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IL RIFORMISMO NON È UN LUOGO, UN POSTO O UN RUOLO, MA UN PROGETTO

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Il riformismo non è un luogo, un posto, un ruolo, ma un progetto.

Quando Anna Kuliscioff si batté per il voto femminile e i diritti di donne e bambini o quando a partire dalle sue esperienze come medico, studiosa e militante nel partito socialista, sviluppò una concezione del processo rivoluzionario in termini socio-culturali, non cercava un posto, un luogo, un ruolo, ma elaborava progetti. 

Quando Bruno Buozzi manteneva viva in esilio la fiamma del sindacalismo italiano, dopo aver rifiutato posti e ruoli all’interno del regime fascista, pensava al progetto.

Per essere ancora più chiaro, i due protagonisti del socialismo riformista in Italia, che cito per evidenti motivi di economia complessiva di questo articolo, avevano visione, strategia, mentre, da quel che si vede e si legge, i reduci attuali del riformismo riescono al massimo a produrre un tatticismo che non si eleva nemmeno alla fase operativa. La strategia è lontana anni luce, perché il problema è un luogo, un ruolo, un posto.

Chi spera nella sinistra non vuole prendere atto che riformismo e progressismo sono due concetti agli antipodi e che il Pd, per il riformismo, non è nemmeno un luogo e, pertanto, al massimo produce ruoli e posti extra moenia: l’equivalente di una conquista al fronte di cento metri di terreno senza importanza.

Sinistra & Verdi di riformismo non hanno nulla, salvo che davvero non si abbiano i paraocchi.

Il Movimento 5 Stelle, ormai partito democristiano in stile Achille Lauro, di riformista non ha nulla, salvo che per riformismo non si intenda un impasto tra Masaniello e Lauro.

Per il riformismo, oggi, l’area di sinistra (che sia campo largo o campo santo) non è praticabile, salvo che non si mendichi un posto e un ruolo in chiave di camerierato.

Ecco che, a questo punto, spunta il luogo “Terzo polo”, una sorta di “campo dei miracoli”, dove, dopo i fallimenti seriali del Gatto e della Volpe, c’è chi spera nell’inciucio tra Forza Italia, spinta a sinistra dagli interessi di Mediaset, e il Pd, con una Forza Italia che si fa polo aggregativo al centro.

Tutto questo in funzione di quanto accade a Bruxelles, dove il Ppe sta con Socialisti & democratici, con i liberali e con i Verdi.

In buona sostanza Forza Italia dovrebbe abbandonare la Meloni per ergersi a centro di un Terzo Polo che determina, stando da una parte o dall’altra le politiche del Paese.

Tutto questo va contro la logica degli eventi, in quanto il Ppe in Europa, dopo aver votato la von der Leyen, si sta già spostando a destra.

Se i fari di luce del Terzo polo sono Macron e Keir Rodney Starmer, stiamo parlando di un perdente su tutti i fronti (ormai non gli rimane nemmeno la tattica) che sta in piedi solo perché è il pupillo dei Rothschild e di un laburista fabiano.

Un Terzo polo di questa natura di riformista non ha proprio nulla e, pertanto, è solo un posto, un ruolo, un luogo.

Sarebbe possibile un Terzo polo se ci fosse una legge elettorale proporzionale? Probabilmente si, ma non mi pare di vedere all’orizzonte tale mutamento.

Quindi il Terzo polo è il luogo di chi cerca un ruolo e un posto, ma non è un progetto, non altro che la ricerca di vantaggi tattici, nemmeno operativi e soprattutto nulla ha di strategico.

Che il riformismo, attualmente, sia senza il respiro strategico dei sui padri e della sue madri è dimostrato da un recente annunciato evento dove le Fondazioni Kuliscioff e Buozzi insieme all’Opus Dei (Pontificia Università della Santa croce) intendono affrontare il tema del lavoro, in un convegno dal seguente titolo: “Educazione, formazione e mondo del lavoro in dialogo con San Joesemaria Escrivá”.

Se poniamo attenzione, anche solo per un minimo approccio a quanto pensava il santo fondatore dell’Opus Dei, leggiamo, ad esempio: “Vivi la tua vita ordinaria, lavora dove già sei, adempi i doveri del tuo stato, e compi fino in fondo gli obblighi corrispondenti alla tua professione o al tuo mestiere, maturando, migliorando ogni giorno. Sii leale, comprensivo con gli altri, esigente verso te stesso. Sii mortificato e allegro. Sarà questo il tuo apostolato. E senza che tu ne comprenda il perché, data la tua pochezza, le persone del tuo ambiente ti cercheranno e converseranno con te in modo naturale, semplice — all’uscita dal lavoro, in una riunione di famiglia, nell’autobus, passeggiando, o non importa dove —: parlerete delle inquietudini che si trovano nel cuore di tutti, anche se a volte alcuni non vogliono rendersene conto. Le capiranno meglio quando cominceranno a cercare Dio davvero. (Amici di Dio n.273)”.    

Obiettivi legittimi, ma che cosa hanno a che fare con il riformismo socialista?

Il riformismo socialista, nella sua versione più attuale e conosciuta è quello di Bad Godesberg, della partecipazione dei lavoratori alla conduzione delle aziende, della promozione del welfare, del benessere sociale, della salvaguardia e dell’estensione dei diritti dei lavoratori in un quadro di compartecipazione che valorizzi impresa e lavoro.

Il come rapportarsi alla parte spirituale è questione che esula dal riformismo socialista e che va lasciato alla coscienza di ognuno.

La domanda da porre non è relativa ad un ruolo, ad un posto, ad un luogo, ma a un progetto.

E’ in grado il riformismo, oggi, di fare come Buozzi esiliato in Francia, di progettare senza chiedere un posto, un luogo, un ruolo? E’ in grado di fare come Anna Kuliscioff?

Quale Bad Godesberg è necessaria oggi all’Italia, all’Europa, all’Occidente?

O il riformismo è falce e cilicio?

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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