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Il selfie al Marriott tra Amico e Meloni ha 7 anni: di che parliamo?

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Amico e Meloni

Come la sinistra strumentalizza senza contestualizzare

Che Giorgia Meloni sia sodale della mafia non ci crede nessuno. Nemmeno chi lo scrive.

Ci avevano già provato con Giulio Andreotti: trent’anni di processo, migliaia di pagine, il bacio a Totò Riina e alla fine la Cassazione lo assolse con formula piena. Un teorema durato una generazione intera.

Oggi basta uno scatto al Marriott di Milano, rubato nel 2019 da un tizio in prima fila che chiede una foto alla leader di Fratelli d’Italia, per imbastire l’accusa.

Il tizio si chiama Gioacchino Amico. Siciliano di Canicattì, quarant’anni, referente del clan Senese in Lombardia, oggi collaboratore di giustizia nel processo Hydra che ha svelato il consorzio mafioso lombardo. All’epoca della foto non era ancora indagato per mafia. Aveva però una condanna definitiva per ricettazione e un arresto per truffa.

Era il 2019. Fratelli d’Italia viaggiava intorno al cinque per cento, cercava di piantare bandierine al Nord, organizzava convention negli alberghi per convincere la Lombardia che esisteva. Meloni non aveva Palazzo Chigi, non aveva il Viminale, non disponeva dei servizi. Aveva un palco al Marriott e centinaia di militanti che volevano una foto.

Pretendere che sottoponesse ogni braccio proteso con il telefono a una verifica dei carichi pendenti appartiene al genere della fantascienza retroattiva: giudicare col senno del 2026 le foto del 2019.

Fin qui, il nulla.

Il problema non è il selfie. Il problema è chi lo usa, come lo usa e soprattutto con i soldi di chi.

Le intercettazioni dell’inchiesta Hydra dormono nei faldoni dal 2020. Il selfie al Marriott ha sette anni. Gioacchino Amico collabora con la giustizia dal 3 febbraio scorso: centotrentacinque pagine di verbale, di cui centodieci oscurate.

Ma il selfie con la presidente del Consiglio, quello no, quello non dorme. Quello esce il 7 aprile, di lunedì, cinque giorni prima della messa in onda di Report, nel giorno perfetto per alimentare un’intera settimana di polemiche.

Chi decide cosa esce e quando? Chi stabilisce che di centotrentacinque pagine di verbale l’unica cosa che il pubblico debba conoscere sia una foto scattata quando Fratelli d’Italia pesava il cinque per cento? Le intercettazioni sugli appalti ospedalieri, i contatti con parlamentari, i nomi dei dirigenti che secondo Report “sapevano chi fosse”: tutto resta nei cassetti.

Esce lo scatto, perché lo scatto non ha bisogno di verifiche, non ammette contraddittorio, non richiede contesto. Si stampa e si diffonde. È autosufficiente come arma.

Il metodo non è nuovo. La Procura di Perugia sta processando il tenente della Guardia di Finanza Pasquale Striano, in servizio alla Direzione Nazionale Antimafia, per aver passato centinaia di documenti riservati a giornalisti del quotidiano Domani: trecentotrentasette al solo Giovanni Tizian.

Accessi abusivi alle banche dati, segnalazioni antiriciclaggio, informazioni su politici di centrodestra estratte e consegnate con tempismo elettorale.

Lo schema è sempre quello: un funzionario che estrae, un giornalista che riceve, una testata che pubblica, un’opposizione che cavalca. Cambia il nome della fonte, cambia la testata, ma la catena di montaggio resta identica.

Da dove arriva il selfie di Meloni con Amico?

Report scrive: “La foto trovata dal nostro Giorgio Mottola”.

Trovata dove?

Amico è collaboratore di giustizia dal 3 febbraio: il suo telefono è stato certamente acquisito, le sue foto sono agli atti. Se lo scatto proviene dal fascicolo giudiziario, siamo davanti a una fuga di notizie da un’inchiesta in cui centodieci pagine di verbale restano oscurate per ragioni investigative, ma il selfie con la presidente del Consiglio circola liberamente.

Se, invece, l’ha consegnata il misterioso “ex parlamentare” che Report cita senza nome, qualcuno ha custodito quell’immagine per sette anni e l’ha estratta dal cassetto nel momento di massima utilità politica.

Tertium non datur. In entrambi i casi la domanda è la stessa del caso Striano: chi decide cosa esce, quando esce e a beneficio di chi?

Perché, a pubblicare quella foto, non è stato Il Fatto Quotidiano, che, essendo giornale dichiaratamente di opposizione, avrebbe tutto il diritto di farlo.

A pubblicarla sui propri profili social, come trailer promozionale, è stata Report, trasmissione di Rai Tre, servizio pubblico, finanziata col canone che pagano anche gli elettori di Meloni.

Il meccanismo è ormai una catena di montaggio collaudata: il lunedì mattina Il Fatto anticipa con l’articolo di Mottola, Report rilancia sui social con la foto, La Repubblica confeziona il pezzo lungo firmato Foschini, Fanpage viralizza.

Nel pomeriggio otto parlamentari del PD in commissione Antimafia emettono un comunicato che sembra scritto prima di leggere gli articoli.

La sera, Giuseppe Conte registra il video con lo sguardo accigliato: “Basta vittimismo, entra nel merito”. Detto da chi, nel merito, non entra mai nemmeno per sbaglio.

Meloni ha reagito parlando di “redazione unica”. Ha ragione, anche se lo dice per difendersi. Ma la definizione è imprecisa: non è una redazione unica, è una filiera. E il primo anello è un programma del servizio pubblico.

Lo stesso direttore dell’Approfondimento Rai, Paolo Corsini, aveva già fatto notare a Ranucci che i servizi risultavano concentrati su soggetti collegati a un unico partito di governo. La risposta di Ranucci fu che il pluralismo va misurato sull’intera azienda, non su una singola trasmissione.

Comoda, la tesi: equivale a dire che un arbitro può fischiare sempre contro la stessa squadra, purché in un altro stadio un collega faccia il contrario.

Il paradosso è che quella filiera aveva in mano materiale ben più serio di un selfie: rapporti tra Amico e dirigenti di FdI emersi dalle intercettazioni, appalti, accessi al Parlamento da chiarire.

Come anche la vicenda Delmastro, il sottosegretario alla Giustizia su cui la stessa Fratelli d’Italia ha accettato le audizioni in Antimafia. Ma tutto questo non fa titolo come il selfie con la premier.

Materiale che meritava di essere il cuore dell’inchiesta, non il contorno. Domenica 12 aprile, quando Report andrà in onda, forse vedremo Fidanza, Frassinetti, gli appalti, il badge.

Ma sarà troppo tardi.

La narrazione è già scritta: Meloni in foto con il mafioso. Cinque giorni di titoli, talk show, comunicati dell’Antimafia e video di Conte avranno già fissato il frame. Tutto ciò che verrà dopo sarà percepito come appendice di quel selfie, non come inchiesta autonoma.

È la differenza tra informare e colpire: chi informa costruisce il ragionamento e poi mostra la prova; chi colpisce lancia la foto e poi riempie il vuoto.

La “redazione unica” ha scelto la seconda strada. E quando domenica Ranucci mostrerà i documenti veri, metà del pubblico avrà già cambiato canale e l’altra metà avrà già deciso da che parte stare.

La prossima volta che Report avrà in mano un documento vero, una prova solida, un fatto che meriti attenzione, quanti diranno “è la solita operazione”? Quanti cambieranno canale?

Nel processo Hydra, centodieci pagine su centotrentacinque del verbale di Amico restano oscurate. Quando verranno desecretate, forse conterranno qualcosa di serio. Forse no.

Ma, a quel punto il clima sarà già avvelenato, la fiducia già consumata, il racconto già ridotto a tifo da stadio. Con i soldi del canone.

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