Home Politica estera IL GIOCO DEI DEM: SMARCARSI DAI CLINTON E DA SOROS

IL GIOCO DEI DEM: SMARCARSI DAI CLINTON E DA SOROS

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Il mondo dei Dem Usa è come la maionese impazzita. Nessuno crede che a tentare di uccidere Trump sia stato un giovanotto esaltato e più si procede nel tempo e più aumenta la possibilità che emergano elementi che possono anche essere sconvolgenti.

Quello che conta, al di là di quanto vedremo emergere, è capire quello che è stato e quello che poteva essere.

Quello che è stato è che l’attentato, da chiunque sia stato progettato, è fallito.

Se l’attentato fosse andato a buon fine, avremmo avuto una sollevazione, presto repressa (quarto capitolo delle “misure attive”): una sorta di Capitol Hill numero due, con l’accusa ai repubblicani di Maga di essere degli antidemocratici terroristi, pericolosi per la democrazia Usa. La tesi di Biden fino al giorno prima dell’attentato.

La Convention repubblicana sarebbe stata un campo santo elettorale e il Gop sarebbe tornato ad essere nelle mani della squadra Bush, Mitch McConnell. Una squadra intercambiabile con i Dem clintoniani.

Biden avrebbe continuato a fungere da figurina esposta sul palcoscenico, mentre dietro le quinte agivano altri, ossia quelli che hanno portato le relazioni internazionali allo stato attuale di tensione.

E qui siamo al punto.

Dietro all’attentato di Trump, all’abbandono della corsa elettorale da parte di Biden, ai sostegni e ai non sostegni a Kamala Harris c’è una questione internazionale che riguarda la Cina e la Russia.

Per capire è necessario uno schematico riassunto di alcuni fatti.

Con la fine dell’Unione Sovietica è iniziato un periodo nel quale gli Usa si sono sentiti l’unica potenza mondiale.

Il capitalismo finanziario, già avviato sulla via della globalizzazione, ha pensato di fare della Russia la miniera a disposizione e della Cina la fabbrica a basso costo.

Da qui la delocalizzazione e la distruzione delle aziende produttive in America e in Europa, l’invenzione del green e delle teorie climatiche, funzionali a giustificare la deindustrializzazione dell’Occidente (vedi le teorie del World Economic Forum).

La conseguenza era ed è l’impoverimento delle popolazioni, la distruzione della classe media, la fine del welfare e l’instaurazione di una dittatura mascherata da finta democrazia (pensiero unico politicamente corretto, censura), funzionale al comando di una ristretta élite di ottimati (camerieri di lusso) su una massa resa inerte, lobotomizzata e passivizzata. L’operazione è proseguita con l’introduzione di logiche espiatorie (Black Lives Matter) e erasive delle radici (cancel culture), fino ad introdurre l’ideologia woke, ossia il rimbambimento venduto come risveglio (diabolica inversione dei significati).

Tutto questo lo abbiamo vissuto e lo stiamo vivendo, pandemia compresa.

Ad aprire le porte alla Cina è stato Bill Clinton, che ha fatto entrare il Dragone nel Wto.

A creare le premesse per lo scontro per procura con la Russia in Ucraina è stata Victoria Nulad, con Soros, mentre Biden, vicepresidente Usa, era il plenipotenziario per l’area.

Tuttavia queste politiche, volute dal capitalismo finanziario e dal mondo politico della globalizzazione, che ha associato i Bush e i Clinton, è fallito.

Russia e Cina hanno elevato barriere e hanno detto no alle logiche Usa. In Africa gli Stati Uniti si sono visti escludere da importanti aree di influenza, passate a cinesi e russi.

In Medio Oriente la politica Dem di rapporto con Sciiti e Fratelli Musulmani sta creando disastri.

E’ del tutto chiaro che se Trump vincerà le elezioni cambieranno molte cose, soprattutto in politica estera.

Trump, dopo il fallito attentato, si è costruito un’assicurazione sulla vita con la nomina di J.D.Vance come vicepresidente.

Dietro alla scelta ci sono Tucker Carlson, Peter Andreas Thiel, Elon Musk e altri.

Vance ha tutte le carte in regola per mantenere il Gop sulla linea trumpiana.

In questo panorama in rapida evoluzione, le crepe interne ai Dem, dopo il fallito attentato a Trump, si fanno ogni giorno più evidenti e danno il segno di uno smarcamento di una parte del partito dai Clinton e da Soros.

Va letto in questo senso, probabilmente, il fatto che Barack Obama non ha dato subito l’endorsement a Kamala Harris, rilanciando l’ipotesi delle primarie per scegliere il candidato presidente. “Ho una straordinaria fiducia – ha commentato Obama – che i leader del nostro partito saranno in grado di creare un processo dal quale emergerà un candidato eccezionale”.

Nessun riferimento ad Harris, che invece ha incassato subito il sostegno ufficiale dei Clinton, Bill e Hillary. “Ora – ha dichiarato l’ex coppia presidenziale – è il momento di sostenere Kamala Harris e lottare con tutto ciò che abbiamo per eleggerla”.

Obama si smarca dai Clinton e dalle loro politiche. O, quanto meno, tenta di farlo.

L’ex speaker della Camera Nancy Pelosi non ha subito appoggiato la Harris, ponendosi poi come possibile ponte all’interno del patito tra i Clinton e chi non vuole la Harris. Anche lei si è smarcata dai Clinton.

La Harris è la favorita? Molti invitano a sostenerla, ma non tutti. E tra questi ci sono personaggi pesanti del partito e della storia americana.

Inoltre la Harris è apertamente sostenuta da George Soros, la qual cosa è, a questo punto, un elemento di debolezza.

Se, come è probabile, dati i segnali, la guerra in Ucraina dovrà finire, essendo fallito il disegno di chi voleva eliminare Trump, il quale, al contrario, ha incassato un appuntamento con Zelensky, i fondi americani, già presenti in territorio ucraino, gestiranno la ricostruzione e dagli armadi potranno uscire molti scheletri che riguardano la gestione Dem della vicenda sin dal 2014. Biden, in questo scenario, è nell’occhio del ciclone.

Se facciamo un salto in Europa, ci rendiamo conto di quanto la leadership dell’Unione Europea sia inconsistente.

Viktor Orban ha già tracciato le linee di una politica che riguarda l’Ucraina e la risposta stizzita dell’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, è quella di convocare il Consiglio informale Esteri-Difesa, il Gymnich, a Bruxelles anziché a Budapest, come originariamente in programma.

L’inutilità di Borrell, cosi come della Mogherini, è stata ed è evidente in considerazione della nullità della politica estera dell’Unione.

Ora, come nel parco giochi dei bambini, siamo alla ripicca e ai dispettucci. Tu Viktor cattivo mi hai rubato il giocattolo e io non vengo a casa tua e chiamo gli amichetti a casa mia.

Sul punto, c’era una “divisione forte” tra gli Stati membri, ha spiegato Borrell, sostenendo di aver lavorato a una “posizione unitaria”, ma “non è stato possibile: c’era chi voleva andare a Budapest, come se nulla fosse, altri si opponevano, altri hanno sostenuto che spettava all’Alto rappresentante decidere”.

Questa è l’Unione Europea. “Non ti curar di lor, ma guarda e passa” (Dante, Inferno, a proposito degli ignavi).

Nel frattempo, la Russia batte il chiodo, con Lavrov (ministro degli Esteri) il quale sostiene che “gli Usa trattano l’Europa come una entità da sottomettere, come fanno con Russia e Cina”.

“L’Europa – ha aggiunto Lavrov – è vista dagli Stati Uniti come un concorrente, così come la Russia e la Cina. Oggi stiamo assistendo alla sottomissione dell’Europa agli Stati Uniti. La Germania, ovvero la base della politica e dell’economia europee, ha accettato silenziosamente un attacco terroristico sui gasdotti Nord Stream, che ha minato le basi del suo benessere economico e sociale, come se fosse necessario”.

Secondo Lavrov, il fatto che l’Europa stia vivendo un processo di deindustrializzazione riflette l’attuazione del compito di lunga data di Washington: “Prevenire il riavvicinamento tra Russia e Germania”.

Gli Stati Uniti, secondo il ministro, vedono una minaccia nello sviluppo dell’Europa e della Russia, “basato su innumerevoli risorse in Oriente e sulle moderne tecnologie occidentali”. Nonostante gli sforzi degli Stati Uniti, ha osservato il capo della diplomazia russa, stanno emergendo “centri di potere alternativi”, mentre le posizioni del sud e dell’est del mondo “si stanno rafforzando”.

Nelle parole di Lavrov c’è la sintesi delle sfide che gli Usa e l’Europa devono affrontare e che ora stanno mettendo il Partito democratico in una situazione da notte dei lunghi coltelli.

Non è improbabile che i prossimi giorni ci riservino sorprese eclatanti.

Quando la maionese impazzisce, tutto è possibile.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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