
E’ più di un anno che Rino Formica, le sue analisi sulla situazione politica italiana, il suo esplicitamente espresso detestare Meloni, si presentano sulla stampa. Che Formica sia stato un maître a penser, e non solo del PSI, non credo si possa mettere in discussione. Che lo sia ancor oggi, io ancora lo credo. 97 anni non necessariamente sono sinonimo di rincoglionimento.
Ma, leggendolo ora con qualche ritardo, il suo continuo affermare la necessità di un “golpe” contro Meloni mi fa riflettere. Il suo pensiero: questo governo «va sgomberato» e, siccome «l’opposizione è minoranza e non è in condizioni di rovesciarlo per vie naturali, cioè democratiche», bisogna trovare «una via per rimuoverlo». Formica lo chiama «cambiamento democratico». Non so come si faccia a chiamare “democratica” un’azione che egli stesso definisce “non per vie democratiche”.
Non entro nel merito delle motivazioni di questa posizione che si richiamerebbe ad un sostanziale antieuropeismo (che sinceramente non vedo) ed all’essere, Meloni, erede di Almirante. Di più. Formica dice: «il melonismo non è un movimento politico, è la malattia di una società in decomposizione …. nasce da un salto populistico di FdI, che oggi non è un movimento populista, ma la malattia di un movimento populista (una degenerazione? NdA) che a suo tempo non è stato sufficientemente valutato e combattuto”. Anche qui dissento, non sull’analisi del fenomeno ma sulla limitazione dell’attribuzione di esso ad un solo Partito. Ma è poco importante.
Diventa per me importante e problematico accettare la strada che Formica fa balenare. «La politica nazionale non è più in condizioni di auto sanarsi. Serve un appello sul piano sovranazionale». Formica evoca la manina dall’estero. Come?. Un duplicato del pressing che Bruxelles fece sul governo Berlusconi nel 2011, con letterine, risatine, crisi diplomatiche, agguati in politica internazionale, vendite in blocco dei titoli di Stato, un mix passato alla storia con la definizione di golpe bianco. E già questo mi fa prendere le distanze.
Ma il massimo del mio dissenso sta nell’alternativa: l’evocazione della piazza. «La mobilitazione di popolo» contro il governo prendendo a pretesto una qualche legge. Dunque non manifestazioni, che sono il sale della democrazia, ma una mezza rivolta. Mi sa di ultima spiaggia più che di geniale pensata. Che comunque io non accetterei.
Ed allora ripenso alle manifestazioni di questi giorni, alle loro motivazioni, al modo con il quale si pretende – in nome di un falso modo di concepire un diritto – di esercitare la loro gestione in piazza; agli scioperi proclamati, alla esasperazione degli slogan, alle violenze delle affermazioni, delle etichette, delle offese anche personali che sono in atto. E penso al fatto che, come abbiamo riflettuto con qualche compagno, è la mancanza di una opposizione capace di fare il proprio ruolo che può trasformare un normale esercizio di democrazia – l’alternanza al Governo del Paese – in un regime. E la consapevolezza di questa situazione di vuoto nelle proposte dell’opposizione e nella sua capacità di assumere il nuovo ruolo dirigente fa parte delle analisi proprio di Formica. Il paradosso è dunque servito.
La ricetta proposta da Formica per superarlo è chiara. Ma si basa su una sottovalutazione, se così può chiamarsi: se questa opposizione è incapace di produrre idee ed essere forza dirigente e proporsi alternativa, dopo aver abbattuto Meloni, chi governerebbe? Questi incapaci e senza forza di idee e progetti? O novelli sanculotte, nuova carne da cannone per chi il populismo ha attizzato e gestito per i suoi interessi?
No, caro Rino: con tutto il rispetto, non posso accettarlo.





