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IL” VINCOLO ESTERNO” E LA SOLITUDINE DI PAOLO SAVONA

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Il “vincolo esterno” e la solitudine di Paolo Savona: l’Italia alla deriva tra imposizioni e rinunce

In un paese abituato ormai al copia-incolla, dove il pensiero critico viene trattato come un corpo estraneo, Paolo Savona continua a rappresentare una voce stonata, per questo necessaria. In un’Italia che ha delegato le sue scelte più strategiche a Bruxelles, Berlino o Francoforte, Savona ricorda – con la puntualità dello storico e la lucidità dell’economista – che il cosiddetto “vincolo esterno” non è un concetto astratto, ma una costante che ha plasmato, spesso nel silenzio generale, le scelte fondamentali del nostro Stato, dalla nascita dell’Italia unita fino all’euro.

Il vincolo esterno, dice Savona, “ci ha salvato tre volte”, ma – citando Guido Carli – al prezzo della democrazia. Un prezzo altissimo. La sua analisi si inscrive in una tradizione economica e politica che ha sempre visto nell’Italia un paese commissariato dalla storia, in cui l’autonomia è stata sacrificata ciclicamente per non crollare. Dalla firma del Trattato di Roma all’ingresso nello SME, fino al capolavoro geopolitico (per altri) dell’euro, le decisioni sono state spesso prese per “necessità”, mai per convinzione condivisa.

E poi arrivò l’euro.

Savona, inascoltato come tanti profeti in patria, aveva già denunciato negli anni Novanta la fragilità dell’eurozona: un’area monetaria che non rispettava i parametri di Mundell, con Paesi troppo diversi per competitività, debito, struttura produttiva. Il risultato? L’Italia, bloccata da una moneta troppo forte per la sua economia reale, ha visto crollare i salari, fuggire le industrie, evaporare la crescita. Gli investimenti pubblici si sono ridotti, la produttività è stagnante da vent’anni, i giovani emigrano. Nel frattempo, la BCE faceva il suo mestiere: tutelava l’euro… ma non l’Italia.

Non era ideologia. Era analisi. Savona proponeva soluzioni, tra cui un Fondo Monetario Europeo e una struttura federale capace di compensare gli squilibri. Nessuno lo ascoltò. La crisi del 2008, e poi quella dell’eurozona del 2011-2012, gli hanno dato ragione.

Secondo Savona, l’euro ha privato l’Italia del più potente strumento di aggiustamento: il tasso di cambio. La flessibilità che aveva permesso a Carli di gestire le turbolenze finanziarie degli anni Ottanta è svanita. In cambio, abbiamo ottenuto parametri rigidi e procedure d’infrazione. I governi italiani, spogliati della leva monetaria, hanno dovuto affidarsi solo a tagli e tasse. La politica economica si è trasformata in contabilità per compiacere Bruxelles, e non in strategia per rilanciare il Paese.

L’Europa intergovernativa – dice l’economista – è una macchina che serve gli interessi dei più forti, lasciando i più deboli con il cerino in mano.
Bisogna cambiare i parametri. Ma questo richiede coraggio politico, visione storica e una nuova generazione di leader europei. Esattamente ciò che manca.

Grazie Professore.

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  • Redazione

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