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IL WEB E IL DIVERSO APPROCCIO CON LE DIVERSE GENERAZIONI

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di Mauro J. Barbieri

Se vi è una dimensione in cui le differenze generazionali emergono con la massima intensità e
notorietà, essa risiede indubbiamente nel mondo virtuale. Tra stereotipi, tendenze generali ed
espressioni culturali, l’ambiente digitale si rivela un terreno fertile per un’indagine antropologica
sulle identità e le controverse intergenerazionali presenti online.
Non esiste un accordo unanime sulla definizione di ciò che significa essere un millennial. Di
recente, il Pew Research Center, un centro di analisi politiche e sociali americano, ha stabilito che la
generazione millennial comprende coloro nati fino al 1996. “I punti di separazione generazionale
non sono una scienza esatta”, spiegano i ricercatori, “(…) Tuttavia, i confini non sono scelti a caso.
Le generazioni sono spesso considerate in base alla loro durata, anche se non c’è una formula
concordata per stabilire questa durata. Con un periodo di 16 anni (dal 1981 al 1996), la nostra
definizione di millennial è equivalente alla generazione precedente, la Generazione X (nata tra il
1965 e il 1980)”. Da un punto di vista sociologico, e concentrandosi molto sulle esperienze delle
persone nate e cresciute in Occidente, i millennial sono coloro che ricordano l’attentato dell’11
settembre, ma erano ancora giovani, con massimo vent’anni all’epoca. Sono cresciuti anche durante
le guerre in Iraq e Afghanistan e la grande crisi del 2007/2008, eventi che hanno profondamente
influenzato il loro modo di pensare al futuro, affrontare il mondo del lavoro e fare scelte che
possiamo definire “adulte”.
Se vogliamo renderlo in modo creativo e intelligente, potremmo dire che i millennial sono una
generazione che si è trovata di fronte ad una storia che li ha traditi. Cresciuti con l’ideale di una
società liberale, sono stati invece catapultati in un’epoca caratterizzata da guerre, minacce
terroristiche e crisi economica. La narrazione dominante per anni li ha dipinti come una generazione
incapace o disinteressata a crescere. Pochi anni fa, un trend virale ha descritto l’intera generazione
come distruttori seriali di industrie: i millennial hanno distrutto l’industria dei cereali, della birra, dei
beni di lusso, delle palestre, del golf e dei diamanti. Sono stati anche quelli che non hanno dedicato
abbastanza tempo a risparmiare per il futuro, preferendo invece gustare quotidianamente avocado
toast e latte speziato allo zenzero.
I nuovi veterani di internet.
In modo più o meno improvviso, si è creata una frattura tra la realtà e la percezione di essa: i
millennial, spesso associati con l’essere giovani, si ritrovano ora sulla soglia di mezza età. Persino
gli esperti del Pew riconoscono che i millennial di età più avanzata hanno già superato i
quarant’anni, pertanto diventa poco significativo parlare ancora di “giovani”. Il racconto di ragazzi
fissati con il cellulare non corrisponde più alla realtà. Storicamente, i millennial hanno avuto un
rapporto complesso con l’età adulta. Diversi studi hanno dimostrato che hanno avuto più difficoltà
dei loro genitori (nati nella seconda metà del XX secolo) nel raggiungere gli obiettivi tipici di una
vita stabile, come un impiego fisso o l’acquisto di una casa. Nonostante il loro percorso accidentato,
i millennial stanno invecchiando e nulla lo evidenzia meglio dei social network.
I millennial sono coloro che ricordano le discussioni sui forum e che scrivevano storie dei fan in
attesa dei libri di Harry Potter, mentre la Generazione Z è composta da nativi digitali che dominano
le nuove piattaforme e i nuovi linguaggi. Gli zoomers sono nati con la pratica di filmare se stessi.
La generazione millennial si distingue per un aspetto peculiare: è stata la prima a integrare Internet
nella propria vita quotidiana. In particolare per coloro che sono nati negli anni Novanta, i primi
forum, le chatroom o MSN, Myspace, Netlog, Tumblr e infine i primi esperimenti con i principali
social media sono stati momenti fondamentali durante periodi cruciali della loro vita. Twitter, fino a
pochi anni fa, rivestiva un valore inestimabile per i professionisti, permettendo a molti di informarsi
e formarsi opinioni politiche. Instagram era uno strumento per restare in contatto con gli amici.
YouTube rappresentava una piattaforma di espressione orizzontale e una possibilità di approfondire
idee complesse, prima di diventare un labirinto di contenuti estremisti. Nel corso del tempo, queste
piattaforme si sono deteriorate o sono state invase da pubblicità e informazione alternativa visto il
buco di affidabilità generato dai media. Nel crepuscolo dell’era dei social media – o almeno così
sembra – anche la prima generazione ad averne usufruito sta allontanandosene. “I millennials sono
gli ultimi rappresentanti del mondo analogico, un ponte tra ciò che era e ciò che sarà” ha scritto
Jason Parham su Wired. “Forse è proprio per questo che sembra non esistere più alcuna app degna
di socializzazione come quelle di un tempo. Siamo cresciuti con Msn e Myspace, e poi Friendster,
Blogger, Tumblr, Twitter e Facebook sono stati i luoghi in cui abbiamo trovato le nostre comunità,
nutrendo le nostre passioni creative e persino costruendo la nostra carriera”.
“Con il passare del tempo, però, tutto è cambiato.” Nel New York Times, Max Read ha definito il
2023 come “l’anno in cui i millennial hanno iniziato a sentirsi vecchi su Internet”. Rispetto alle
generazioni successive, trascorrono meno tempo online e non sono attratti dalle ultime novità
sociali o tecnologiche. Ad esempio, fanno un uso limitato delle app di IA generative, come Chat
GPT. Da anni, il loro tempo trascorso davanti allo schermo è in calo. Certamente, l’età svolge un
ruolo importante: con l’avanzare degli anni e le responsabilità della vita adulta, l’interesse per i trend
sociali si affievolisce. Internet non è più quello di un tempo, e i millennial ne stanno facendo a
meno.
La connessione online e l’identità generazionale
Su Internet, l’identità è un argomento molto discusso: dagli orientamenti sessuali alle identità di
genere, razziali e neurodivergenti. Tuttavia, che ruolo giocano le identità generazionali? Sono
strettamente legate al mondo digitale. Da un lato, i consumi e le abitudini online definiscono in
parte queste identità. I millennial ricordano le vecchie discussioni sui forum e le fanfiction scritte
mentre aspettavano i nuovi libri di Harry Potter. D’altra parte, la Generazione Z è composta da
nativi digitali che dominano le nuove piattaforme e i nuovi linguaggi, soprattutto quelli basati su
video brevi. Gli zoomers sono letteralmente nati a filmarsi. Tuttavia, c’è una differenza
fondamentale nella concezione di Internet e delle piattaforme tra i millennial e gli zoomers. Per i
millennial, Internet era un luogo per scambiare informazioni e costruire relazioni, al massimo
diffondere zine di nicchia. Per la generazione successiva, invece, la rete rappresenta un’opportunità
economica. Come afferma lo scrittore Vincenzo Marino nel suo saggio “Sei vecchio. I mondi
digitali della Generazione Z”, i social sono diventati vere piattaforme performative, accessibili a
tutti, su cui chiunque può ambire a far parte del contesto con il proprio contenuto. Non solo le
modalità di utilizzo sono cambiate, ma anche la concezione stessa degli spazi online.
Il fenomeno del dominio del contenuto, ovvero la capacità di convertire in formato digitale vari
aspetti della vita quotidiana, è una diretta conseguenza della privatizzazione e monetizzazione della
rete operata dalle grandi aziende oligopolistiche. È una realtà tangibile che esercita un profondo
influsso sul cambiamento culturale in atto.
Il trascorrere del tempo online avviene a un ritmo più accelerato rispetto a quello terrestre. La
Generazione Z si trova ad invecchiare a velocità impressionante e inizia già a percepire il ticchettio
dell’orologio. La tendenza alla nostalgia per epoche che i social media non hanno mai vissuto si
diffonde tra i giovani, che guardano con una commistione di compassione e divertimento ai
contenuti che avevano condiviso durante la preadolescenza.
Allo stesso tempo, sono proprio quei contenuti a caratterizzare e plasmare nell’immaginario
collettivo una serie di tratti generazionali distintivi: si pensi al millennial pink e alle millennial
pause (quei brevi momenti di silenzio all’inizio di un video). Le gif sono considerate cringe,
pubblicare foto delle proprie piante o delle tazze di caffè è considerato un’abitudine triste e superata,
appartenente al decennio passato. Su TikTok, si possono trovare numerosi ventenni che deridono i
loro fratelli più grandi per le pose che assumono nei selfie, per i caratteri tipografici che utilizzano
nei meme (chi ricorda ancora Impact?), e così via. In sostanza, il millennial cringe è diventato parte
integrante dell’album di famiglia di tutta una generazione, proprio come le bolle immobiliari e
l’ansia associata al terrorismo. Alcuni lo rivendicano con gioia: la generazione degli eterni
bamboccioni, dei narcisisti pigri come li definì Time Magazine in una memorabile copertina, può
finalmente godersi la vecchiaia, almeno su piattaforme online.
Accelerazione e nostalgia si fondono insieme in questo contesto.
E gli zoomers? Secondo le statistiche e gli studi, sono loro i veri protagonisti del mondo virtuale.
Sono costantemente connessi, dedicano la maggior parte del loro tempo libero alla navigazione
online e costituiscono una parte significativa degli utenti dei nuovi social network. Secondo il Pew
Research Center, rappresentano addirittura il 44% degli iscritti a TikTok. Tuttavia, alcuni
osservatori notano che TikTok stesso sta invecchiando e che forse è molto più popolare tra i
millennial di quanto si pensi.
Il tempo trascorso online passa più velocemente di quello reale sulla Terra. La Generazione Z sta
invecchiando a una velocità sorprendente e inizia già a sentirne il ticchettio. Mentre si diffonde una
nostalgia per epoche che la maggior parte degli utenti dei social non ha mai vissuto, come gli anni
Cinquanta. Tra i dodici e i diciannove anni esiste un abisso temporale e, tra l’internet del 2017 e
quello del 2024, sono trascorse ere geologiche. L’accelerazione dei contenuti e delle innovazioni,
l’impressione che tutto cambi alla velocità della luce, ci dà una sensazione di vertigine temporale
che non riusciamo a comprendere appieno. La malinconia sembra essere la risposta che l’inconscio
collettivo in rete ha trovato. I trend sui social media si muovono così rapidamente che le “operazioni
nostalgia” possono essere facilmente ottenute anche in pochissimi anni: è sufficiente digitare
“nostalgia del 2020” e si possono trovare migliaia di video che ci riportano indietro di soli quattro
anni, quando eravamo chiusi nelle nostre stanze o negli uffici domestici a guardare persone che
ballavano la WAP dance. I millennial rimpiangono il periodo d’oro di Tumblr, mentre i zoomers
ridono dei selfie che postavano su Snapchat prima di andare a scuola durante gli anni delle medie.
Nel corso del tempo, l’universo digitale si evolve in una maniera che può essere definita
inaccogliente, incostante e plagato da innumerevoli problematiche. Dai rischi connessi ai deepfake,
passando per la fastidiosa invasione pubblicitaria, fino alla scomparsa di piattaforme consolidate, la
realtà virtuale sembra presentarsi come un luogo da evitare. Nell’attimo di riflessione, un senso di
nostalgia pervade, mentre ci immedesimiamo nelle persone di una generazione differente,
paragonabili ai “boomer” di una volta. Tuttavia, non bisogna abbattersi, ma affrontare queste sfide
con una mentalità professionale e mirare al perseguimento di soluzioni concrete.

Autore

  • Redazione

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