
La grande offensiva ucraina, chiaramente fallita, ha un restroscena inquetante, che dimostra come siamo nelle mani di incompetenti a tutti i livelli.
Per dirla in sintesi, la controffensiva è stata pianificata secondo la dottrina, la strategia e la tattica Nato, che prevedono la copertura aerea. Piccolo particolare: l’Ucraina non ha una forza aerea degna di questo nome e, conseguentemente, non ha una copertura aerea.
A mettere nero su bianco l’incompetenza generale è stato il Washington Post, il quale ha preso in esame il periodo precedente alla controffensiva ucraina, basandosi su interviste con più di 30 alti funzionari provenienti da Ucraina, Stati Uniti e nazioni europee, fornendo nuove intuizioni e dettagli precedentemente non riportati sul profondo coinvolgimento dell’America nella pianificazione militare dietro la controffensiva e sui fattori che hanno contribuito alle sue delusioni.
Il resoconto, pubblicato in due articoli successivi, esamina come si è svolta la battaglia sul terreno durante l’estate e l’autunno e le spaccature sempre più ampie tra Washington e Kiev.
Partiamo dall’inizio.
Il 15 giugno, scrive il Post, in una sala conferenze presso la sede della Nato a Bruxelles, “il segretario alla Difesa Lloyd Austin, affiancato dai massimi comandanti statunitensi, si è seduto attorno a un tavolo con la sua controparte ucraina, a cui si sono uniti alcuni aiutanti di Kiev” e chiede conto al ministro della Difesa ucraino Oleksii Reznikov di come stanno andando le cose.
Oleksii Reznikov risponde mettendo sul tavolo una palese verità, che avrebbe dovuto essere ben conosciuta dagli esperti del Pentagono e della Nato. Senza supporto aereo, dice Oleksii Reznikov, l’unica opzione era usare l’artiglieria per bombardare le linee russe, scendere dai veicoli presi di mira e procedere a piedi.
“Non possiamo manovrare a causa della densità delle mine terrestri e delle imboscate dei carri armati”, ha detto Reznikov, secondo un funzionario presente e come riferisce il Post.
“Washington – scrive il Post – ha calcolato male la misura in cui le forze ucraine potevano essere trasformate in una forza combattente di tipo occidentale in un breve periodo, soprattutto senza conferire la potenza aerea di Kiev come parte integrante degli eserciti moderni. I funzionari statunitensi e ucraini a volte si sono trovati in netto disaccordo su strategia, tattica e tempistica. Il Pentagono voleva che l’assalto iniziasse a metà aprile per impedire alla Russia di continuare a rafforzare le sue linee. Gli ucraini hanno esitato, insistendo sul fatto che non erano pronti senza armi e addestramento aggiuntivi”.
Zelensky continua a parlare di vittoria, ma, come riferisce il Post, in “una teleconferenza nel tardo autunno del 2022, dopo che Kiev aveva riconquistato il territorio del nord e del sud, Austin ha parlato con il generale Valery Zaluzhny, il massimo comandante militare dell’Ucraina, e gli ha chiesto di cosa avrebbe avuto bisogno per un’offensiva primaverile. Zaluzhny ha risposto che aveva bisogno di 1.000 veicoli corazzati e nove nuove brigate, addestrate in Germania e pronte per la battaglia.
“Ho bevuto un bel sorso”, ha detto più tardi Austin, secondo un funzionario a conoscenza della chiamata. “È quasi impossibile”, ha detto ai colleghi”.
Il Post riferisce di molte simulazioni, ma la realtà era, come è ora comprensibile, ben altra.
Un alto funzionario ucraino, ci riporta il Post, ha detto a chiare lettere che i giochi di guerra “non funzionano”, in parte a causa della nuova tecnologia che sta trasformando il campo di battaglia.
“I soldati ucraini – scrive il Post – stavano combattendo una guerra diversa da qualsiasi cosa avessero mai sperimentato le forze della Nato: un grande conflitto convenzionale, con trincee in stile Prima Guerra Mondiale ricoperte da droni onnipresenti e altri strumenti futuristici e senza la superiorità aerea che l’esercito americano ha avuto in ogni conflitto moderno che abbia mai conosciuto”.
“Tutti questi metodi… puoi prenderli con cura e buttarli via, sai?” ha detto l’ anziano ucraino degli scenari del gioco di guerra. “E buttateli via perché adesso non funziona più così”.
Il tre febbraio 2023 in un summit con Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Biden, i militari del Pentagono, secondo quanto riferisce il Post, asserirono che l’esercito ucraino, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, era diventato una forza difensiva. Dal 2014 si era concentrato su una lotta dura ma di basso livello contro le forze appoggiate dalla Russia nella regione orientale del Donbass. Orchestrare un’avanzata su larga scala richiederebbe un cambiamento significativo nella struttura delle forze e nelle tattiche, ma gli addestramenti avrebbero richiesto più di un anno e sarebbero comunque avvenuti secondo gli schemi della Seconda Guerra Mondiale.
Il Post continua: “Zelenskyj, in occasione del primo anniversario della guerra, a febbraio, si era vantato che il 2023 sarebbe stato un “anno di vittoria”. Il suo capo dell’intelligence aveva decretato che gli ucraini sarebbero presto andati in vacanza in Crimea, la penisola che la Russia aveva annesso illegalmente nel 2014. Ma alcuni nel governo degli Stati Uniti erano poco fiduciosi. Funzionari dell’intelligence americana, scettici sull’entusiasmo del Pentagono, valutarono la probabilità di successo non migliore di 50-50. La stima ha frustrato le controparti del Dipartimento della Difesa, in particolare quelle del Comando europeo degli Stati Uniti, che hanno ricordato l’errata previsione delle spie nei giorni precedenti l’invasione del 2022 secondo cui Kiev sarebbe caduta in mano ai russi entro pochi giorni”.
Fermiamoci qui, per non entrare in depressione.
La domanda è: in che mani siamo?
Passiamo a Cop 28, che sembra una barzelletta ed è invece una serissima attestazione del fatto che siamo di fronte ad una incapacità palese delle leadership occidentali e soprattutto di quelle europee, che rasentano il ridicolo.
Andare in casa dei petrolieri per dire che bisogna eliminare il petrolio è cosa da manicomio, ma ormai ci siamo abituati.
Va da sé che Cop 28 è un fallimento totale per le politiche green e climatiche, con figuracce da far spavento.
Ieri sera girava una nuova bozza di accordo, ridotta da 27 a 21 pagine, diffusa dalla presidenza della Cop28 in corso a Dubai.
La nuova bozza riconosce la necessità «di una riduzione profonda, rapida sia del consumo che della produzione di combustibili fossili in modo giusto, ordinato ed equo, in modo da raggiungere lo zero netto entro, prima o intorno al 2050, come raccomandato dalla scienza».
Non è più citata la parola «uscita» dai combustibili fossili mentre resta l’indicazione di triplicare la capacità di energia rinnovabile e raddoppio dell’efficienza energetica al 2030.
Il testo proposto dalla presidenza della Cop28 per raggiungere un accordo esorta le parti ad «accelerare nelle tecnologie a zero e a basse emissioni, comprese, tra le altre, le energie rinnovabili, il nucleare, le tecnologie di abbattimento e rimozione, comprese la cattura, l’utilizzo e lo stoccaggio del carbonio, e la produzione di idrogeno a basso contenuto di carbonio, in modo da potenziare gli sforzi verso la sostituzione delle tecnologie fossili nei sistemi energetici».
La Francia, in accordo con la delegazione dell’Unione Europea, considera «insufficiente» la bozza di accordo presentata dalla presidenza emiratina della COP28 e chiede una maggiore ambizione nell’abbandonare i combustibili fossili. «Ci sono elementi che non sono accettabili così com’è», ha dichiarato la ministra Agnès Pannier-Runacher a Dubai. Anche la ministra dell’Ambiente spagnola Teresa Ribera, in rappresentanza dell’Unione Europea, ha giudicato il testo «chiaramente insufficiente».
Il fatto è, se vogliamo prenderne atto, che gli europei sono andati a Dubai a fare la figura del piffero e a Dubai, a fare una figuraccia, c’è andato anche Piero Parolin a nome di Francesco, ormai votato alla ideologia climatica e alle logiche green.
E’ ormai chiaro che gli Usa stanno lasciando Kiev al proprio destino, ben al di là della propaganda in corso con l’incontro odierno di Biden con Zelensky.
E’ ormai chiaro che la politica green e climatica sta facendo acqua da tutte le parti e che ci sono solo le teste dure degli europei della cordata che sostiene la formula Ursula, sulla linea di Timmermans, a continuare a premere per una svolta che è fallita.
E’ ormai chiaro che il Papa ha abbracciato politiche che ben poco hanno a che fare con la missione della Chiesa di Roma e che la sta portando a continue spaccature.
Sono molti gli elementi di questa stagione politica che ci fanno dire: “Ma, in che mani siamo?”.





