
di Vito Schepisi
La questione migranti è delicata e complessa.
L’Italia ha avuto tanti problemi, anche di legalità gestionale, per l’accoglienza e la gestione.
Problemi altrettanto pesanti si sono riversati sulle Città (soprattutto le più grandi) che hanno subito un progressivo e grave degrado per igiene, decoro urbano, vandalismo, violenza, spaccio, occupazioni abusive di immobili, microcriminalità e sicurezza.
I sentimenti d’amicizia e di solidarietà, come la ricchezza del multiculturalismo, possono riferirsi a quei paesi e a quelle genti che sviluppano rapporti di rispetto reciproco.
Da questo ovvio principio ne discende che, i migranti, dovendo vivere in realtà urbane in cui lo sviluppo (di civiltà e culture) ha tracciato strade diverse, si pongano la questione della necessità d’integrarsi alle usanze e alle leggi dei paesi ospitanti.
Questa integrazione, però, come è apparso evidente, non è avvenuta.
Le responsabilità sono molteplici e tra queste:
1) quella della consuetudine a subire di amministrazioni, enti, magistratura e forze politiche;
2) quella della strumentalizzazione politica dell’attuale opposizione;
3) quella della magistratura che a macchia di leopardo, laddove subisce “il fascino” della contrapposizione ideologica – contro un Governo che non ritiene amico – mette i bastoni tra le ruote a chi si pone il problema di difendere il Territorio Italiano;
4) quella degli enti, delle cooperative e dei business creati da privati (tra cui “associazioni a delinquere” e “sfruttatori” organizzatisi per lucrare sui fondi pubblici destinati all’accoglienza) con molte sviste, abusi, compiacenze, furti, leggerezze e violenze;
5) quella dei paesi della Comunità che voltano la testa dall’altra parte e se ne lavano le mani.
Ci sono, però, fenomeni che sono difficili da governare e che nell’interesse dell’Italia, necessiterebbero di atteggiamenti pragmatici, invece che di strumentale contrapposizione.
Il fenomeno migratorio, diventato corposo, risente anche del peso di quegli atteggiamenti d’ottusa ideologia che, in nome del “politicamente corretto”, peggiorano le cose e creano maggiore inquietudine sociale.
Nessun paese da solo può farsi carico d’una invasione migratoria di massa.
Ogni paese, inoltre, deve avere la sacrosanta facoltà di mantenere tradizioni, usi, cultura, sentimenti etici e civiltà. E non meno deve poter tutelare le conquiste sui temi dei diritti civili, sulla parità di genere, sull’educazione dei figli, sulla democrazia e sulla libertà.
Il multiculturalismo va bene, ma l’Italia, come tutti, ha un percorso di civiltà che non si può interrompere: il suo dovere è quello di tutelare e rafforzare i traguardi raggiunti.
Molta parte si giocherà l’8 ed il 9 giugno, con questa puntata del rinnovo del Parlamento Europeo.
Senza politiche di coesione in Europa, senza equi accordi per la distribuzione degli interventi, senza una comune gestione delle responsabilità, senza il bisogno di soluzioni e di regole da osservare, il fenomeno migratorio rischia di diventare una mina vagante.
Da sola, per questo fenomeno, l’Italia non se ne potrà uscire.
La questione, però, ridotta alle strumentalizzazioni politiche ed ideologiche sta diventando un peso insostenibile. Il servirsi della crisi che c’è, per alimentare le contrapposizioni tra gli schieramenti politici, è il modo più becero ed irresponsabile per ricercare le soluzioni.
Il no pregiudiziale e la cecità nel contrapporsi con pregiudizio alla ricerca di provvedimenti che scoraggino i viaggi dell’avventura nel Mediterraneo sono, infatti, segnali di irresponsabilità.
Ancora più bieco è il metodo del servirsi della magistratura, per ostacolare i provvedimenti adottati dal Governo per dissuadere le partenze.
La crisi migratoria non potrà non esserci nell’agenda della nuova Commissione Europea.
L’Europa verso cui guardavano i padri ispiratori era quella dei popoli, quella della pace, della sicurezza, della cooperazione, dell’integrazione culturale, della soddisfazione dei bisogni, dell’allargamento delle opportunità, oltre a quella, impenetrabile da tutti i dogmi e da tutti i fondamentalismi, del rafforzamento della democrazia e delle libertà.
Un’Europa aperta agli scambi, disposta a riconoscere popoli e culture, ma assolutamente indisponibile a farsi mettere in saccoccia dalle mafie del Mediterraneo ed a consentire la mortificazione del territorio del Vecchio Continente ad opera di violenti e fanatici.
A giugno si saprà se quella che verrà sarà un’Europa pronta a guardare con serenità al proprio futuro: se prevarranno le attenzioni verso le questioni più centrali (controllo dei flussi migratori, sviluppo, lavoro, innovazione tecnologica, tutela del territorio, agricoltura e tipicità produttive, infrastrutture, coesione sociale ed economica, opportunità e sicurezza), anziché l’odierna eccessiva attenzione ai giochi della finanza, alla decrescita ed al pauperismo ambientale.





