
di Cosimo Risi
Il nome di Mario Draghi circola più per il possibile incarico in Europa che per la sua visione dell’Europa. Fra l’estate e l’autunno 2024, con il risultato elettorale acquisito, i Ventisette dovranno decidere del prossimo Presidente della Commissione e del prossimo Presidente del Consiglio europeo. Il prossimo può anche essere la prossima, tanto per rispettare la parità dei generi.
La presidenza della Commissione richiede il concerto del Parlamento europeo. Si tratterà di capire se, nella scheda elettorale, le varie famiglie politiche presenteranno il rispettivo Spitzenkandidaten, il candidato di riferimento per il vertice della Commissione. La procedura informale serve più da bandiera di scuderia che da candidatura effettiva.
Sulla presidenza della Commissione c’è già l’opzione della Popolare Ursula von der Leyen. L’attuale titolare corre per il secondo mandato, conterebbe su un sostegno ampio specie se i Conservatori o una loro parte, vedi Fratelli d’Italia, si risolveranno a suo favore. I Socialisti e Democratici si trovano in difficoltà, il loro socio di maggioranza, la SPD tedesca, arretra nei sondaggi interni, il Cancelliere Olaf Scholz avrebbe il più basso indice di popolarità di sempre.
Per la presidenza del Consiglio europeo la procedura è interna allo stesso Consiglio. I Ventisette Capi di Stato o di Governo eleggono il Presidente al di fuori della loro cerchia. Spunta il nome di Draghi come naturale candidato a succedere a Charles Michel.
Draghi sta redigendo il rapporto sulla competitività da presentare in autunno. Alcune anticipazioni circa la sua Weltanschauung, la sua visione del mondo, trapelano dai discorsi che ha tenuto al Consiglio Ecofin informale di Gand ed ai Presidenti delle commissioni parlamentari.
Richiesto di una scala di priorità circa le cose da fare, Draghi replica che non ha il calendario in tasca, ha solo l’ansia che qualcosa si muova: “non si può dire di no a tutto”. Il contesto internazionale lo richiede. Nel mondo cresce la conflittualità: per le guerre in corso in Europa orientale e in Medio Oriente e per la bellicosità strisciante che si scorge altrove.
L’Unione europea deve attrezzarsi per i tempi bui. Draghi non lo dice, è intuibile dal senso generale del discorso: se Donald Trump tornasse alla Casa Bianca, o se ci restasse Joe Biden, quest’ultimo con minore protervia, il sostegno americano alle ragioni europee tenderebbe a scemare. Gli esempi di disimpegno si moltiplicano, altri ne verrebbero se Trump decidesse di smobilitare progressivamente la NATO per lasciare l’Europa in balia delle sue debolezze.
L’Unione si è avviata lungo la strada del Green Deal. La transizione ecologica costa, produce contraccolpi sociali. La politica agricola comune, lo storico pilastro dell’integrazione, è messa in discussione dagli agricoltori per i suoi risvolti verdi e di apertura al commercio mondiale.
La retromarcia, per ora timida, trapela dalle dichiarazioni di Ursula von der Leyen e dai provvedimenti legislativi in materia di pesticidi. La PAC va ripensata nei suoi fondamenti? E così l’apertura all’esterno, si veda l’accordo con il Mercosur? L’Unione non regge all’urto delle proteste popolari, specie se turbolente ed alla vigilia delle elezioni. Alcuni stati membri, vedi la Francia, hanno nella PAC la tradizionale cassaforte dei consensi.
Per la transizione ecologica, un obiettivo da confermare, e per la difesa occorrono ingenti risorse, molto oltre quelle ordinarie di bilancio. Va mobilitato il risparmio privato accanto all’investimento pubblico. Servono 500 miliardi di euro per giocare il grande gioco. Gli Stati Uniti e la Cina corrono, l’Unione arranca. Occorre generare quello che Draghi chiamò il debito buono: una nuova operazione sul solco di Next Generation EU.
La regola dell’unanimità in seno al Consiglio va superata. Se l’Unione si allarga ai Paesi Balcanici, per non parlare dell’Ucraina, l’unanimità diventa la prigione delle buone intenzioni. Le decisioni a maggioranza, i gruppi a formazione variabile in funzione della materia: è ampia la gamma delle possibilità per imprimere velocità al processo decisionale.
Draghi conclude: l’Unione si faccia Stato ed agisca come tale.





