
Roberto D’Agostino, padre di Dagospia, del potere, in un’intervista a La Verità, parla in questo modo: “Il potere è come una patata. Da fuori, un bel tubero tondo. Ma quando lo sradichi dal campo scopri che ha lunghi filamenti di radici. Ecco, quello è il radicamento del potere, il consolidamento dell’establishment che si sviluppa, non visto ma forte, ramificato. Quel celebre Deep State formato da Consulta, Consiglio di Stato, Corte dei Conti, servizi segreti, Ragioneria, magistratura, etc. E chi non ha radici nei gangli dello Stato, prima o poi, basta un calcetto per farlo volare via”.
La metafora di Roberto D’Agostino, uno dei più attenti osservatori di quanto avviene dalla parte delle radici, mi ha ricordato un’esperienza di tanti anni fa. Il capo dei commessi della Camera in pensione era, come me, ospite di un convegno che si teneva al Grand Hotel Oriente, a Napoli. Alloggiavamo entrambi al Jolly Hotel e, poiché il Commendatore soffriva di insonnia, ci siamo intrattenuti a chiacchierare, accompagnati da un ottimo whiskey torbato, fino a tarda ora. Tra le tante chiacchiere di quella lunga serata, il Commendatore mi ha raccontato di come molti politici, ministri compresi, fossero, di fatto, degli impotenti di fronte a quella che un tempo era definita la “macchina”.
Chi non conosce la “macchina”, non è radicato nella “macchina”, può essere, come dice D’Agostino, fatto volare via.
In relazione al caso Vannacci, a questo punto, dopo aver scritto, come ho fatto ieri, che ha inserito la chiave nella toppa, aprendo la porta e facendo vedere, a chi guardava la realtà dal buco della serratura, quale fosse il reale panorama, cerchiamo, oggi di capire, andando sotto la patata (divenuta nel frattempo bollente) come si stiano comportando le radici.
Il dibattito su Vannacci continua a riguardare la patata, ossia le sue affermazioni da applaudire o da contestare, in merito a molteplici questioni. Il dibattito riguarda, in fondo, anche la patata politica evidente, ossia la messa a nudo di una dualità di poteri tra Colle e Governo, con il Colle che è, di fatto, il riferimento attivo dell’opposizione.
A questo punto, però, visto che lo scontro in atto va al di là delle sensibilità del salotto di nonna Speranza riguardo al linguaggio da strada o alle affermazioni ritenute troppo rozze del generale, forse è opportuno tentare di capire come sta reagendo la “macchina” e cosa accade alla “macchina”.
La prima osservazione da fare è che la “macchina”, da sempre, è sensibile ai messaggi subliminali che arrivano dagli States.
Non credo che il centenario Henry Kissinger, che della “macchina” se ne intende, si sia scomodato ad andare all’ambasciata italiana ad incontrare per due ore Giorgia Meloni per fare una partita a burraco (gioco di moda nei salotti bene radical chic). Evidentemente Kissinger avrà trasmesso alcuni “fondamentali” al Presidente del Consiglio italiano, che è anche leader del partito dei conservatori europei.
E’ immaginabile che abbiano discusso del ruolo dell’Italia nella Nato, in Europa, nel Mediterraneo e anche nel Pacifico, visto che la nostra marina ha cominciato a incrociare anche da quelle parti.
La seconda osservazione è che il libro di Vannacci ha, come una vanga, messo a nudo non solo il tubero, ma anche le radici e, guarda caso, Giorgia Meloni sta facendo sapere che sarebbe contentissima di spedire l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, attuale Capo di stato maggiore della Difesa, alla Nato, secondo il gesuitico promoveatur ut amoveatur che consentirebbe un ricambio ai vertici militari della Difesa. Alla Nato comandano gli Usa e, pertanto, la promozione sarebbe un modo elegante per togliere di mezzo un alto ufficiale divenuto scomodo, in quanto chiamato in causa dalle vicende dell’uranio impoverito, con il suo carico di morti e di ammalati tra i militari italiani.
Il fatto che il sito Facebook del movimento che si riferisce al libro di Vannacci, e che ha lo stesso titolo, abbia raggiunto in soli tre giorni (dati del 28 mattina) 2.327 follower, così come l’altro fatto, quello dello svettare del libro in testa alle classifiche di vendita di Amazon, sono fenomeni che appartengono alla patata. Appartiene alla patata anche il consenso di molti cittadini sui social che ricordano altri fenomeni, come quello Usa, dove il popolo americano non beve più la birra Bud Light perché l’azienda ha usato come testimonial un trans. La casa produttrice ha perso il 21% di vendite e 5 miliardi in borsa e sta licenziando.
Appartiene alla patata il fatto, sempre Usa, che la foto segnaletica di Trump in carcere, con tanto di matricola, sia diventata, in un giorno solo, un manifesto elettorale e sia stampata su un’infinità di gadget in vendita su tuti i canali Internet.
Non appartiene alla patata, invece, la presentazione positiva del libro di Vannacci da parte di Gianandrea Gaiani del sito Analisi Difesa, che della “macchina” è esperto.
Non appartiene alla patata, ma alla sensibilità della “macchina”, quanto afferma il generale Mario Arpino, già capo di Stato maggiore della Difesa e dell’Aeronautica, il quale, a Formiche.net, dopo aver detto di aver inviato una lettera di plauso al generale Vannacci, afferma: “Ieri mattina, poi, mi è venuto un dubbio atroce: si è parlato di autorizzazione e di sanzioni. Io ho lasciato il servizio attivo 23 anni fa, non è che nel frattempo è cambiato qualcosa? Ho voluto verificare. Il nuovo codice dell’Ordinamento della Difesa in effetti è datato 2010 e comprende ben 2272 articoli. La “Libertà di manifestazione del pensiero” per i militari è contemplata dall’articolo 1472, in vigore dal 27 marzo 2012, che così recita:
1. I militari possono liberamente pubblicare i loro scritti, tenere pubbliche conferenze e comunque manifestare pubblicamente il proprio pensiero, salvo che si tratti di argomenti a carattere riservato di interesse militare o di servizio, per i quali deve essere ottenuta l’autorizzazione.
2. Essi possono, inoltre, trattenere presso di sé, nei luoghi di servizio, qualsiasi libro, giornale o altra pubblicazione periodica.
3. Nei casi previsti dal presente articolo resta fermo il divieto di propaganda politica.
Ebbene, nel libro del generale Vannacci non c’è traccia di argomenti riservati di interesse militare o di propaganda politica. Ma allora, dove sta il problema? Se si tratta di esigenze di “politicamente corretto” nell’esprimere le proprie idee, questo lasciamolo ad altri. A noi militari interessano solo verità e correttezza nella comunicazione. Qualità che in questo libro certo non mancano”.
Non appartiene alla patata quanto afferma l’ex ministro della Difesa Elisabetta Trenta, che di “macchina” se ne intende, non fosse altro che per il suo curriculum.
Dall’ottobre 2005 al luglio 2006 Elisabetta Trenta è stata consigliere politico della Farnesina in Iraq ed “esperto senior” a Nasirya, sempre in Iraq. Il 30 luglio 2008 le è stata conferita la nomina a capitano della riserva selezionata dell’Esercito Italiano e con tale grado, nel 2009, è stata richiamata in servizio come consigliere nazionale (country advisor) nell’ambito del comando italiano aggregato alla missione della forza militare di interposizione delle Nazioni Unite in Libano, UNIFIL. In Libano è in seguito rimasta a lavorare, dal 2010 al 2011, con la propria SudgestAid a favore del Ministero degli interni libanese. Ha inoltre collaborato, in qualità di analista, al Centro militare di studi strategici. Fino al 2018 Elisabetta Trenta è stata vicedirettore del Master in Intelligence e Sicurezza e docente presso la Link Campus University di Roma.
La Link Campus University è stata fondata da Vincenzo Scotti (ministro in vari governi), su sollecitazione dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, nel 1999.
Cosa ha detto Elisabetta Trenta a Federico Novella de La verità, a proposito del libro di Vannacci?
“Quel libro è legittimo. Una punizione per le denunce sull’uranio impoverito? Ci ho pensato. Ancora oggi le vittime attendono le scuse da parte dei responsabili. Invece in Italia si è preferito negare tutto. Ma i fatti raccontano una storia diversa”.
Alla domanda se ha conosciuto personalmente Vannacci Elisabetta Trenta risponde. “Si, l’ho incontrato in veste di ministro della Difesa, in occasione della sua denuncia sugli effetti dell’uranio impoverito sui nostri militari in zone di guerra. Mi sono occupata a lungo della questione. E’ sempre stato un tema drammatico, che ancora oggi resta irrisolto: una pagina vergognosa per la Difesa”.
“La commissione parlamentare d’inchiesta Scanu, qualche anno fa – prosegue l’ex ministro della Difesa – ha tratto delle conclusioni molto chiare sulle responsabilità dei vertici militari in merito alla mancata protezione dei nostri soldati. Non escludo che ci sia stata una sottovalutazione generale, anche sul versante politico. Ma ciò che mi indigna di più è il fatto di essersi disinteressati, per anni, ai bisogni della famiglie dei militari colpiti”.
Ed eccoci al dunque.
Domanda: “Non la infastidisce l’idea che i responsabili di eventuali mancanze possano aver fatto carriera nella Difesa?”. Risposta: “Non possiamo degradarli tutti. La giustizia si fa anche ammettendo le colpe, facendo chiarezza, e supportando le vittime”.
Se non abbiamo capito male, un ex ministro della Difesa dice che non solo non si sono protetti i nostri soldati, ma che chi non li ha protetti ha fatto carriera nella Difesa.
Non possiamo degradarli tutti? Perché no?
Ecco una parte delle radici che viene allo scoperto.
Ovviamente, tentando di inquinare le radici e pelare la patata, si è già iniziato a tirare in ballo Putin, in virtù del fatto che Vannacci è stato addetto militare all’ambasciata italiana a Mosca.
Vannacci da fascista, razzista, rozzo, sessista è ora diventato un putiniano che farebbe la fronda alla Meloni su ordine del Cremlino.
Stando a quanto scrive D’Agostino, che di “macchina” se ne intende, oggi, per le posizioni pseudo pacifiste, i veri putiniani sarebbero quelli del Pd.
Afferma D’Agostino: “Come mai il Pd perde da anni le elezioni ma resta sempre radicato negli apparati del potere? Perché nel corso del tempo ha messo le sue radici”.
Ecco in un colpo la verità che riguarda il blocco di potere ulivista, poi Pd: non ha il consenso popolare, ma si è appropriato della “macchina”.
Ed è forse da qui che nasce il furore mediatico con il quale il mondo della sinistra attacca Vannacci: il generale ha messo allo scoperto le radici.
La radice della magistratura è scoperta da tempo e il ministro Nordio se ne sta occupando, non senza assalti e bastoni tra le ruote.
La radice militare è sotto pressione e appare divisa, basta vedere l’attivismo di ex generali e colonnelli sulle opposte sponde del plauso e dell’esecrazione a Vannacci.
Tuttavia, la radice appare nuda quando si tratta di arrivare alla realtà.
Le vicende geopolitiche di questi ultimi tempi hanno creato le condizioni di un impegno sempre maggiore, anche nel futuro, dell’Italia in campo militare, sia per pattugliare il Mediterraneo, unico collo di bottiglia in mano occidentale, dopo che Mar Rosso e Canale di Suez sono passati ai Brics, ossia all’influenza cinese e russa, sia per quanto ci è richiesto nell’area calda del Pacifico.
Essere impegnati in una difesa del fronte sud della Nato significa investire soldi nell’ammodernamento continuo dell’apparato militare, a cominciare dalla Marina, dall’Aeronautica e dai corpi di élite.
Ed ecco che il Pd si comporta traducendo il famoso detto, che stigmatizzava la protervia fascista: “Armiamoci e partite”, nel peggiorativo: “Non armiamoci e partite”.
Il Pd si sarà anche radicato, abbarbicato alle radici della “macchina”, ma per farne una clientela, come dimostrano i fatti del Columbiagate, o per assicurarsi la benevolenza del padrone americano mandando i nostri soldati a sparare proietti all’uranio impoverito con il risultato di avere 400 morti e oltre un migliaio di ammalati gravi per insipienza di chi li ha mandati in missione. Quattro commissioni hanno accertato le manchevolezze della “macchina”, ma nessuno ha sentito il dovere morale di dare le dimissioni.
Ora Helly Schlein, a fronte dei nuovi impegni dell’Italia a difesa dell’Occidente, sostiene che bisogna limitare gli investimenti militari. Non armatevi e partite, possibilmente indifesi e tornate morti o ammalati. Del resto è già accaduto. Se è questa la conoscenza della “macchina”, c’è ben poco da sperare.
Se ci volgiamo al ministero della Salute il quadro radicale (nel senso delle radici della patata) è un disastro che è riassumibile in un titolo che può essere assimilato al noto: “Arbeit macht frei”, in questo caso: “Tachipirina e vigile attesa”.
Dicono che nelle reazioni a favore di Vannacci c’è tanta rabbia di un popolo che si sente oppresso. Forse è ora che se ne accorgano anche lor signori, perché anche Luigi XVI, che nonostante fosse avvertito, continuava ad aggiustare orologi, è finito male.
Prima che finisca male è opportuno smontare il blocco di potere che, dopo aver svenduto l’Italia, a cominciare dall’Iri, la sta disastrando con il continuo tentativo di delegittimarne le regole democratiche che prevedono che a governare sia il Governo.
Sarà interessante seguire da vicino come si muovono le radici, che colore assumono, a che terreno si rivolgono. La patata è ormai scoperta, le radici un poco meno, ma in parte si vedono.
La partita del deep state è tutta aperta.
Ad un affezionato lettore che chiede se, sia io che il Nuovo Giornale nazionale, siamo filo atlantici, ho già detto più volte e lo ripeto, che lo siamo e proprio per questo riteniamo che i farisei Usa che oggi governano gli State stiano disastrando l’Occidente, del quale siamo figli e vorremmo continuare ad esserlo.
Qui sono in ballo ben altre radici, che non riguardano la patata, ma una grande quercia che qualcuno sta per abbattere, secondo un disegno paranoico che ormai è giunto al suo terminale fallimento e proprio per questo, come il sistema di potere della pseudo sinistra italiana, rischia, nelle convulsioni della morte, di fare enormi danni.





