2.500 soldati. Una volta completato il trasferimento, il numero totale di truppe statunitensi sarà ridotto a meno di 2mila, la maggior parte delle quali a Erbil.

Le forze statunitensi rimaste a Baghdad si concentreranno sul coordinamento bilaterale per la sicurezza, non sulla lotta contro l’ISIS, il quale, secondo un funzionario del Pentagono “non rappresenta più una minaccia costante per il governo iracheno o per gli Stati Uniti in Iraq. Questo è un grande risultato che ci permetterà di procedere in modo più responsabile verso una fase in cui l’Iraq stesso potrà guidare i propri sforzi per la sicurezza”.
Califfato

Il "califfato" dell'ISIS, autoproclamato nel 2014, si estendeva su vasti territori in Iraq e Siria, controllando città chiave come Mosul, e si espandeva anche in altre aree instabili come la Libia, ma fu progressivamente smantellato dalla coalizione internazionale a guida americana, perdendo il suo controllo territoriale entro il 2019.

cARTINA iRAN iRAQ FINALE

Siria puzzle

Come si può vedere dalle cartine lo spostamento dei militari Usa a Erbil è in funzione di un controllo del confine orientale dell’Iraq, ossia della parte del territorio che guarda verso l’Iran e, in particolare, verso quella parte dell’Iran abitato da etnie che sono in contrasto con il governo centrale degli ayatollah.

La manovra di spostamento coincide con la nuova situazione siriana, dove al Jolani (Ahmad Sharaa) sembra aver di fatto conquistato il territorio a est, nelle mani dei curdi, con l’evidente favore alla Turchia, che ha sempre avuto un contrasto aperto, con conflitti sui confini, e con un chiaro segnale che la Siria di Damasco è in grado di controllare le restanti fazioni dell’Isis che, tra l’altro, da un arretramento dell’Iran e da una progressiva ripresa di controllo iracheno del proprio territorio vedono veni meno le stesse ragioni che diedero vita al Califfato sunnita post eliminazione di Saddam.  

Nonostante l’accordo raggiunto, ci sono ancora attività militari nei vari teatri di guerra del nord-est, dopo la diffusione, ieri, della notizia del fallimento delle trattative a Damasco tra il leader siriano Ahmad Sharaa e il leader curdo-siriano Mazlum Abdi.

I negoziati, riferiscono le fonti, miravano a definire tempi e modalità dell'integrazione delle strutture amministrative e di sicurezza curde nel quadro statale siriano, uno dei nodi più delicati della transizione politica in corso nel Paese. 

Difficoltà che non fanno venir meno l’approvazione di Donald Trump alla politica del leader siriano Ahmad Sharaa sulla gestione della questione curda. Lo riferiscono i media governativi di Damasco, dopo un colloquio telefonico avvenuto nelle ultime ore di ieri tra Trump e Sharaa. La telefonata è avvenuta a seguito dell'accordo, annunciato domenica scorsa, tra le fazioni agli ordini di Sharaa e le forze curdo-siriane del nord-est. Durante il colloquio, riferiscono i media di Damasco, Trump e Sharaa "hanno sottolineato la necessità di garantire i diritti e la protezione del popolo curdo nel quadro dello Stato siriano", affermando al tempo stesso "l'importanza di preservare l'unità e l'indipendenza del territorio siriano".

La presa di posizione della Casa Bianca viene letta a Damasco come un sostegno alla linea del presidente siriano, che punta a controllare tutto il nord-est siriano, ricco di risorse strategiche e da almeno dieci anni in mano alle forze curdo-siriane. 

È chiaro che l’unificazione della Siria risponde ad una strategia complessiva di riassetto del Medio Oriente e della presenza nello stesso di attori come gli Usa, la Russia e la Turchia.

Non è, probabilmente, un caso che Ahmed Al-Sharaa (Al Jolani) ha impiegato undici giorni per prendere Damasco e dodici per marciare da Aleppo a Raqqa.

Se non ci fossero state intese precedenti, la conquista della Siria da parte di Ahmed Al-Sharaa non si sarebbe sicuramente svolta nei termini che abbiamo visto.

A farne le spese sono state le Forze democratiche siriane (SDF), spesso indicate come “i curdi” dai media, per semplificare. Queste formazioni, che per anni hanno gestito una grossa porzione di territorio siriano in modo autonomo, sono ora destinate allo scioglimento mentre la loro struttura di autogoverno sarà subordinata al controllo del governo centrale.

A giocare un ruolo cruciale è stato il mutato contesto internazionale e, in particolare, l’atteggiamento degli USA di Donald Trump. Un tempo principali sostenitori delle SDF in funzione anti-Stato Islamico, gli Stati Uniti hanno trovato in Al-Sharaa – già leader jihadista col nome di Abu Mohammed Al-Jolani – un nuovo e stabile interlocutore in questo quadrante, cruciale per le sorti dell’intero Medio Oriente. 

La fine del controllo curdo soddisfa anche la Turchia. Le SDF sono infatti numericamente e politicamente dominate dalle YPG (Yekîneyên Parastina Gel, ‘Unità di protezione popolare’), formazioni curde legate al PYD (Partiya Yekîtiya Demokrat, ‘Partito di unione democratica’), costola siriana del PKK (Partîya Karkerén Kurdîstan, ‘Partito dei lavoratori del Kurdistan’) fondato in Turchia e basato sull’ideologia di   Abdullah Öcalan. 

Abdullah Öcalan, leader del PKK in carcere dal 1999, ha lanciato nel 2025 un appello storico per lo scioglimento del PKK e la fine della lotta armata, aprendo la strada a un processo di pace e accordo con la Turchia, che ha accolto con favore l'appello per la stabilità.

Il Partito dei lavoratori del Kurdistan ha poi annunciato ufficialmente il suo scioglimento e la fine della lotta armata contro la Turchia nel maggio 2025, dopo oltre 40 anni di conflitto, segnando un passaggio da rivendicazioni indipendentiste a una richiesta di diritti e autonomia, in linea con il processo di disarmo avviato in Iraq settentrionale. 

Aggiungiamo che Donald Trump ha invitato Vladimir Putin e Erdogan a far parte del Consiglio che si occupa della ricostruzione di Gaza.

Da tutte queste operazioni in atto esce sempre più circondato e isolato l’Iran che, con tutta probabilità è prossimo a vedere finito l’odioso regime degli ayatollah, contribuendo ad una svolta geopolitica del medio Oriente di colossali proporzioni.   

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