di Antonio Foccillo
Il voto recente in Abruzzo, al di là della chiara vittoria del centro destra e al di là del campo largo della sinistra, o presunta tale che ha perso, ha permesso di rilevare, per l’ennesima volta, un calo della partecipazione al voto. Sono arrivati a votare, circa il cinquanta due percento degli aventi diritto. È un dato sempre più preoccupante e dovrebbe essere analizzato, proprio dai partiti, per valutare quali sono i percorsi idonei a recuperare cittadini alla partecipazione politica.
Più volte ho ricordato, su questo quotidiano, che questa anomalia rappresenta la crisi di legittimità di tutti i soggetti di partecipazione politico-sociale. Eppure, per far sì che il popolo potesse esprimere la sua partecipazione sono stati costituzionalizzati sia i partiti e sia i sindacati.
Questi principi, dal varo della Costituzione dopoguerra, hanno fatto raggiungere, nei vari momenti elettorali, una partecipazione al voto all’incirca dell80-90% della popolazione attiva.
Purtroppo, dalla crisi della politica, dal ‘92 in avanti e dalla crisi economica dei subprime, dalla globalizzazione e della finanziarizzazione dell’economia queste percentuali sono andate sempre più calando, fino a raggiungere il record negativo nella recente elezione nella regione Abruzzo.
Questo continuo abbassamento dei partecipanti è il sintomo evidente di un rifiuto e di una mancanza di fiducia verso tutta la classe politica, che viene progressivamente delegittimata proprio dal crescente aumento dell’astensione.
Tanto è vero che alcuni studiosi, come Colin Crouch[1], hanno cominciato a parlare di post-democrazia e di dittatura dei media che avrebbero condizionato sempre più le intenzioni di voto del popolo con le loro campagna contro la politica e contro le ideologie, dipinte sia l’una che le altre sempre in modo deleterio.
Questo certamente è un aspetto significativo, ma, a parer mio, ci sono molte altre cause che hanno determinato l’astensionismo: cominciamo, senza dubbio, dai vari sistemi elettorali che si sono succeduti, dopo la cancellazione del sistema proporzionale, che tra l’altro era stato costituzionalizzato, proprio per permettere ad ognuno, nel momento elettorale, di scegliere il proprio rappresentante.
Dopo di che, con il maggioritario, pur con le tante modifiche, si è costretti a scegliere il candidato o il partito che si considera il meno peggio. E a lungo andare il cittadino ha stabilito che questo metodo, non gli era più congeniale e si astenuto sempre di più. E così è venuto meno un principio fondante della democrazia.
Basterebbe riproporre il sistema proporzionale per permetter ad ognuno di scegliere liberamente chi è più funzionale ai suoi valori e così potrebbero partecipare di nuovo nell’agone elettorale molte più persone di quelle attuali.
Contribuisce a questa situazione delegittimante è anche l’impotenza della politica che alimenta giudizi generici e sommari e suggestioni antipolitiche, perché non solo non dà risposte o se le dà, sono parziali e contingenti e per aver scelto di mantenersi subalterna alla finanza e ai dogmi economici del neo liberismo.
Basterebbe riacquistare la capacità propositiva e programmatica per una svolta nell’economia della finanza, riproponendo un nuovo modello di società, di economia, di welfare, fondato sulla centralità dei cittadini e non di altri interessi.
Altro elemento sui cui riflettere è che l’evoluzione o meglio l’involuzione della partecipazione rappresentativa che ha avuto inizio anche con i partiti di massa che sono passati, da un sistema di contatto strutturato con la propria base elettorale, di cui percepivano velocemente le necessità e ne elaboravano soluzioni e strategie politiche, a privilegiare sempre più il distacco, avendo chiuso le forme di presenza nel territorio ed abbandonando i valori che rappresentavano.
Ancora da un lato i partiti hanno sostituito i loro nomi identificativi dei principi che affermavano come caratteristica del loro essere, con i nomi dei loro leader. Hanno ristretto così le forme di pluralismo e di democrazia interna per affermare la volontà dell’uomo solo al comando.
Infatti, la deriva leaderistica ha concorso pesantemente a rafforzare quella espropriazione del diritto di poter partecipare alle decisioni collettive, autonomamente e criticamente, producendo crescenti fenomeni di rigetto nei confronti di questa politica. Misurabile proprio dall’aumento esponenziale del non-voto, o di movimenti anticasta, la cui identità è stata mistificata.
L’astensionismo al voto, infine, è stata considerata come un banale raffreddamento della passione delle persone, mentre tale fenomeno è la più radicale contestazione dell’esproprio di beni preziosi quali: la democrazia e la partecipazione.
Non voglio parlare anche di una immoralità diffusa e di malcostume politico che ci avevano illuso, che con la rivoluzione che ha portato alla morte dei partiti della prima repubblica sarebbero finite, invece sono continuate sempre più invasive.
Basterebbe ripensare i partiti, la loro struttura, la loro forma democratica di selezione della classe dirigente, di decisione e di discussione, magari tornado indietro rifondando le sezioni in tutti i territori e puntando su nuove idealità che siano in grado di assicurare un autentico stato di diritto; una divisione effettiva dei poteri; un ruolo attivo delle forze politiche e sociali; un dialogo costante ed un confronto dove tutti possano esprimere la loro opinione.
Perché quando non ci sono luoghi in cui confrontarsi i propri interessi diventano gli unici importanti da sostenere, mentre quando si può ragionare, insieme agli altri, si può arrivare a condividere una gerarchia degli interessi, dove quelli generali sono i più importanti, anche per risolvere quelli personali.
In ultimo, una mancanza di discussione e di analisi della realtà, per tornare a fare Politica (con la P maiuscola). I partiti non hanno fatto niente per uscire da questa situazione tragica in cui vivono e anzi si sono avviluppati in spirali sempre più inutili di luoghi comuni, di liti all’interno e all’esterno, invece di riappropriarsi del ruolo di strumenti in grado di orientare le scelte di politica economica, combattendo povertà, emarginazione, crisi del lavoro e della stabilità del lavoro.
E qui due parole sulla sinistra. Sono d’accordo con Sandro Roazzi[2] nell’articolo di ieri su questo nostro giornale, in cui affermava che “La speranza è che nell’opposizione qualcuno si interroghi su come tornare ad essere credibili”. E fare politica vera, dico io!
Iniziare battaglie per ripristinare diritti e garanzie che si sono perse quali: le tutele sul lavoro, i diritti dei lavoratori, i diritti di cittadinanza che diventano una risposta necessaria ai rischi di un mercato globalizzato e alle economie prive di principi sociali. Riaffermare il diritto al lavoro, quando ancora esistono larghe sacche di disoccupazione, sempre più ampie per la crisi economica; il diritto fondamentale alla salute, quando l’organizzazione sanitaria del paese, le condizioni ambientali e l’assetto del territorio non sono in grado di assicurarlo pienamente; il diritto allo studio, quando, di fatto, può accadere che le condizioni sociali, economiche e ambientali non consentano ai capaci e ai meritevoli di raggiungere i più alti livelli degli studi. Infine il diritto di non morire sul lavoro; la tutela della sicurezza sociale e personale, il ripristino del potere d’acquisto, una nuova distribuzione della ricchezza e della coesione e della solidarietà.
Ridare cosi da parte della sinistra spazio a contenuti nuovi per riavvicinare le persone alla politica e abbandonare le logiche del neo liberismo, che aveva sposato.
Come sosteneva Arendt[3]: “L’economia è il solo uno strumento per migliorare la politica, accrescere il benessere collettivo, promuovere il progresso e lo sviluppo”.
Solo se la politica sarà capace di riproporsi come luogo in cui la società si autorappresenta in un progetto alternativo a quello dominante, elaborato collettivamente, da affare dei pochi, può diventare pratica comune ad ogni livello e può far ritrovare nuove motivazione e nuove passioni.
[1][1] C. Crouch, Post-democrazia, Laterza, Bari 2009
[2] A, Roazzi, Visto anche l’Abruzzo, ma la pseudo sinistra quando fa sul serio, Nuovo Giornale Nazionale del 12.3.2024
[3] H. Arendt, The promise of politcs, Schochen Books, New York 2009




