
di Marco Sarli
Se qualcuno pensa che l’affondo di UniCredit su Commerzbank sia avvenuto solo per caso dopo la presentazione in pompa magna del piano dell’ex tutto Mario Draghi commetterebbe un grave errore di sottovalutazione.
Pur uscite alquanto ammaccate dal biennio orribile 2007-2008, le banche italiane, in particolare le prime cinque si sono riprese prima delle omologhe europee anche per il semplice motivo che avevano giocato molto meno in quello che Nicholas Sarkozy ebbe a definire il grande casinò della finanza globale, molto meno, per dirne una, delle francesi BNP Paribas o della tedesca Deutsche Bank per non parlare delle svizzere UBS e Credite Suisse (quest’ultima oramai scomparsa) per non parlare delle banche britanniche o delle due maggiori banche spagnole.
Tolto il tappo sulle operazioni trans frontaliere, complici le chiare indicazioni dell’Unione Europea e della stessa BCE, e’ chiaro che è giunta l’ora della creazione di un numero limitato di campioni europei del credito e che a nulla varranno le interposizioni dei singoli governi seppur di quelli di paesi come la Germania o la Francia.
D’altra parte è evidente che ogni grande player europeo del settore creditizio ha elaborati dossier sulle prede più appetibili e va detto con chiarezza che le banche italiane, per gli infimi rapporti tra redditività e capitalizzazione rischiano più dei loro competitor europei di trasformarsi a breve da cacciatori in succulente prede.
C’è peraltro una partita tutta italiana che riguarda Mediobanca e Generali, due prede che hanno a disposizione un mare di liquidità e nelle quali sono già presenti in forze Caltagirone e la Delfin degli eredi Del Vecchio, due gruppi in attesa di un partner bancario disposto a gettare il cuore oltre l’ostacolo.





