
di Antonio Foccillo
Senza il lavoro si priva una persona
della dignità e della libertà
Sandro Pertini
Negli ultimi decenni, i Paesi OCSE hanno subito significativi cambiamenti strutturali, derivanti dalla loro più stretta integrazione in un‘economia globale e dal rapido progresso tecnologico. Per anni dai “sacerdoti” della globalizzazione sono state spese molte parole per spiegare che il futuro sarebbe stato roseo, pieno di felicità e benessere se si fossero fatte alcune “riforme” essenziali, affinché il sistema economico potesse esplicare tutte le sue potenzialità.
Orbene è davanti agli occhi di tutti quale immane disastro ha prodotto questa ideologia per l’economia, ma anche per le persone che, alla fine, si sono trovate sempre più povere, sole e prive di diritti e garanzie. Morale della favola è aumentata la precarietà, non solo lavorativa, ma anche sociale ed economica, con la conseguente crescita dell’emarginazione sociale, della povertà e della rottura della coesione.
Questi cambiamenti hanno influenzato il modo in cui sono stati distribuiti i redditi da lavoro e il lavoro stesso. In questo periodo, la maggior parte di questi Paesi ha effettuato riforme normative che, per rafforzare la concorrenza nei mercati dei beni e dei sevizi associati e rendere i mercati del lavoro più flessibili, hanno inciso anche profondamente sui diritti dei lavoratori.
La legislazione sulla tutela dell’occupazione per i lavoratori con contratti temporanei è diventata anche meno protettiva in molti Paesi OCSE, dove i salari minimi hanno sostituito, come riferimento, i salari medi e sono stati cambiati anche i meccanismi per la fissazione dei salari.
Lo sfruttamento materiale e immateriale del lavoro precario e flessibile continua a produrre globalmente disuguaglianze sociali, sempre più divaricate e impoverimenti generalizzati sempre più estesi.
Nei periodi di difficoltà economica la parola d’ordine è sempre stata la riduzione del costo del lavoro e di conseguenza si sono colpite le forme di lavoro a tempo indeterminato. Il lavoro è stato sempre sacrificato a favore di altri tipi d’interesse. Il problema, quindi, è come ricostruire una prospettiva di sviluppo che favorisca nuova occupazione, vera e duratura, riducendo o eliminando tutte le forme di lavoro precario.
L’idea di “democrazia fondata sul lavoro”, che è statuita dall’art.1 della nostra Costituzione, ci fa pensare al lavoro come strumento di liberazione individuale e di emancipazione delle persone, all’interno di un condiviso interesse generale.
Le nuove generazioni stanno vivendo, invece, un’esperienza in cui il lavoro non sembra più un diritto, ma un “colpo di fortuna”. Basti pensare a coloro che rischiano di restare esclusi dal mondo del lavoro per sempre, ai tanti lavori precari, al lavoro nero, ai morti sul lavoro, etc. Oggi, proprio partendo dai diritti che sono stati violati in tutti i campi, bisogna che si riprenda una “nuova” azione per ricreare opportunità che facciano uscire da questa situazione di crisi e ripristinare condizioni in cui ritorni ad aver dignità l’individuo e il lavoro, partendo però da un’analisi di quello che è successo.
La tutela dei diritti è costantemente aggredita da un modello economico fondato sul profitto finanziario e non più sulla produzione come valore di ricchezza e di ridistribuzione. La devastazione della finanziarizzazione dell’economia sul piano dei diritti e delle tutele sul lavoro è stata immensa. Non ha lasciato spazio di rilancio a un metodo di organizzazione della vita sociale, di carattere solidaristico, quale quello che per tanti anni è stato di riferimento in Europa.
Era impossibile che questa ideologia potesse motivare, come essenziale per lo sviluppo e per la crescita collettiva, tutte le riduzioni di tutele e garanzie che sono venute perpetrate dal mercato a danno dei lavoratori e la relativa barbarie dello sfruttamento del lavoro. Eppure l’ha fatto!
Certamente il mondo è cambiato! Ma non per questo bisogna stare fermi. Vanno, invece individuate strategie che rendano internazionali le battaglie per i diritti dell’uomo e il rispetto della persona in tutti campi. La sua volontà di affermarsi, è non solo importante, ma anche dirompente rispetto a un sistema che considera l’individuo solo come numero e null’altro. Bisogna riprendere l’azione per ripristinare la dignità dell’uomo a partire dalla difesa del posto di lavoro a quella sull’aumento del salario e delle pensioni basse. Combattere per il lavoro dignitoso agli immigrati e al superamento della tante precarietà nel mondo del lavoro.
Eliminare la rapacità delle multinazionali che arrivano, acquistano le fabbriche e poi vanno via quando non è più conveniente, lasciando a casa i lavoratori.
Non si possono più essere accettate i dogmi delle privatizzazioni dei servizi di prima necessità, come esempio l’acqua, né accettare l’influenza nella vita di tutti i giorni di modelli di vita imposti e individuati da chi controlla la finanza mondiale. Tutto questo non può essere risolto con qualche azione locale, territoriale o anche nazionale, ma solo con un’azione di carattere strategico che riassuma un modello di società che abbia dimensione universale e internazionale.
Se non si esce dal localismo e dal provincialismo e si capisce che i processi sono tutti legati e rispondono a logiche chiare, le quali vanno cambiate, per capovolgere i valori su cui si costruiscono le società.
Se si vuole ripristinare una società in cui vi sia la giustizia sociale, intesa quale valore di democrazia e di libertà, non può prescindere da una profonda valorizzazione della qualità del lavoro. Oggi il lavoro è sempre più inteso come semplice fattore della produzione e ciò, come si è visto, ha prodotto uno svilimento delle tutele e dei diritti dei lavoratori.
Da troppo tempo il mercato del lavoro si è trasformato in un’arena dove la precarizzazione, lo sfruttamento delle persone, lo svilimento del lavoro sono diventati la regola. Ci sono sempre più sfruttati: dal caporalato, al nuovo schiavismo nell’agricoltura e nei servizi; dai neo-proletari della cosiddetta Gic Economy, ai fattorini su due ruote che rischiano molto nel percorrere le strade della città; dai giovani precari vittime di economia d’impresa che sembra considerare il lavoro un male necessario ad altri giovani che scelgono altre Nazioni, per raccogliere il frutto del loro talento.
Siamo di fronte a un cambio epocale che, nel combinato disposto, degli effetti della finanziarizzazione e del clamoroso sviluppo tecnologico, necessitino di una ridefinizione del lavoro e della sua distribuzione e della sua collocazione all’interno delle dinamiche della società.
Secondo le stime OCSE grazie alle politiche della “flessibilità dei lavori” hanno generato una vera e propria forma di precariato e una riduzione dei salari sul PIL e hanno realizzato il record della disoccupazione, raggiungendo il livello più alto dal dopoguerra, con oltre cinquanta milioni di persone.
La crescita economica, secondo i sostenitori di questa politica, sarebbe trainata da politiche più favorevole alla “libertà d’impresa”, cioè politiche che annullino i vincoli relativi ai diritti dei lavoratori, alla tutela dell’ambiente, agli oneri burocratici, alla tassazione. Quello che è avvenuto è davanti agli occhi di tutti noi!
Può darsi che cominci a cambiare il vento? È da augurarselo! Ancora di più si devono individuare nuove iniziative per far sì che il lavoro sia qualificante e ritorni ad avere la giusta importanza nei posti di lavoro.
In Italia si è avuta una notevole crescita dell’occupazione, quasi interamente flessibile, con continui interventi che hanno modificato la legislazione del lavoro in peggio. Queste forme di lavoro, oltre a limitare la libertà e l’emancipazione, non permette alle persone di vivere la loro vita con una prospettiva di poter realizzare le loro aspettative. Anche alcune norme come il Job Act non hanno cambiato in meglio la situazione.n Anzi!
La pandemia prima e la guerra oggi stanno incidendo profondamente sia sui redditi, sia sulla qualità intrinseca di un lavoro, già povero e con salari bassi e bassissimi, aggravando ancora di più la situazione.
La catastrofe del valore e della qualità del lavoro nelle società bisognerebbe che fosse aggredita con una grande operazione culturale e valoriale, in un’ottica che punti al progresso e alla centralità della persona, sulla base di valori e principi storicamente acquisiti dal patrimonio genetico del mondo del lavoro in tanti anni di lotte e conquiste.
Se continua a prevalere l’idea dell’autoritarismo illiberale, ne consegue che il soggetto al centro dell’attenzione non è più il cittadino, la persona con i suoi diritti, bensì la finanza con le sue logiche, con il profitto e la competitività.
Quando la libertà individuale e collettiva è in pericolo, come oggi, sia nel mondo del lavoro e sia nella società, bisogna che i paladini della libertà debbono scendere in campo e difenderla.
Le stesse idee universali, che avevano sostanziato il primato dell’uomo e dei suoi diritti, sono considerate vetuste e non più rispondenti ai tempi moderni. Pertanto, le persone si sono trovate sempre più sole, in una società che fa prevalere la logica del rischio per tanti e dell’arricchimento per pochi, sostituendola ai valori della solidarietà, della fratellanza, dell’uguaglianza e della libertà.
Quindi, la situazione delle persone è profondamente cambiata in peggio, non solo nel mondo del lavoro, tanto è che la centralità dell’uomo della cultura laica e del modello europeo è stata sostituita dalla centralità della finanza, che ha creato limitazione dei diritti e delle tutele.
Proprio chi come noi è fautore dei “diritti umani”, li ha scritti nel suo Dna, non può restare inerme. Le tutele del lavoro, i diritti dei lavoratori, i diritti di cittadinanza sono una risposta necessaria ai rischi di un’economie prive di principi sociali. Per questo si deve tornare a far sentire la voce di chi vuole indicare all’uomo come riconquistare il suo diritto all’emancipazione, alla libertà attraverso il lavoro tutelato e garantito.





