Primo soggiorno a Delhi
Studiando dall’esterno, dall’Europa, l’India si ha una impressione molto netta che si riassume in pochissime parole.
L’India dei Veda e del Buddhismo viene progressivamente invasa dai musulmani fino a costituire il sultanato di Delhi, con distruzioni e saccheggi nel nord del paese. Il sud, in buona parte risparmiato dalle invasioni, continua una propria autonomia gestionale.
Nel Seicento diventa significativa la penetrazione coloniale britannica con distruzioni e saccheggi, che diviene formale e totale nel 1857, con assunzione della corona imperiale indiana dalla Regina Vittoria.
Nel 1947 il Paese viene diviso in due. L’India residua cerca di sopravvivere, navigando tra i poteri mondiali con le risorse che i predoni dei secoli le hanno lasciato. E soprattutto con un fardello pesante, terribile, mortale: un profondo senso di inferiorità, sudditanza, secondarietà.
Dove una volta risiedevano i maestri di Pitagora, i cugini di Esiodo e i gestori della più grande biblioteca dell’antichità, Nalanda, maggiore di Alessandria e bruciata come questa da invasori di una nuova religione, ora c’erano persone addestrate dai poteri coloniali a doversi giustificare, dimostrare, difendere.
L’innamoramento con l’ideologia materialista europea non aveva guarito le vecchie ferite, ma se mai accentuate. Inoltre, il rapporto stretto con l’Inghilterra come unico paese europeo significativo, aveva creato una visione della cultura europea profondamente distorta.
Il metro di misura non era Cicerone e Socrate, Erasmo da Rotterdam e Nietzsche, Omero, Virgilio, Dante e Goethe, ma Albione, potente ma dalla cultura recente, il cui più antico scrittore è più giovane delle fondamenta di uno qualsiasi dei templi indiani.
È come se la storia del Vecchio Continente potesse essere compressa in quella di un’isola marginale ed entrata nella rilevanza politica e culturale solo dopo la battaglia di Gravelines del 1585 contro gli Spagnoli.
Modi fa molte cose, le vedremo in seguito elencate nella forma delle impressioni del viaggio, ma, principalmente, fa una, importante, fondamentale, incisiva e scriminate cosa: restituisce al cittadino indiano la propria storia. La propria cultura. Il proprio passato prima delle dominazioni musulmana e britannica. E da questo trae origine la storia che ci apprestiamo a raccontare, le impressioni avute, i risultati visti.
Torniamo, allora, al nostro racconto di viaggio. Traendo beneficio di conoscenze maturate durante lo studio della realtà indiana, ci mettiamo in contatto con un’agenzia di viaggio indiana, che ci prepara tutto.
La richiesta è chiara: vogliamo iniziare a vedere l’India religiosa, compreso quel messaggio forte e determinato, tutto nato a livello spontaneo popolare e, in seguito, sostenuto dal governo, della ricostruzione del tempio Indù di Ayodya, per poi seguire per la città sacra per antonomasia, Kashi, detta anche Varanasi o Benares.
Poi, un tributo al Taj Mahal ad Agra è d’obbligo, per finire con i palazzi dei Marajà a Jaipur e Udaipur. Tutto è preparato a dovere da tempo, ma, per un problema tecnico, siamo costretti ad acquistare il biglietto aereo in Italia, cosa che poi sarà destinata ad avere effetti disastrosi a livello economico e ottimi a livello conoscitivo e dell’esperienza di viaggio.
Andiamo infatti da Malpensa a Delhi con la Qatar Airlines e una sosta a Doha. Andata perfetta, nulla da dire. Il ritorno molto meno, lo scoppio della guerra in Iran blocca Doha e la Qatar Airlines va nel panico, scompare dalla scena.
Nessuna informazione, nessun aiuto, nessuna indicazione. Nessuno ufficio raggiungibile, tutti scomparsi. Ritorneremo in tranquillità e sicurezza una settimana dopo con l’India Airlines, ma questo sarà argomento da affrontare alla fine del viaggio.
La prima sosta è a Delhi. Ci aspetta l’automobile prenotata dal nostro Tour Operator indiano, un giovane efficientissimo e sempre presente in ogni occasione di Agra, per raggiungere l’albergo. Avevamo chiesto di non soggiornare in uno degli hotel standardizzati americani come Sheraton e Hilton, tanto noti da non aggiungere più nulla all’esperienze del soggiorno, ma trovare un alloggio frequentato da viaggiatori indiani, dignitoso e adatto, lontano dalle linee abituali occidentali.
L’impatto non fu dei migliori. La struttura era in una zona abbastanza dimessa, ma occupata di moltissime costruzioni in corso. Essa stessa era per metà in costruzione. Le stanze erano nuove, con il bagno ma senza finestre. Questa è una cosa a cui non siamo riusciti ad abituarci mai: la consuetudine di fare stanze con finestre microscopiche o addirittura assenti, incastrate nelle costruzioni anche nuovissime o addirittura in costruzione.
La gestione era abbastanza confusionaria, abbiamo capito poi che il responsabile, che appariva e spariva, in realtà si occupava di tre o quattro blocchi alberghieri costruiti sfruttando e ricostruendo preesistenti strutture immobiliari, spostando gli ospiti secondo uno schema a dir poco criptico.
Infine, va detto che la pulizia della stanza non avrebbe passato lo scrutinio del meno severo dei controllori. Forse, come scusante, si può addurre che era tempo di ramadan. Al ritorno a Delhi, a fine viaggio, l’amico dell’Agenzia ci dette un albergo diverso, buono e con personale di una gentilezza e disponibilità esemplare.
Tuffiamoci, allora, nello svolgimento dell’itinerario . Volutamente la descrizione che segue è focalizzata sulle impressioni personali, su quanto appare direttamente, senza filtri. Non vuole essere né una guida turistica, né un’analisi accademica di economia, ma un’impressione fresca immediata e, perché no, istintiva, finalizzata a comprendere quale posizione, quale futuro, quale ruolo questo grande Paese può avere sul palcoscenico geopolitico del futuro.
L’interesse non sarà posto sui luoghi turistici visitati, ma sull’ambiente umano, sociale ed economico che li circonda, sulla specificità attuale che pone l’India in una posizione importante della cui portata molti in Europa non hanno ancora compreso l’estensione e importanza.
Un Paese che, di contro, è ancora largamente bloccato nella visione di un’Europa anglocentrica, ignaro della storia e delle radici ultime dei moventi ideologici, culturali e politici che dominano il nostro continente.
Una situazione che merita un approfondimento bilaterale: noi dobbiamo capire l’India, o Bharat, come più correttamente andrebbe chiamato, e loro devono comprendere che l’Inghilterra è solo una piccola isola davanti all’Europa, liberandosi dalla sudditanza ideologica imposta da trecento anni di dominazione.
È ancora mattino e partiamo subito per la prima giornata di visite. Immergersi nella città di Delhi ha il suo effetto. Con 35 milioni di abitanti tutta l’Italia non basta a riempirne due.
Le strade grandi a 3 o 4 corsie per lato collegano insediamenti di ogni tipo, nuovi agglomerati della periferia realizzati sullo schema di Milano 2, immersi nel verde, circondati da muri e controllati da guardie private allo stesso modo come palazzi governativi e quartieri più antichi, dalle strade strette e case basse.
Colpisce il traffico, ovviamente caotico, ma con alcune qualità sorprendenti. La prima cosa che colpisce è l’uso del claxson, continuo, pervadente, ubiquitario. Venendo dall’Italia uno immagina di vedere liti continue, invettive, gente agitata e arrabbiata. Poi capisce. Il claxson non è per insultare, scostare, aggredire gli altri, ma è un valido sostituto alle frecce.
Lo si usa quando si vuole passare, quando si cambia corsia, quando si accelera o decelera – insomma è un normale indicatore di azione, non un segnale di contrasto. Tant’è vero che i camion portano sul portellone posteriore l’invito “Suonami” in inglese, per stimolare chi viene da dietro di non arrabbiarsi se occupa la corsia di sorpasso, ma semplicemente farsi notare.
La seconda cosa sono i “TukTuk”, ovvero quei tricicli tipo Ape con la posto del pianale di carico uno o due file di sedie per i passeggeri. Ce ne suono di vecchie, ma la stragrande maggioranza è di nuova fabbricazione, ben tenuta e senza bocciature. Sono più efficienti dei Taxi perché si infilano ovunque, rapidamente e senza problemi.
La terza cosa che colpisce in tutto questo frullare di macchine – chi crede di avere vissuto una confusione automobilistica a Napoli capirà che si è fermato alle scuole elementari del traffico cittadino! – è che dove uno si aspetterebbe un tripudio del carrozziere, macchine bocciate, graffiate, rammendate, è praticamente eccezionale vedere un’automobile con danni alla carrozzeria.
Rispetto alle nostre città, e qui arriviamo al quarto punto della mobilità cittadina, le macchine sono molto più nuove, ben tenute e pulite. L’età media non pare superare i 3 – 4 anni, con prevalenza delle marche asiatiche e autoctone indiane come Tata e Mahindra.
Chi si aspettava qualcosa di simile ai video su Marocco, Libano o Asia in generale, con le Mercedes o Lada del secolo scorso, resterà deluso. Colpisce la quasi totale assenza di automobili di fabbricazione europea e la ragione, purtroppo, è molto semplice: con tutti i loro sistemi da computer su ruote imposte dai vari Euro 5, 6 e 7 sono troppo care e troppo complesse da mantenere. Un mercato che non abbiamo perso per ragioni reali, ma al quale abbiamo volutamente e chiaramente rinunciato. Un mercato da un miliardo e mezzo di potenziali clienti.
Visitiamo i soliti posti come Qtub Minar, moschea Fatepuri e Forte Rosso, per poi fermarci al Mercato delle spezie, dove ci addentriamo nei vicoli e nelle parti più interne. I resti della dominazione Moghul sono tutto sommato poco impressionanti.
Enorme la superficie del Forte Rosso, costruito secondo le abitudini turcomanne con padiglioni distinti e aperti, che ricordano il Topkapi di Istanbul, ma pochi i resti in piedi, visto che gli inglesi hanno raso al suolo buona parte degli edifici costruendo delle casematte all’interno dopo la rivoluzione del 1857.
L’antico splendore è solo immaginabile osservando i marmi dei padiglioni rimasti dai cui intarsi sono state asportate tutte le gemme e gli intarsi d’oro durante la dominazione inglese.
La Moschea non è una sala, come si vede in Turchia e Spagna, ma sostanzialmente una area di preghiera a cielo aperto con un colonnato terminale che circonda il Mihrab. Più interessante il Mercato delle spezie che non è al dettaglio ma all’ingrosso.
L’abbondanza di offerta è sconvolgente, il mercato è enorme e si infiltra in diversi edifici su più piani, con una continuità tra gli immobili che è spesso difficile da comprendere.
Scale, corridoi, ballatoi che ricordano le nostre case di ringhiera e sacchi di spezie ovunque. I meandri sono tali che il trasporto avviene praticamente totalmente a spalla o su carretti a a mano, non perché mancano le macchine, ma perché non passerebbero.
Colpiscono alcune cose. La prima è la gente in questo ambiente ultrapopolare: lavorano tutti in un brulicare attivo ma non agitato. Tutto fluisce, ma non vi è senso di ansia o di agitazione. Alcuni uomini si fermano a parlare, gruppi di donne girano liberamente e scelgono prodotti, altri portano sacchi in un attivismo fluido, liscio.
Mancano le figure tanto presenti nei video in Europa: non ci sono mendicanti, storpi o matti. Tutte le persone, anche quelle meno ben vestite, appaiono in buona salute e stato nutrizionale. La “Fame in India” non abita qui.
La seconda è la sicurezza: si vedono moltissime persone in uniforme, di vari corpi che non sappiamo distinguere, che girano in gruppi di 3 – 5 dappertutto. A volte si fermano, interagiscono liberamente e senza formalità con la gente, chiacchierano e poi proseguono, mischiati e immersi nella realtà popolare che proteggono.
La terza è l’assenza di contrasti, una basilare gentilezza. Nessuno spinge per farsi spazio, tutto fluisce con un’assurda semplicità come le macchine agli incroci intasatissimi. Se qualcuno ti tocca passando, ti guarda, ti sorride e si scusa, continuando subito la sua corsa.
Un’altra cosa che abbiamo poi notato in molti altri posti: il rapporto dei poliziotti con la gente è poco conflittuale. Se vedono una persona che si guarda intorno cercando qualcosa, vengono e chiedono per aiutare, si muovo inseriti nella massa popolare senza attriti.
Su questo tema è però doveroso fare una precisazione che non piacerà a tutti. È un’impressione personale, non vuole essere una generalizzazione o un’analisi sociale scientifica, ma esiste e, come tale, è giusto riportarla.
Ci avevano avvertiti e abbiamo potuto constatare diverse volte in varie parti dell’India che è vero, che esiste una decisa differenza di comportamento tra la popolazione indù e quella musulmana.
Sembrerebbe un luogo comune ma è così: l’indù interagisce in modo tranquillo e raramente cade in preda ad ansia. Non tende a importunare il turista. Generalmente, si occupa dei fatti propri, senza invadere gli spazi altrui. Anche davanti ai templi ti offre i fiori e le ghirlande, ma se non le vuoi, affari tuoi.
Diverso il rapporto con l’occidentale del musulmano. La maggioranza delle donne mendicanti, magari col solito figlio in braccio come abitudine di alcuni anche da noi, sono di origine musulmana, anche se vestono all’indiana col sari e senza il velo coprente musulmano.
Le zone popolari indù sono generalmente aperte e non si curano molto se passa un occidentale, quando quelle musulmane tendono ad essere chiuse e poco raccomandabili per gli estranei. Un nostro autista, lui stesso musulmano, ci portava nelle zone indù ma rifiutava di portarci nell’area musulmana a Delhi.
In tutti posti visitati in India non abbiamo mai visto una lite tra automobilisti, sentito un diverbio ad alta voce con rabbia, assistito a una discussione accesa in cui si notava astio o cattiveria. Ma è anche vero che si siamo limitati praticamente alle sole aree di tradizione e cultura indù.
Tutto questo porta a riflettere sui concetti di non violenza e tolleranza insiti nella religione induista e mostrano la necessità di approfondire prima di esprimere giudizi ad ogni livello sul Paese.
Girando Delhi una sensazione è netta: è una città in fortissima evoluzione. È impossibile guidare per più di qualche isolato senza vedere costruzioni. E, quel che colpisce, è la differenza con altri posti in grande sviluppo come Dubai e Shanghai. Qui esistono i grattacieli di vetro ma non dominano. I poli abitativi sono costruiti con case anche di 7 – 9 piani, ma tenuti all’esterno con balconi, colonne, lavorazioni di abbellimento più simili all’Europa del primo Novecento che della foresta di vetro americaneggiante moderna.
Colpisce, poi, un altro fatto interessante: se a Dubai la maggioranza della costruzioni sono abitazioni private o commerciali, qui si vede una netta prevalenza di opere strutturali maggiori pubbliche. Strade, ristrutturazioni di ospedali e scuole, uffici pubblici, lavori per infrastrutture abbondano.
Si ha l’impressione che l’investimento pubblico a lungo termine, strutturale, prevalga sull’investimento immobiliare privato a breve realizzo, finalizzato all’utile in 5 – 10 anni al massimo. Questa sensazione, ripetuta e confermata anche in altri luoghi, ma soprattutto spostandoci poi lungo le autostrade e strade statali attraverso le campagne deve fare riflettere.
Il capitale immesso a Dubai è a corto termine, realizzato il guadagno sulla struttura è libero di spostarsi dove vuole, esponendo il Paese ospitante agli umori del fondo di investimento.
Il capitale in India appare più strutturato, legato a investimenti a lungo termine, e pertanto legato al territorio e meno volatile. Aeroporti, autostrade, linee ferroviarie, ospedali, scuole non sono trasportabili e hanno ammortamenti lunghi.
Un palazzo di vetro si ammortizza in breve tempo, una volta venduti gli appartamenti a privati non interessa più al fondo di investimento che ripete l’operazione altrove. Questo dato meriterebbe approfondimento e riflessione.





