
di Francesco Pontelli
di Francesco Pontelli
Come sempre tutto viene ridotto in modo troppo semplicistico, in relazione alla stagnazione del nostro paese, che anche in periodi di crescita economica complessiva presenta tassi pari ad 1/3 rispetto ai partner europei.
Individuare ogni responsabilità della nostra sostanziale decrescita, nella valuta europea, vorrebbe dire contemporaneamente che la nostra crescita precedente all’euro fosse solo legata alla sola svalutazione competitiva: il che non è vero oltre che ingiusto.
Il problema non è monetario o valutario, ma relativo alla costante e progressiva perdita di efficienza della spesa pubblica, che ci relega attualmente al 123° posto nel mondo, dietro Haiti, e conseguentemente alla stessa crescita del debito pubblico nonostante la diminuzione dei costi sul servizio al debito.
In questo contesto si inserisce la terribile politica economica degli ultimi trent’anni, la quale ha sostanzialmente favorito la deindustrializzazione della nostra economia, favorendo una “ipotetica economia” fondata sui servizi e turismo a basso coefficiente di sviluppo.
La differenza tra il valore aggiunto creato dall’industria, frutto della moltiplicazione dei diversi fattori che intervengono nella filiera produttiva, rispetto a quello creato dal turismo, sono la prova di un declino economico del Paese che prende forma.
Il modello di riferimento dovrebbe essere rappresentato dalla Svizzera, che unisce la crescita del PIL con la rivalutazione del Franco Svizzero (tanto da rappresentare un bene rifugio come l’oro), con una percentuale di debito rispetto al irrisorio ( 17,8% ): solo questo è il modello di economia e vincente.
Illudersi di tornare a crescere con la svalutazione competitiva, grazie ad un ritorno ad una valuta debole (Lira), rappresenta una negazione della storia economica del nostro Paese, in quanto nel 1992 il governo Amato fu costretto a varare un prelievo forzoso del 6 X 1000 sui conti correnti. Una scelta drammatica causata proprio dalla debolezza della valuta italiana.
Riproporre ora in un mercato globale una valuta espressione di una singola economia, quando neanche i Brics riescono a dedolarizzare le proprie,
rappresenterebbe una soluzione decisamente azzardata.
Il valore di una moneta viene determinato da chi la riceve in pagamento di un bene o di un servizio, oppure da chi intende investire in un determinato paese, e non certo da chi la stampa in virtù del solo ritrovato sovranismo valutario.





