
I costi dei servizi d’un Paese moderno sono altissimi.
La sanità primeggia con con una spesa pubblica progressiva che non basta mai, ma altrettanto è per l’istruzione, la cultura, l’avviamento e la tutela del lavoro.
L’energia poi è fuori controllo con la sua altalena dei costi (accise, aggi, tecnologia, distribuzione, imposte e servizi).
Non sono da meno i trasporti. Questi ultimi necessitano di aggiornamenti, di tecnologie aggiornate, di reti sempre più diffuse sul territorio, di sicurezza e di manutenzioni.
Mentre per i cittadini il carrello della spesa al supermercato è sempre più vuoto, lo Stato ha sempre più bisogno di risorse economiche per pagare i costi dei servizi e degli sprechi che aumentano in modo esponenziale.
Poi c’è il debito pubblico che è anche un costo che incide non poco sulle risorse disponibili.
Il debito non è mai una variabile indipendente nella gestione corretta d’un Paese democratico che non può e non deve lasciare indietro nessuno. Il debito pubblico è contratto dagli stati, attraverso il rilascio sui mercati di titoli pluriennali rappresentativi del debito stesso. I prodotti finanziari dello Stato sono a scadenza, e nei termini prefissati vanno onorati, salvo perdere la fiducia di chi li sottoscrive.
Ai costi per i servizi pubblici, finanziari e sociali dello Stato, s’aggiungono le sempre crescenti richieste di fondi degli Enti Locali, a volte (per soddisfare le clientele) anche con passi più lunghi della gamba e senza criteri di equiparazione, di necessità e di compatibilità.
Aumentano anche i costi dell’immigrazione, con la spesa per le incidenze sanitarie, per le strutture d’accoglienza, per le indennità sociali, per l’assistenza sociale, per la gestione burocratico-amministrativa, per la sicurezza e per il controllo dei flussi.
Senza mettere in conto le truffe, i meccanismi speculativi più elaborati, i danni patrimoniali ai beni pubblici, le spese carcerarie, i danni fisici e materiali ai privati., quelli per la tutela e la sicurezza, con le nostre città spesso impegnate ad affrontare la guerriglia urbana.
In una fase di grandi incertezze nel mondo, però, con più crisi in corso, anche le politiche della difesa richiedono attenzione per fronteggiare ogni pericolo ed ogni possibile scenario.
Che si fa? Il carico fiscale su lavoratori, consumatori e risparmiatori è già a livello di … canna del gas.
Che si fa se le entrate non riescono a coprire i costi delle sempre maggiori necessità che di volta in volta si presentano?
Già! Che si fa?
1) Le persone responsabili, a parte il controllo della spesa, metterebbero al primo posto un programma di incentivazione degli investimenti, con lo scopo di far crescere il Prodotto Interno lordo. Penserebbero, pertanto, a ridurre le cause frenanti che limitano la crescita produttiva.
Come? Per accrescere la produttività non c’è sistema migliore di quello della riduzione della pressione fiscale.
Il rischio dell’investimento è già un atto di coraggio nel sistema complesso della libera economia.
Il mercato ha un suo processo costante, persino banale per la linearità del concetto, semplice sulle dinamiche dei momenti, delle necessità e delle mode. Ciò che preoccupa l’impresa, più del rischio, è il doversi far carico di tanti balzelli e procedure burocratiche ancor prima d’iniziare.
L’imprenditore, e non è un pensiero virtuoso, pensa già al sapone che lo statalismo vorrebbe spalmare sulla corda che da solo si mette attorno al collo.
Contenere i rischi degli investimenti e creare alle famiglie consumatrici più liquidità da destinare ai consumi sarebbero al contrario dinamiche virtuose per la crescita. Ridurre la pressione fiscale su imprese e lavoratori (per dare anche una spinta alla domanda e quindi alla produzione), infatti, significherebbe più lavoro, quindi più salari, più disponibilità, quindi più consumi, crescita maggiore del PIL e minore indigenza sociale.
2) Il populista, invece, parlerebbe di patrimoniale mettendo un’asticella oltre la quale, dopo aver già tassato redditi e patrimoni, lo Stato interviene per estorcere altro denaro.
La solita favoletta alla Robin Hood (rubare ai ricchi per dare ai poveri) che non è affatto educativa.
Ciò che lo Stato preleva, infatti, non è mai distribuito ai poveri!
La patrimoniale, al contrario, ed oltre i limiti del buon senso, creerebbe un maggior numero di poveri, basti pensare che si comprimerebbero gli investimenti, i capitali prenderebbero il volo oltre i confini e l’occupazione per bene che vada ristagnerebbe.
Si sa già che in Italia la patrimoniale finirebbe col coprire solo la maggior spesa dello Stato burocratico, oltre che a soddisfare all’appetito degli scrocconi e dei boiardi di stato, servirebbe al sistema delle moltiplicazione delle nomine ed alla collocazione e mantenimento di ruffiani, amichetti e trombati.
Servirebbe, appunto, per prendere per i fondelli il popolo, indotto a pensare che togliere a chi ha renderebbe più ampie le proprie disponibilità.
Il populismo è un’arma di strumentalizzazione di massa: serve solo a prendere per i fondelli il popolo: un richiamo per gli allocchi, un sistema che alimenta il voto di scambio.
Lo sosteneva W. Churchil: “Affermo che quando una nazione tenta di tassare se stessa per raggiungere la prosperità è come se un uomo si mettesse in piedi dentro un secchio e cercasse di sollevarsi per il manico.”





