
di Gianvito Caldararo
Pensavamo che il periodo delle ” frasi infelici ” sarebbe terminato dopo i clamorosi casi dei ministri Valditara, con “l’umiliazione fa crescere”, di Sangiuliano,
“Dante il fondatore del pensiero della destra”, di Lollobrigida, con la “sostituzione etnica” e da ultimo con il caso di La Russa, presidente del Senato, quando a proposito di via Rasella, afferma: “i partigiani uccisero una banda di semi-pensionati non nazisti”.
Invece, in maniera inaspettata da Catania, durante un comizio a sostegno del candidato sindaco del centrodestra, Giorgia Meloni, dichiara: “la vera lotta all’evasione fiscale si fa dove sta davvero, le big company, le banche, le grandi frodi dell’Iva, non sul piccolo commerciante al quale vai a chiedere il “pizzo di Stato”. Una frase tanto infelice quanto grave, che mette sotto i piedi l’articolo 53 della Costituzione, che afferma: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.
Un articolo che vide impegnato in un vivace confronto i Costituenti Basso, socialista, Marchesi, comunista, e i democristiani Moro, La Pira e Dossetti. Tutti concordi nel sostenere che i “cittadini e tutti coloro che producono, scambiano, consumano beni nel territorio della Repubblica e che partecipano alla vita della società nazionale, sono tenuti alle prestazioni patrimoniali per corresponsione di tributi personali e reali in rapporto alla loro capacità contributiva”. Nessuna prestazione o servizio dello Stato, sottolinearono i citati Costituenti, “può determinare situazioni di ingiustificati privilegi di fatto o beneficio di singoli o di categorie di cittadini”.
Veniva sancito il principio della solidarietà, in quanto il pagamento dei tributi è indispensabile per rendere effettivi le protezioni sociali e anche le prestazioni dei servizi pubblici (pubblica istruzione, assistenza sanitaria, previdenza e protezione sociale). Come pure, viene introdotto il principio della progressività, nel senso che la percentuale della retribuzione da versare al fisco, definita aliquota d’imposta, deve essere minore per le persone con redditi più bassi e maggiore per quelle che percepiscono redditi più alti. In parole semplici: più si guadagna e più si paga. Infatti, capacità contributiva e progressività richiamano gli articolo 2 e 3 della Costituzione, i quali affermano i principi di solidarietà e di uguaglianza.
La frase della Meloni, oltre che infelice è anche infondata, perché dall’ultima relazione 2022 su economia non osservata ed evasione fiscale, allegata al Nadef e firmata dal ministro Giorgetti, emerge che proprio tra i lavoratori autonomi e le partite Iva l’evasione fiscale assume un fenomeno di massa. Infatti, nel documento si sostiene che l’evasione si attesta sul 70% dell’Irpef. L’irpef annua che si incassa riviene per il 56% dai lavoratori dipendenti, il 32% dai pensionati e solo il 12% dai lavoratori autonomi.
Nessuno è contento di pagare le imposte e le tasse, se poi anche il governo concorre a giustificare l’evasione fiscale, allora si corre il rischio che paventa l’economista britannico Tony Atkinson, il quale afferma “che senza un erario solido, non c’è democrazia, non c’è trasparenza fiscale”. Dietro la campagna di riduzione delle tasse che con tanto vigore la destra ci ha abituati in questi anni, si nasconde un mix di radicalizzazione anti-statale e di populismo, i cui esiti sono stati evidenziati con i governi di Berlusconi-Tremonti, quando la propaganda si condensava nella frase: meno tasse per tutti”.
Ogni volta che la destra parla di imposizione tributaria la definiscono come “mettere le mani nelle tasche dei cittadini”, additando la tassazione quasi come un “esproprio” che lo Stato compie a danno dei cittadini, e con ciò alimentando, come sottolinea Laura Pennacchi nel suo libro dal titolo “L’eguaglianza e le tasse” (fisco-mercato-governo e libertà) una rozza visione di una vera e propria contrapposizione tra individuo e società e tra individuo e Stato”, con il risultato che il fenomeno dell’evasione in Italia ha superato la soglia dei 100 miliardi di euro.
Alimentare questa deleteria propaganda di “meno tasse per tutti”, contribuisce a diminuire il senso di responsabilità collettiva. E nel mentre la Meloni tuona contro il “pizzo allo Stato”, il suo governo fa partire una raffica di avvisi fiscali per i titolari di partite Iva, offrendo la definizione agevolata degli atti di procedimento di accertamento, con l’obiettivo di ricavare la cifra di circa 15 miliardi di euro, nel mentre nicchia proprio in direzione della tassazione degli extra profitti delle banche.
Il primo trimestre di quest’anno per le banche segna risultati davvero eccezionali. I ricavi di sei importanti banche italiane registrano un incremento del 16 per cento. Rispetto al precedente trimestre l’utile netto passa da 1.738 miliardi di euro a 5.041 miliardi di euro, cioè con un incremento del più 190 per cento. In definitiva, la narrazione della destra è sempre la stessa: togliere ai poveri per dare ai ricchi. Infatti, il governo Berlusconi, che vinse le elezioni all’insegna del noto slogan
“meno tasse per tutti”, il primo provvedimento adottato fu quello di cancellare l’imposta di successione e di donazione sui grandi patrimoni. Quindi, il dogma anti-tasse ha costituito e continua a costituire il fondamentale asse ispiratore della destra, anche ora che si accinge a varare una nuova riforma fiscale.





