
L’esercizio tipico dei ciarlatani, dei venditori di fumo, degli ipocriti incalliti è la finta perdita della memoria.
E’ un esercizio ereditato e ben praticato da una partitocrazia che si ritiene assolta, in buona compagnia con la burocrazia da essa prodotta come sedime perpetuante il potere.
E’ quanto accade, in questi giorni, con la questione sanitaria, sempre più all’ordine del giorno per il suo stato pietoso, risultato di una logica politica di distruzione del welfare che ha visto il passaggio, ormai decennale, dai cosiddetti “diritti” sociali ai cosiddetti “diritti civili” dove la realtà non esiste più.
Il Governo ha varato nel bilancio 2025 una serie di provvedimenti a favore della sanità, degli operatori della stessa, delle regioni che ridurranno le liste di attesa, e via discorrendo. Manca il piano di assunzioni per 30 mila nuovi medici.
Il bilancio per la sanità non è sufficiente? Vero. Ma da qui a dire, mentendo, che il Governo opera tagli alla sanità e deprime il welfare, affidando la salute dei cittadini alle proprie tasche, ce ne passa.
La sanità in Italia è una parte del welfare, massacrata negli ultimi decenni, ormai al limite dell’inesistenza, come risulta da un’indagine di Cittandinanzattiva, ma prima di affrontare l’indagine di Cittadinanzattiva, che stigmatizza lo stato pietoso della sanità in Italia, è opportuno fare un quadro minimo di ricostruzione storica per evitare che la solita propaganda idiota dell’ultima puntata tenti di far dimenticare le responsabilità enormi di oltre trenta anni di tagli.
Cittadinanzattiva è un’organizzazione, fondata nel 1978, che promuove l’attivismo dei cittadini per la tutela dei diritti, la cura dei beni comuni, il sostegno alle persone in condizioni di debolezza.
Facciamo un piccolo sforzo storico.
Partiamo pure dal 1990 e guardiamo in faccia governi e ministri della sanità.
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Francesco De Lorenzo |
23 luglio 1989 |
13 aprile 1991 |
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13 aprile 1991 |
28 giugno 1992 |
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28 giugno 1992 |
21 febbraio 1993 |
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Raffaele Costa |
21 febbraio 1993 |
29 aprile 1993 |
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Mariapia Garavaglia |
29 aprile 1993 |
11 maggio 1994 |
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Raffaele Costa |
11 maggio 1994 |
17 gennaio 1995 |
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Elio Guzzanti |
17 gennaio 1995 |
18 maggio 1996 |
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Rosy Bindi |
18 maggio 1996 |
21 ottobre 1998 |
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21 ottobre 1998 |
22 dicembre 1999 |
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22 dicembre 1999 |
26 aprile 2000 |
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Umberto Veronesi |
26 aprile 2000 |
11 giugno 2001 |
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Girolamo Sirchia |
11 giugno 2001 |
23 aprile 2005 |
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Francesco Storace |
23 aprile 2005 |
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Livia Turco |
17 maggio 2006 |
8 maggio 2008 |
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Maurizio Sacconi |
8 maggio 2008 |
13 dicembre 2009 |
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Ferruccio Fazio[4] |
13 dicembre 2009 |
16 novembre 2011 |
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Renato Balduzzi |
16 novembre 2011 |
28 aprile 2013 |
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Beatrice Lorenzin |
Popolo delle libertà Alternativa popolare dal 18 marzo 2017 – Ora Pd |
28 aprile 2013 |
22 febbraio 2014 |
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22 febbraio 2014 |
12 dicembre 2016 |
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12 dicembre 2016 |
1º giugno 2018 |
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Giulia Grillo |
1º giugno 2018 |
5 settembre 2019 |
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Roberto Speranza |
5 settembre 2019 |
13 febbraio 2021 |
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13 febbraio 2021 |
22 ottobre 2022 |
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Orazio Schillaci |
22 ottobre 2022 |
in carica |
Un’indagine de Linkiesta afferma che da decenni in Italia gli investimenti nel settore sanitario sono in diminuzione, ci sono sempre più interventi per restringere e mai nessuno per allargare le maglie, c’è sempre meno personale e tutti i governi, di qualsiasi colore e composizione, in un modo o nell’altro l’hanno sfruttato come un bancomat di Stato.
In dieci anni, dal 2010 al 2020, i tagli ammontano a trentasette miliardi di euro, tra ospedali, medicina territoriale, macchinari e personale, costretto alla fuga da una sanità pubblica che paga poco e fa lavorare male.
Nel 2018 l’Italia ha speso per il sistema sanitario nazionale l’8,8% del Pil, una percentuale che scende al 6,5% considerando solo gli investimenti pubblici. Facciamo peggio di Stati Uniti (14,3%), Germania (9,5%), Francia (9,3%) e Regno Unito (7,5%), ma sostanzialmente in linea con la media Ocse, ferma al 6,6%. Sotto di noi solo i paesi dell’Europa orientale, Spagna, Portogallo e Grecia.
I dati dell’Osservatorio Cpi (Conti pubblici italiani) dell’Università cattolica tracciano un quadro interessante.

La Fig. 1 dell’Osservatorio Cpi ricostruisce il finanziamento “ordinario” del SSN in termini nominali e in percentuale del Pil, mostrando anche i governi che si sono succeduti nelle diverse legislature dal 2000 a oggi.
“Come si nota – scrive l’Osservatorio -, il finanziamento della sanità italiana ha subito variazioni significative nel corso degli anni. Si riscontrano sostanzialmente tre fasi distinte: una prima fase che dura fino all’innesco della crisi finanziaria del 2008-2009, una seconda fase che segue fino alla crisi del Covid ed una terza caratterizzata dalla pandemia. La prima è una fase di forte espansione del finanziamento, che passa in termini nominali da 66 miliardi nel 2000 a 97 miliardi nel 2009 (cioè, dal 5,5 al 6,8 in percentuale del Pil). La crisi finanziaria ha come conseguenza un rallentamento del finanziamento (e addirittura una riduzione in termini nominali tra il 2012 e il 2013, nel pieno della crisi dei debiti sovrani). Nella fase di uscita dalla crisi, tutti i governi che si succedono aumentano il finanziamento di circa un miliardo di euro all’anno, portandolo da 110 a 114 miliardi di euro tra 2015 e 2019, una politica che però si traduce in una riduzione del finanziamento in percentuale del Pil dal 6,6 al 6,4 per cento (e una sostanziale stabilizzazione in termini reali). Alla vigilia della pandemia, con la legge di bilancio per il 2020, il governo Conte II “ritorna ad investire nel SSN” passando da 1 a 2 miliardi di incremento del finanziamento. Ma con l’avvento della pandemia si registra un aumento ben più consistente del finanziamento in corso d’anno: il finanziamento cresce di circa 6 miliardi di euro rispetto all’anno precedente, che consente di raggiungere il 7,3 per cento del Pil (anche per la consistente riduzione dell’attività economica)”.
L’aumento delle risorse al settore è chiaramente legato alle esigenze dettate dalla pandemia. Quando si torna a tempi normali, fuori dall’emergenza anche per l’economia, il finanziamento riprende i trend precedenti: in termini nominali si arriva nel 2023 a 129 miliardi di euro, il 6,2 per cento del Pil; per il 2024, si arriverebbe ad un finanziamento tra i 134 e i 135 miliardi di euro. Se le stime Def sull’inflazione (1,2 per cento) e sulla crescita reale del Pil (1 per cento) si rivelassero corrette, rispetto al 2023 si osserverebbe un finanziamento costante in percentuale del Pil (6,2 per cento) e una modesta crescita in termini reali (2,6 per cento) dopo tre anni di riduzione.
La dinamica del finanziamento negli anni del Covid in percentuale del Pil (una forte crescita seguita da una riduzione altrettanto marcata dopo il picco del 2020) suggerisce di prendere in considerazione la crescita del Pil, nominale e reale, nella valutazione delle allocazioni definite dai governi che si sono succeduti alla guida del paese.

La Fig. 2 mostra proprio la crescita economica e la variazione del finanziamento al SSN in termini reali, assieme al dato sull’indebitamento netto, l’altra variabile che può influenzare le scelte dell’esecutivo. La crescita dei fondi stanziati per il SSN oscilla, rimanendo sempre positiva, nel primo decennio del ventunesimo secolo, arrivando a tassi negativi durante la crisi dei debiti sovrani. La riduzione in termini reali coincide con il periodo della doppia recessione seguita alla crisi finanziaria (2008-2009 e 2011-2012), recessioni alle quali la politica di bilancio non ha potuto rispondere adeguatamente, nonostante la crescita del disavanzo.
Con la ripresa dell’economia, la variazione del finanziamento al SSN supera la crescita del Pil solo nel 2014. L’anno della pandemia, il 2020, rappresenta una eccezione: a fronte di un crollo dell’attività economica si osserva una crescita del finanziamento al SSN. Questa eccezionalità rientra già nel 2021, quando il rimbalzo del Pil si traduce in un rallentamento dei finanziamenti al SSN. Dopo il minimo raggiunto nel 2023 (dato dalla combinazione del -4,6 per cento del 2022 rispetto al 2021 e -2,9 per cento del 2023 rispetto al 2022), il finanziamento in termini reali mostra un’inversione di tendenza, crescendo (se le stime si rivelassero corrette) del 2,6 per cento nel 2024, quindi quasi compensando il calo del 2023.

Utilizzando una media mobile triennale per smussare il peso di valori estremi per tutte le variabili precedentemente considerate, la Fig. 3 conferma quanto già osservato con la Fig. 2: a partire dallo stop imposto dalla crisi finanziaria e dalla crisi dei debiti sovrani, il finanziamento del SSN si muove nell’intorno della crescita reale dell’economia, con un disavanzo pubblico in leggera riduzione. Questo processo si interrompe con la pandemia: a fronte di un crollo del Pil, crescono i finanziamenti reali al SSN. Con l’uscita dalla pandemia si osserva il fenomeno opposto: la crescita reale del Pil è più veloce della crescita del finanziamento al SSN.
A prezzi del 2000, il finanziamento del SSN per il 2024 si collocherebbe a un livello più basso, anche se di poco, di quello del 2010 (83 contro 85 miliardi) e di poco inferiore a quello del 2019 (di 300 milioni). Sebbene dunque, in termini nominali non si è mai speso così tanto, in termini reali siamo tornati a livelli antecedenti il Covid, con un disavanzo molto più alto che dovrà essere ridotto nei prossimi anni. Un processo che renderà molto complicato aumentare significativamente i fondi per il SSN nei prossimi anni in assenza di una robusta crescita economica.
https://osservatoriocpi.unicatt.it/ocpi-pubblicazioni-l-evoluzione-dei-finanziamenti-alla-sanita
Fatte queste necessarie premesse, vediamo cosa ci dice Cittandinanzattiva nel suo terzo “Rapporto civico sulla salute”, presentato martedi scorso a Roma al ministero della Salute, con i dati relativi a 24.043 segnalazioni dei cittadini nel 2023 (in crescita di 9.971 rispetto all’anno precedente).
Il quadro che emerge è che la cura contro le liste d’attesa non decolla e i tempi per prenotare un esame o una visita si allungano.
Tempi di attesa.
Tra i tempi d’attesa indicati dai cittadini spiccano “468 giorni per una prima visita oculistica in classe P (programmabile, da eseguire entro 120 giorni); 480 per una visita di controllo oncologica in classe non determinata; 300 giorni per una visita oculistica di controllo in classe B (breve da erogare entro 10 giorni); 526 giorni per un ecodoppler tronchi sovraaortici in classe P (programmabile, da erogare entro 120 giorni); 437 giorni per un intervento di protesi d’anca in classe D (entro 12 mesi), 159 giorni per un intervento per tumore alla prostata in classe B (entro 30 giorni)”.
“Rivendichiamo per la sanità pubblica risorse maggiori e continuative, dopo che per anni essa è stata considerata una specie di salvadanaio a cui attingere per tappare i buchi di bilancio del nostro Paese, impoverita e desertificata, ma allo stesso tempo dobbiamo chiederci in che modo sono impiegate le risorse, visto che i Livelli essenziali di assistenza non sono ancora mai stati aggiornati, dal 2008 non si propone al Parlamento un Piano sanitario nazionale, e visto che sono state di recente approvate riforme pur significative, come quella sulla non autosufficienza degli anziani, senza investimenti e senza un Patto di corresponsabilità fra Stato centrale e Regioni”, ha rimarcato Anna Lisa Mandorino, segretaria generale di Cittadinanzattiva.
Difficoltà con il proprio medico di famiglia o pediatra di libera scelta
“Le segnalazioni dei cittadini nell’ambito delle cure primarie (14,2% delle 24.043 totali) ci raccontano di difficoltà con il proprio medico di famiglia o pediatra di libera scelta (47,1%), a causa dello scarso tempo a disposizione o di un deficit nelle informazioni che vengono fornite ai cittadini. Ricorrono le segnalazioni di chi non riceve un appuntamento in tempi ritenuti “congrui” oppure lamenta visite troppo brevi nelle quali non riesce a riferire tutti i propri problemi al medico. Mentre le criticità relative all’assistenza sanitaria di prossimità (11,1% delle 24.043 segnalazioni complessive) riguardano principalmente le strutture presenti sul territorio che dovrebbero attivarsi per una presa in carico integrata dei pazienti”.
Secondo Cittadinanzattiva, “le auspicate ricadute positive degli investimenti sui territori legati al Pnrr e la Riforma dell’assistenza territoriale (Dm 77/2022) tardano ad arrivare e i cittadini, anche nel 2023, hanno lamentato molte criticità legate all’assistenza sanitaria di prossimità che di fatto anziché ‘prossima’ sembra essere sempre più ‘distante’ dalle loro esigenze”.
4,5 milioni italiani rinunciano a cure anche per liste attesa.
“Rispetto al 2019, la quota di rinuncia causata dai tempi di attesa quasi raddoppia (era 2,8%), mentre si riallinea la rinuncia alle prestazioni per motivi economici (era infatti 4,3%)”, avverte l’indagine. “La quota delle persone che hanno dovuto fare a meno delle cure ammonta al 7,6% dell’intera popolazione nel 2023, in aumento rispetto al 7% dell’anno precedente. Con 372mila persone in più, si raggiunge un contingente di circa 4,5 mln di cittadini che hanno dovuto rinunciare a visite o accertamenti per problemi economici, di liste di attesa o di difficoltà di accesso, anche territoriale”.
Secondo Cittadinanzattiva, “la quota della rinuncia alle prestazioni sanitarie cresce, ovviamente, con l’aumentare dell’età: nel 2023, partendo dall’1,3% rilevato tra i bambini fino ai 13 anni, la quota mostra un picco nell’età adulta tra i 55-59enni, dove raggiunge l’11,1%, per restare elevata tra gli anziani di 75 anni e più (9,8%). Tuttavia, l’incremento tra il 2022 e il 2023 riguarda solo la popolazione adulta (18-64 anni), che passa dal 7,3% all’8,4%. Si confermano le ben note differenze di genere: la quota di rinuncia è pari al 9,0% tra le donne e al 6,2% tra gli uomini, con un divario che si amplia ulteriormente nell’ultimo anno per l’aumento registrato tra le donne adulte”.
Pronto soccorso al collasso, più accessi ma meno operatori.
I pronto soccorso rimangono il tallone d’Achille della sanità pubblica. “Un’altra area particolarmente critica è quella dell’assistenza ospedaliera che quest’anno si classifica al terzo posto per percentuale di segnalazioni (13,3% delle 24.043 totali). In questo ambito le difficoltà riguardano in larghissima misura l’Emergenza-urgenza e i pronto soccorso (82,1%). In particolare i cittadini segnalano lunghe attese in chiamata prima di entrare in contatto con l’operatore, sovraffollamento nei pronto soccorso, lunghe ore d’attesa, disorganizzazione nella gestione delle priorità e carenza di personale”. Secondo Cittadinanzattiva “è evidente che la carenza di personale, il ritardo nell’impiego dei fondi del Pnrr e la pandemia appena conclusa, hanno ridotto quasi al ‘collasso’ un settore già di per sé molto critico”.
“I dati ufficiali ci confermano che in questa area mancano oltre 4.500 medici e circa 10.000 infermieri, per contro il trend di accesso dei cittadini ai pronto soccorso è di nuovo in aumento dopo il calo determinato dalla pandemia – prosegue l’indagine – I cittadini del nord hanno effettuato sia nel 2019 sia nel 2023 maggiori accessi, in numeri assoluti, rispetto a quelli del centro sud. Ad effettuare un numero davvero elevato di accessi con codice bianco sono i cittadini del Veneto. I nostri dati, come quelli ufficiali, ci confermano che i cittadini attendono molte ore in Ps: si va da una media di 111 minuti per i codici bianchi a 147 per i codici verdi. Faticano a contenere i tempi di permanenza al Ps regioni come la Sardegna (184 minuti) e l’Abruzzo (162 minuti ) per i codici verdi, e sempre Abruzzo (126) e Friuli Venezia Giulia (128) per i codici bianchi”.
“Molti cittadini, in particolare in alcune aree del Paese, inoltre, non raggiungono un servizio di emergenza urgenza entro 30 minuti: si parla del 5,8% della popolazione, ossia circa 3,4 milioni di abitanti; la situazione più critica riguarda la popolazione residente in aree interne della Basilicata (32,5%) seguita da quella della provincia di Bolzano (9,16%) e Sardegna (8,44%). Con l’implementazione delle case della comunità, la percentuale di persone che continuerà a non poter raggiungere una struttura di pronto soccorso entro 30 minuti si prevede che diminuirà a 964 mila (1,6% popolazione)”, conclude l’indagine.
Questa la situazione, sicuramente grave, indegna di un Paese civile, ma blaterare di un Governo Meloni che non soddisfa le esigenze, dopo che si sono operati tagli per decenni è pura cialtroneria.
Possono protestare i cittadini, gli addetti al settore, ma i politici devono solo tacere e fare il mea culpa. La distruzione del welfare sanitario è opera decennale, come la svendita dell’Italia dopo il Britannia. I tempi, peraltro, coincidono.





