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Con la testa nell’utero in affitto

Con la testa nell’utero in affitto

MI piace iniziare questa riflessione con due quartine ( Rubʿayyāt) di ʿUmar Khayyām (1048-1131), matematico, astronomo, poeta e filosofo persiano.

Che sia di duecento, trecento o mille anni la tua vita
Da questo vetusto palazzo sarai fatalmente cacciato.
Il sultano e il mendico del bazar:
Tutti e due avranno un valore solo, alla fine.

 

Un popolo è immerso in pensieri di religione e di [fede,

Un gruppo è perplesso fra dubbio e certezza.
D’improvviso verrà dalle insidie un banditore:
«O ignari, non è quella la via, e non è questa!».

 

Scrive Paolo Falconio della crisi dell’Occidente come crisi di sguardo storico.

https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/articoli-recenti/opinioni/27245-crisi-delloccidente-come-crisi-di-sguardo-storico.html

Ottimo articolo, che invito a rileggere, quello di Paolo Falconio, in quanto traccia le coordinate della crisi degli occidentali.

La crisi degli occidentali “brussellesi”, ossia delle élite europee che esprimono le attuali leadership, è ben maggiore di quella degli statunitensi, in quanto questi ultimi hanno quanto meno recuperato uno sguardo sistemico (America First, Dottrina Monroe, multipolarismo, aree di influenza) avendo distolto la testa dall’utero in affitto (sineddoche di un sistema di idiozie ideologiche progressiste), cosa che il Vecchio Continente fatica a fare.

Falconio mette il dito nella piaga quando scrive dei mali dell’Occidente: “L’ illusione antropologica di società smontabili e ricostruibili a piacimento, di popoli riducibili a individui astratti. L’idea assurda che l’uomo possa essere separato dalla storia, dal corpo sociale, dalla memoria, fino a diventare materiale neutro per l’ingegneria sociale”.

La questione di fondo è che se sei con la testa nell’utero in affitto è difficile che tu possa alzare la testa per guardare con sguardo intelligente alla realtà.

Abbiamo passato decenni, noi occidentali, con la testa immersa nell’utero in affitto, pensandolo come conquista di civiltà e abbiamo prodotto, noi occidentali, il wokismo, la cancel culture, il green, il cambio climatico, il transgender, l’lgbtq+ e il transumanesimo e abbiamo pensato, proni ad una cupola finanziaria neo coloniale, di poter esportare nel mondo, grazie al globalismo, queste ideologie nefaste come perle di civiltà.

L’essere rifiutati e considerati un manicomio è la conseguenza ovvia.

Abbiamo pensato che l’avere la testa nell’utero in affitto fosse la promessa di futuro per i popoli dell’orbe terraqueo.

Gli Stati Uniti d’America, usciti dall’utero in affitto, hanno recuperato una logica di potenza, che piaccia o non piaccia, oggi ci mette di fronte ad un mutamento radicale degli equilibri mondiali, con tutte le conseguenze geopolitiche che stiamo vedendo in azione.

Gli europei, fallito il IV Reich in versione Unione Europea, fanno la figura dei pagliacci, incapaci di alzare la testa e di guardare la realtà che avanza.

La realtà è che fa freddo. E qui la Germania, che investe 100 miliardi per diventare di nuovo una macchina da guerra, scappa dalla Groenlandia perché fa freddo e perché non ha la schiena dritta per far seguire alle parole i fatti e arrivare allo scontro con Trump.

Il cancelliere Frederich Merz, il nuovo Birmarck, che vuole fare della Bundeswehr il più grande strumento militare d’Europa, schiera una brigata meccanizzata in Lituania per difenderla da un’invasione russa inesistente, ma solo 15 soldati in Groenlandia che subisce oggi una minaccia diretta d’invasione dagli Stati Uniti.

“ll ritiro in tutta fretta del piccolo reparto tedesco sotto la minaccia implacabile dei dazi trumpiani – scrive Gianandrea Gaiani su Analisi Difesa - ha già trasformata la campagna di Groenlandia nella più umiliante disfatta della storia militare tedesca poiché in passato, pur nella sconfitta, i militari tedeschi avevano combattuto con grande valore".

I soldati tedeschi sono rimasti quindi in Groenlandia per solo 44 ore in tutto.

“Imbarazzante – scrive Gaiani - la spiegazione del ministero della Difesa tedesco, che ha riferito inizialmente che il team di militari avesse completato la sua missione.  L’esplorazione è stata completata come previsto e i risultati saranno ora analizzati in Germania” mentre il ministero ha insistito sul fatto che la missione non è stata interrotta, ma aveva l’obiettivo di valutare quale contributo la Germania potesse apportare al miglioramento della missione sull’isola e nell’Artico in generale, nell’ambito della NATO. Più tardi però Berlino ha precisato che un’attività di esplorazione ha dovuto essere annullata a causa delle condizioni meteorologiche”.

Capito? La grande armata tedesca scappa perché fa freddo. La prossima guerra i tedeschi la faranno alle Maldive.

La pagliacciata alla quale hanno partecipato otto nazioni europee si chiama Arctic Endurance (Resistenza Artica).

Resistenza non a Putin, impegnato a invadere l’Europa fino al Portogallo (a cavallo!), ma dagli Stati Uniti d’America.

Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Finlandia hanno inviato in Groenlandia contingenti simbolici, aprendo un contenzioso politico che potrebbe portare ad un cortocircuito letale per la compagnia di ventura ora guidata dal solito Macron Brancaleon, in perenne ricerca di visibilità. Ce lo toglieranno di mezzo i francesi prima o poi? Facciamo un fioretto e chiediamolo direttamente alle Moire.

Oltre ad avere la testa nell’utero in affitto (evidente simbolo della perdita di ogni lucidità e intelligenza), le élite europee che esprimono le attuali leadership hanno riproposto lo Stato etico di hegeliana memoria, che si è incarnato nel mostro di Bruxelles. Mostro che, non a caso, si occupa di voler dirigere ogni singolo atto della nostra vita e che in oltre trent’anni non ha prodotto la minima unione reale dei paesi europei essendo niente altro che la proiezione della Germania.

Una Germania uscita da poco dal nazismo e dal comunismo, nell’essere riunita ha risfoderato in tutta la sua potenza lo Stato etico di Hegel, ossia quella forma di Stato che ha prodotto i due mostri del ‘900, proiettandolo nelle stanze del burosauro di Bruxelles.

Ora, la nuova Grande Germania, che si riarma, scappa dalla Groenlandia perché fa freddo.

È con questo armamentario che ci presentiamo al mondo pensando che il mondo debba imitare la nostra “civiltà”?

Veniamo, dunque, alla Groenlandia.

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La vicenda della Groenlandia è perfettamente in linea con quanto gli Stati Uniti d’America stanno dicendo di voler fare in base all’America First, più la Dottrina Monroe, in un mondo deglobalizzato, diviso in aree di influenza, dove i cinesi devono stare lontanissimi dall’area di influenza Usa.

Cartina America

Se si guarda la cartina dell’America (Sud e Nord) si può ben vedere che con l’operazione di Panama gli Usa hanno cacciato la Cina dalla presenza sul canale e con l’operazione Maduro hanno chiuso le porte in faccia a Pechino e all’Iran. Meno chiaro il ruolo che avrà la Russia, dal momento che proprio ieri Il leader del Cremlino Vladimir Putin è stato invitato dal presidente americano Donald Trump a far parte del 'Board of Peace' per Gaza, con la evidente conseguenza che tra Mosca e Washington c’è dialogo aperto.

Se, come è probabile, cadrà Cuba, priva dell’appoggio del Venezuela, i cinesi saranno di fatto eliminati dalla zona caraibica, ossia in prossimità degli Stati Uniti d’America.

Dobbiamo inoltre considerare la composizione governativa dei Paesi dell’America latina.

Ad oggi l'America del Sud (Sud America) sta vivendo una chiara svolta a destra dopo vari anni di predominio o presenza forte di governi progressisti o di sinistra ("seconda marea rosa").

Sono di destra o di centrodestra: Argentina, Bolivia, Cile, Ecuador, Paraguay, Perù, mentre sono di sinistra: Brasile, Colombia, Uruguay.

Il Venezuela, dopo la fine di Maduro, si sta allineando con gli Usa.

In sintesi, a gennaio 2026 circa 6 paesi sudamericani su 12 sono retti da governi chiaramente di destra o centrodestra, con una tendenza in forte espansione rispetto a solo 3-4 anni fa.

Il 2026 sarà decisivo in quanto le elezioni in Colombia, Brasile e Perù (oltre a Costa Rica in Centroamerica) potranno confermare questa "onda conservatrice" o invertire nuovamente la tendenza.

Riguardo al Centro America, sono governati dalla destra El Salvador, Honduras, Costa Rica, Panama, dal centro-sinistra Guatemala e Belize e dalla sinistra il Nicaragua.

La logica degli Usa è quella di avere dei rapporti con gli Stati vicini (il famoso giardino di casa) che escludano l’influenza di Cina, Russia e Iran.

In gran parte l’operazione è riuscita, mentre rimane assai aperta la parte a nord.

E qui diventa strategica la Groenlandia.

Il Canada, che risponde alle logiche della Gran Bretagna (contrarie a Trump), ha firmato nei giorni scorsi un accordo di partnership con la Cina.

Il Premier del Canada Mark Carney ha incontrato venerdì scorso il presidente cinese Xi Jinping, lanciando di fatto quella che ha definito lui stesso una "nuova partnership strategica" con Pechino.

Il primo ministro canadese, dopo la rottura della partnership con gli Stati Uniti, ha dichiarato che la “nuova partnership strategica sarà fondata su impegno e cooperazione" e ha sottolineato ancora indicando i settori dell'agricoltura, dell'energia e delle finanze come quelli in cui sarà possibile mettere in atto la partnership economica.

Come si può ben capire, il Canada, oltre ad essere una spina inglese nel fianco di un’America che con la Gran Bretagna non va per niente d’amore e d’accordo, ora diventa un alleato della Cina pericoloso per gli equilibri Usa.

Coperta canada

Come si può ben vedere dalla cartina gli Usa sono scoperti sulla parte Nord e la Groenlandia, pertanto, assume la funzione di un tappo che chiude ogni spazio alla Cina nell’Artico e diventa anche la barriera che isola il Canada.

Si potrebbe obiettare che a coprire gli Usa ci pensano gli europei, suoi alleati nella Nato, ma gli Stati Uniti, con tutta evidenza, non si fidano di Paesi europei che oscillano tra i rapporti con Washington e quelli con Pechino, con una Germania che dipende ormai dal Dragone, e con un’ambiguità di fondo dell’Unione nei confronti del Dragone, anche se l'Unione Europea ha adottato da tempo la strategia del "de-risking".

La Cina, infatti, continua a investire in Europa, ma con un focus selettivo e spesso controverso. Nel primo semestre 2025 gli investimenti cinesi BRI in Europa sono schizzati del +2145% rispetto allo stesso periodo 2024 (circa 3,5 miliardi di dollari), anche se da una base bassa. I progetti si concentrano su porti (es. Pireo in Grecia, Trieste in Italia), ferrovie e logistica. Tuttavia, molti paesi hanno rallentato o bloccato iniziative per timori di dipendenza strategica.

Nel 2025-2026 il deficit commerciale UE-Cina resta enorme: le esportazioni cinesi verso l'Europa sono cresciute, mentre quelle europee verso la Cina sono calate. Pechino continua a "dumpare" sovracapacità industriale (soprattutto EV, pannelli solari, acciaio) in Europa.

Pechino tenta di sfruttare le tensioni transatlantiche (tariffe Trump, crisi Groenlandia, Venezuela) per presentarsi come partner "affidabile" contro il protezionismo USA.

La penetrazione cinese non è più in fase di espansione rapida e indiscriminata come nel 2015-2020, ma la dipendenza resta alta in alcuni settori.

Il 2026 sarà decisivo: o l'UE accelera il de-risking con una vera politica industriale comune, o Pechino continuerà a sfruttare le divisioni per consolidare posizioni strategiche.

Date le posizioni ideologiche della Commissione dell’Unione Europea è difficile se non impossibile che ci sia una svolta nelle politiche industriali.

Gli europei, pertanto, nella percezione degli Usa, rimangono inaffidabili e impotenti.

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Veniamo alla questione iraniana, con la quale ho esordito ricordando il grande ʿUmar Khayyām.

Qui il tema è: no allo sciah, no ai mullah, viva la libertà.

Anche in questo caso, come ci ricorda Paolo Falconio, dobbiamo guardare la storia e non pensare che gli iraniani intendano copiare il nostro stile di vita che oggi, purtroppo, è quello di chi ha ficcato la testa nell’utero in affitto.

Nella storia della Persia e, più in generale dell’Islam, ci sono stati momenti di contatto e di scambio, ma non con i folli del progressismo. Dobbiamo andare indietro nel tempo e ricordare, ad esempio, il persiano Avicenna.

Paese zoroastriano, poi islamizzato dai sunniti e in seguito dagli sciiti, oggi la Persia, divenuta Iran, è nelle mani di una banda di fanatici che hanno adottato un’ideologia rivoluzionaria post marxista, anti occidentale e anti sionista.

Secondo quanto ci riferisce Magdi Cristiano Allam, nella sua introduzione al Corano, “per la stragrande maggioranza dei musulmani la conoscenza e la trasmissione dei contenuti del Corano dipendono in modo preponderante dalla fonte che li comunica – ulema (giureconsulto e dotto dell’islam) l’imam (chi guida la preghiera collettiva), il katib (chi predica il sermone), il telepredicatore o il gestore dei siti islamici in Rete – e, di conseguenza, dal messaggio ideologico che questi intermediari veicolano e diffondono”.

Nei secoli spesso i teologi musulmani “illuminati”, a cominciare Al Ma’mun (813-833 d.C), sono stati dichiarati eretici, costretti alla fuga o giustiziati. Vale, ad esempio, per Averroè come per Mohamd Tah, (un teologo e politico sudanese, messo a morte nel 1995) e vale per le loro opere, date alle fiamme.

La narrazione degli ayatollah non va, pertanto, confusa con lo sciismo in quanto tale, essendo la loro un’ideologia rivoluzionaria post marxista antioccidentale e antisionista.

Con gli ayatollah l’Iran si è gettato nelle braccia della Cina e ha seguito un percorso che lo ha portato ad inseguire la bomba atomica, impoverendo la popolazione e riducendola allo stremo.

In Iran oggi manca l’acqua e c’è chi, essendo della banda, se la procura e chi deve farne a meno.

La crisi economica dell'Iran nel gennaio 2026 è considerata una delle più gravi della sua storia moderna, la più profonda e prolungata degli ultimi decenni. Il paese sta vivendo una combinazione letale di iperinflazione, crollo verticale della moneta (rial), sanzioni internazionali rafforzate, conseguenze della breve guerra con Israele del giugno 2025 e problemi strutturali interni come corruzione, blackout energetici e crisi idrica.

Le proteste riguardano principalmente la difficoltà a vivere e anche il fatto che gli ayatollah hanno speso una marea di risorse per finanziare Hezbollah, Hamas, gli Houthi.

Mentre si rincorrono le cifre sul massacro degli iraniani da parte di una banda di assassini guidati da dei fanatici e mentre le portaerei Usa si avvicinano al Golfo Persico, uno degli aspetti da considerare in questa che è ormai un’aperta rivoluzione contro la dittatura degli ayatollah è la rivolta armata dele minoranze etniche, dove da tempo esistono gruppi separatisti.

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Le minoranze etniche in Iran rappresentano una parte molto significativa della popolazione del Paese, che nel 2025 conta circa 93 milioni di abitanti.

Non esistono censimenti ufficiali recenti, ma esiste un consenso generale sulle proporzioni principali che nel 2024–2025 era la seguente: Persiani (Fars), 58–65% (maggioranza relativa, lingua ufficiale: farsi); Azeri (Azerbaigiani iraniani), 15–25% (la più grande minoranza, parlano azero turco, per lo più sciiti); Curdi, 7–10%; Lur (e Bakhtiari), 6–7%; Arabi (soprattutto nel Khuzestan), 2–3%; Baluci, 2–3%; Turkmeni + altre tribù turche (Qashqai, Khorasan Turkmen, ecc.), 1–3%; altre minoranze (Gilaki, Mazandarani, Talysh, Tats, Armeni, Assiri, Georgiani, Circassi, ecc.), 5% complessivo.

Schema minoranze iran

In sintesi, circa il 35–45% della popolazione iraniana appartiene a gruppi etnici non-persiani.

Queste comunità (curdi, baluci, arabi ahwazi, azeri, turkmeni ecc.) subiscono da decenni discriminazioni sistematiche (economiche, culturali, religiose), che in alcuni casi hanno dato vita a gruppi armati con obiettivi che vanno dall'autonomia regionale alla secessione, fino alla lotta contro il regime centrale.

Nel contesto attuale (gennaio 2026), con le grandi proteste nazionali iniziate a fine dicembre 2025 e la grave crisi economica/istituzionale seguita ai bombardamenti USA-Israele del 2025 sul programma nucleare, alcuni di questi gruppi armati sono tornati attivi, attaccando le forze di sicurezza (soprattutto IRGC) e cercando di collegarsi al malcontento popolare.

Tra questi gruppi ci sono i Curdi (Kurdish armed groups – principalmente nel Kurdistan iraniano nord-occidentale). I curdi iraniani hanno la rete più strutturata e politicamente articolata di gruppi armati. Nel gennaio 2026 molti di essi hanno sostenuto le proteste nazionali, chiamato scioperi generali e compiuto attacchi contro l'IRGC.

C’è poi il PJAK (Partito per una Vita Libera del Kurdistan) – Ala iraniana del PKK. È il gruppo curdo più forte militarmente nel 2026, con basi sulle montagne al confine Iraq-Iran.

Il KDPI (Partito Democratico del Kurdistan Iraniano) è collegato con peshmerga armati in esilio nel Kurdistan iracheno. Il Komala (Partito Komala del Kurdistan Iraniano) è anch’esso armato. Il PAK / KFP (Partito della Libertà del Kurdistan / Kurdistan Freedom Party) ha rivendicato attacchi diretti contro sedi IRGC.

Questi gruppi hanno coordinato dichiarazioni congiunte a sostegno delle proteste e alcuni hanno tentato incursioni dal confine iracheno (clash con IRGC segnalati a gennaio 2026).

La minoranza baluci sunnita è quella con l'insorgenza più violenta e continua contro lo Stato sciita. Il Jaish al-Adl ("Esercito della Giustizia") è il gruppo più attivo e letale.  Nel 2025-2026 ha continuato attacchi quasi quotidiani contro polizia, IRGC e posti di blocco; ha ucciso comandanti e annunciato una nuova strategia di "disobbedienza civile", formando una coalizione più ampia chiamata Popular Resistance Front / People's Fighters Front (PFF) con altri piccoli gruppi baluci (PADA, Nasr-e Baluchestan, Mohammad Rasulullah ecc.).

Ci sono poi altri gruppi di vario genere.

Gli esponenti delle minoranze armate iraniane avevano considerato l’attacco israeliano a Teheran del giugno 2025 e l’intervento degli Usa come un’occasione militarmente irripetibile.

Forse non è così. I gruppi etnici non hanno mai rinunciato all’ipotesi di una rivolta armata e in ogni caso i militanti possono fare da occhi e orecchie per i servizi segreti delle potenze arrivate ai ferri corti con Teheran.

Questo vale anche oggi che vede gli Usa impegnati in una possibile prova di forza.

Che la prova di forza sia in arrivo è assai probabile: Donald Trump ha detto: "E' ora di cercare una nuova leadership in Iran".

E’ chiaro che gli interessi geopolitici degli Usa sono alti. Un Iran non più in mano agli ayatollah e non più ostile con Israele cambierebbe radicalmente il quadro degli equilibri del Medio oriente, ma gli Usa sanno che il cambio di regime non può essere deciso dall’esterno, imponendo chicchessia.

Distruggere un potere odioso e sanguinario va bene, ma a decidere del proprio futuro deve essere il popolo.

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