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IL VECCHIO E IL MARE

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di Carlo Di Stanislao

Il vecchio  e il mare: fra leoni  squali e donne in attesa. 

Pescatore, cacciatore, bevitore, sempre in viaggio fra guerre, corride e matrimoni, Ernest Hemingway è ricordato per aspetti che ne hanno fatto un personaggio da copertina. Eppure, egli fu innanzitutto scrittore. Anzi, il più influente scrittore del Novecento, per larghi tratti il più amato, sicuramente il più imitato”
Matteo Bucci 
 
Il suo libro più bello per me, pubblicato nel ’52, “Il vecchio e il mare”  è il racconto perfetto e dolente del Novecento. Perfetto come lo è un uovo, dolente come lo è stato il Novecento. 
Una forma perfetta e tragica come l’ombra di Moby Dick di Melville. Lo rileggo da più di trent’anni e ringrazio la dea dell’Oblio di scollarmelo, puntualmente, dalla memoria e di lasciarmi ciò che più amo, l’incipit: «Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce.»; e le righe finali: «Il vecchio sognava i leoni». 
Fra queste due frasi c’è il mistero, il tormento della vita e l’insostituibilità della Letteratura, che mai potrà essere periferica. 

 
Il grande pesce lavora sott’acqua d’istinto, il pescatore sopra l’acqua di mestiere e disperazione. Avrà vittoria amara e cosciente nel tirarlo in superficie e sollievo, forse, nel vederselo divorato da altri pesci, prima di poterlo portare a riva. Lo scheletro, asciutto come una croce o come la sconfitta di ogni vittoria, sarà l’unica testimonianza di quello che ha vissuto onorevolmente, coraggiosamente, sapendo che il destino è l’unico osso duro, ma la vita una polpa che non si può non rincorrere.
 
Mare, cielo, correnti, albe e tramonti, lenze tese fra le mani, strappi, solitudine, acqua e cibo che scarseggiano, voli di gabbiani, brezze che incidono il mare: ingredienti che annullano la digressione in un altrove, slegato dal sogno di un branco di leoni, visti da un battello sulla costa d’Africa. 
Non ci sono donne, nessuna Rita Hayworth che balla o Jane Russell che canta, ma qualche ricordo di partite di base-ball, non si scappa dalle poche pedine messe in campo dallo scrittore: nel racconto c’è una lenza tesa e tutto l’umore sgocciola da lì, dal rapporto che si instaura nella pura sfida. 
 
Giorni di sole feroce, di notti buie, di due solitudini che la violenza della caccia sa di non poter addolcire: uno è lì per fuggire, l’altro, comunque per uccidere. E ha poca importanza chi verrà a sottrarre la preda della vita: pescecani senza nobiltà.
 
È stato perché sono cresciuto in un borgo di pescatori e ho letto questo racconto che ho compreso il senso tragico dei quadri di Mario Lupo, le sue donne in attesa, i gabbiani  nella  tempesta, il duro rito del  salpare reti magre di pesca e gonfie di fatica. 
 
Forse anche per la passione per la nautica Lupo inizia a dipingere su tela olona, grezza ed  usata nella navigazione. 
Inizia a sviluppare uno stile suo proprio e raffigura principalmente marine, paesaggi di collina, nature morte e soggetti religiosi. 
Nel 1964 dipinge la sua prima “donna in attesa” soggetto che poi sarà una costante nella sua arte. Pochi anni dopo compaiono anche i gabbiani e spesso i due iniziano ad affiancarsi, perché la vita è attesa ed assieme volo, perché si deve essere leoni e non farsi divorare, ma  neanche divenire come squali che divorano.
 
Nella sfida costante al mondo e soprattutto a loro stessi Hemingway e Lupo hanno cercato di non perdere mai la grazia. Quella stessa grazia che pervade i libri del primo e i quadri del secondo, che raccontando la semplicità, la fragilità e la pietà di eroi indimenticabili perché quotidiani ed umani, ci dicono come essere umani per  davvero. 
La stessa grazia conservata attraverso il dolore che traspare dai libri della coreana Han Kang, da pochi giorni insignita del Nobel per letteratura. 
Una Grazia che è dolore elevato al cielo e che ci rende impermeabili al brutto della vita.

 
 

Autore

  • Redazione

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