
di Luigi Trisolino
Il potere delle radici davanti al potere algoritmico dell’IA
A margine di un convegno sulle sfide istituzionali nella gestione del potere dell’intelligenza artificiale, tenutosi a Palazzo Giustiniani in Senato il 30 ottobre su iniziativa del Senatore Andrea De Priamo (FdI), e in cui ho partecipato come relatore insieme ad altri professionisti di vari settori, condivido alcune visioni critiche e propositive. Ma nel far ciò scelgo deliberatamente di partire dal Magistero della Chiesa cattolica, che tanto ha da esprimere e ispirare ai nostri tempi: proprio nel momento in cui aumenta il livello di persecuzione dei cristiani nel mondo.
Il Cardinale Prevost, una volta eletto Papa, ha scelto il nome di Leone anche perché stiamo attraversando una nuova rivoluzione, quella dell’intelligenza artificiale cosiddetta generativa.
L’11 maggio 2025, durante l’omelia della messa celebrata nella Cripta della Basilica di San Pietro, Papa Leone XIV ha detto quanto segue: “Ho pensato di prendere il nome di Leone XIV. Diverse sono le ragioni, però principalmente perché il Papa Leone XIII, con la storica Enciclica Rerum novarum, affrontò la questione sociale nel contesto della prima grande rivoluzione industriale; e oggi la Chiesa offre a tutti il suo patrimonio di dottrina sociale per rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro”.
Il 21 giugno 2025 Papa Leone XIV nel suo discorso rivolto ai partecipati al Giubileo dei Governanti nell’Aula delle Benedizioni del Palazzo Apostolico, ha affermato che: “l’intelligenza artificiale rimane dotata di una “memoria” statica, per nulla paragonabile a quella dell’uomo e della donna, che è invece creativa, dinamica, generativa, capace di unire passato, presente e futuro in una viva e feconda ricerca di senso”.
Per difendere quella dignità umana, per tutelare il lavoro e la giustizia, l’Italia è stato il primo Stato tra i Paesi membri dell’Unione Europea ad emanare una legge organica sull’intelligenza artificiale, la legge n. 132 del 2025, entrata in vigore il 10 ottobre. È una legge di chiara matrice antropocentrica e umanista, che si pone in armonia sia con il Regolamento UE num. 1689 del 2024, l’AI Act, sia con le preoccupazioni del Papa.
Un esempio fra tutti è il settore della giustizia, su cui la legge all’art. 15 ha espressamente statuito che “nell’attività giudiziaria ogni decisione sull’interpretazione e sull’applicazione della legge, sulla valutazione dei fatti e delle prove e sull’adozione dei provvedimenti” è sempre riservata non ad un sistema di IA ma ai magistrati esseri umani, speriamo al più presto all’interno di una magistratura dalle carriere ben separate.
In Cina di recente l’IA è stata inserita nei programmi scolastici come materia a sé per i bambini che frequentano le scuole equivalenti alle nostre scuole elementari. È legittimo però domandarsi se quei bambini, in un’età fragile, avranno gli strumenti culturali e di algoretica per discernere i meccanismi della propria psiche, del proprio io, della propria coscienza e del proprio spirito dai meccanismi del mondo virtuale dell’IA. Su questi temi si gioca lo scarto tra maturità della nostra civiltà e alienazione umana, e conseguentemente si gioca anche il futuro delle classi dirigenti.
I meccanismi dell’IA sembrano scimmiottare le dialettiche della coscienza individuale e dello spirito, pur avendo natura e conformazioni in realtà differenti: facendo la domanda giusta si ha una risposta più o meno appropriata.
Non dimentichiamoci del più grande teologo del Novecento: Ratzinger, Papa Benedetto XVI, lungimirante sull’Europa ma anche sul rapporto tra la tecnologia e l’essere umano.
Nell’Enciclica Caritas in veritate Benedetto XVI, tra le varie cose, aveva scritto quanto segue: “Lo sviluppo tecnologico può indurre l’idea dell’autosufficienza della tecnica stessa quando l’uomo, interrogandosi solo sul come, non considera i tanti perché dai quali è spinto ad agire. (…) Il sapere non è mai solo opera dell’intelligenza. Può certamente essere ridotto a calcolo e ad esperimento, ma se vuole essere sapienza capace di orientare l’uomo alla luce dei principi primi e dei suoi fini ultimi, deve essere “condito” con il sale della carità. (dove per carità intendiamo la forma più alta di amore, n.d.a.) (…) Le esigenze dell’amore non contraddicono quelle della ragione. (…) C’è bisogno di spingersi più in là: lo richiede la carità nella verità. (…) Non c’è l’intelligenza e poi l’amore: ci sono l’amore ricco di intelligenza e l’intelligenza piena di amore”.
Ricordiamoci sempre che solo l’intelligenza umana ha la capacità ontologica di sperimentare l’amore, in quanto tale capacità intrinseca ad un soggetto, mentre l’intelligenza artificiale è e resterà un oggetto, seppur complesso e virtuale.
Il filosofo Feuerbach, a cui non mi sono mai ispirato perché – secondo lui – sarebbe stato l’uomo ad aver creato Dio e non il contrario, una cosa la disse correttamente. Una sola. L’uomo è ciò che mangia, disse. Non solo l’uomo è ciò che mangia, ma anche il mondo del web è ciò che mangia, direi io. I mattoni costitutivi della rete internet sono gli stessi dati che una volta immessi vanno ad annidarsi nel sostrato automatico e insensibile degli algoritmi, posto alla base dell’intelligenza artificiale e dei processi meccanici virtuali di machine learning e deep learning. Così se una lobby malamente intenzionata volesse inquinare i pozzi dell’informazione, facendo immagazzinare da disparati soggetti virtuali di paglia tante informazioni che diffamino la memoria di Tizio o di Caio, il rischio che tantissimi giovani si facciano un’idea sbagliata su Tizio o Caio, o su questioni sociali varie, esiste. Occorre vegliare sempre sulla trasparenza algoritmica, ma occorre anzitutto stimolare nei più giovani una coscienza culturale umanistica e spirituale all’altezza delle sfide e dei rischi dell’IA. Non sempre ci si accorgerà dell’origine viziata e falsificata di video, audio e testi d’interviste attribuite a Tizio piuttosto che a Caio, e allora il rischio che la realtà diventi irrealtà è alto.
L’avanguardismo cybersecuritario dello Stato di diritto liberale dovrà irrobustire i propri obiettivi di garantismo, a beneficio degli individui e delle comunità, nelle ipotesi – sempre dietro l’angolo – di prepotenza algoritmica.





