
Il corpo come campo di battaglia: la violenza sessuale sulle donne nei conflitti armati contemporanei: proposte per contrastare queste forme di violenza, anche alla luce della normativa vigente sovranazionale
Cristina Di Silvio (Legal Advisor of the Int. Inst.DiplomatRelationsCommission for Human Rights Economic and Social Affairs of the UNITED NATIONS; Director Of Legal Affairs And Treaty Compliance United States GOEDFA; Director of International Relations for the European Community UNITED STATES FOREIGN TRADE INSTITUTE)
Maurizio Colangelo (Avvocato, Magistrato di Tribunale, scrittore, opinionista)
Abstract
Nei conflitti armati contemporanei, il corpo femminile diventa frontiera violata e arma deliberata: la violenza sessuale non è mai effetto collaterale, ma strumento sistematico di annientamento culturale, controllo politico e destabilizzazione sociale. Questo articolo analizza casi emblematici in Sudan, Tigray e Palestina, evidenziando le violazioni sistematiche dello Statuto di Roma, delle Convenzioni di Ginevra e della Risoluzione ONU 1820. Attraverso l’analisi del Magistrato Maurizio Colangelo e della Dr.ssa Cristina Di Silvio, si denuncia il divario drammatico tra diritto internazionale e giustizia concreta, interrogandosi sulla responsabilità della comunità globale. Particolare attenzione è dedicata all’importante ruolo del Presidente Donald Trump, le cui iniziative diplomatiche hanno tentato di interrompere le violenze in corso in Palestina, illustrando la complessità e i limiti delle strategie geopolitiche. L’articolo sostiene che la protezione delle donne nei conflitti armati non sia un gesto accessorio, ma il perno etico e politico di ogni processo di pace, e sottolinea come l’impunità dei crimini di guerra rappresenti una ferita morale irreparabile per la civiltà intera.
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Nei conflitti armati moderni, il corpo femminile non è più solo vittima passiva, ma obiettivo strategico, simbolico e materiale. La violenza sessuale, lungi dall’essere effetto collaterale, è strumento deliberato, pianificato e sistematico, volto a annientare le comunità nemiche, cancellare l’identità culturale e minare le fondamenta stesse della società. Questa pratica, riconosciuta come crimine di guerra e crimine contro l’umanità, è codificata nei manuali non scritti del potere: serve a dominare, umiliare e sottomettere. Dal genocidio in Ruanda alla pulizia etnica in Bosnia, dalla guerra civile in Sudan alla repressione in Tigray, dalla Palestina occupata all’Afghanistan talebano, il modello è invariabile: stupro di massa, schiavitù sessuale, gravidanza forzata e sterilizzazione non sono incidenti, ma strumenti deliberati di annientamento.
Ogni atto di violenza sessuale è un messaggio politico inciso nella carne della vittima: “Possiedo la tua comunità, plasmo il tuo futuro, anniento la tua memoria”. Le istituzioni internazionali hanno formalmente codificato la gravità di questi crimini. Lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale (Articoli 7 e 8) classifica lo stupro, la schiavitù sessuale, la gravidanza forzata e la sterilizzazione come crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Le Convenzioni di Ginevra e i protocolli aggiuntivi ribadiscono l’obbligo inderogabile di protezione dei civili e sanciscono la violenza sessuale come violazione grave del diritto internazionale umanitario. La Risoluzione 1820 del Consiglio di Sicurezza ONU (2008) riconosce la violenza sessuale come tattica di guerra e minaccia alla pace internazionale. Eppure, tra diritto e giustizia permane un abisso. I responsabili godono impunemente, protetti da contesti bellici opachi e da catene di comando che cancellano le responsabilità individuali, mentre la testimonianza femminile viene delegittimata.
L’inerzia della comunità internazionale, spesso condizionata da equilibri geopolitici, perpetua il silenzio e l’impunità. In Sudan, le forze di supporto rapido (RSF) hanno commesso stupri di gruppo e schiavitù sessuale, documentati da Amnesty International nel rapporto “They raped all of us: Sexual violence against women and girls in Sudan”. Tra le vittime, ragazze di appena quindici anni hanno subito torture fisiche e psicologiche con conseguenze devastanti per la loro salute mentale e fisica. In Tigray, le forze eritree hanno perpetrato crimini di guerra e crimini contro l’umanità, stuprando donne e ragazze e riducendole in schiavitù sessuale, come riportato da Amnesty nel rapporto “Eritrean soldiers committed war crimes and possible crimes against humanity in the Tigray region after signing of agreement to end hostilities”. In Palestina, l’occupazione ha comportato l’uso sistematico della violenza sessuale come strumento di oppressione, documentato nel rapporto ONU/Amnesty “UN report on Israel’s gender-based violence and genocidal acts against women’s health facilities must spur action to protect Palestinians”.
La distruzione delle strutture sanitarie femminili e l’accesso limitato all’assistenza riproduttiva configurano crimini di guerra e crimini contro l’umanità. La comunità internazionale ha reagito, ma le risposte restano frammentarie e insufficienti. Risoluzioni come la 1820 riconoscono la gravità della violenza sessuale, ma la loro implementazione è spesso simbolica. Qui emerge l’importanza del ruolo di attori geopolitici: il Presidente Donald Trump ha intrapreso iniziative diplomatiche per cercare di interrompere le violenze in Palestina, dimostrando come la politica internazionale possa incidere, sebbene marginalmente, sulla protezione delle vittime. La violenza sessuale non è un residuo arcaico, ma fenomeno strutturale che si innesta su sistemi patriarcali e sulla mercificazione del corpo femminile.
Nelle guerre ibride, nelle occupazioni prolungate e nei conflitti asimmetrici, la donna diventa veicolo del potere: violarla significa occupare lo spazio simbolico dell’altro e disintegrare la sua sovranità intima. Affrontare questa realtà richiede un salto paradigmatico: non basta assistenza umanitaria o protezione giuridica. Serve un’azione coordinata che intrecci diplomazia, giustizia transnazionale, educazione e trasformazione culturale. Solo restituendo alla donna la centralità come soggetto politico e non solo come vittima si può spezzare il nesso perverso tra guerra e violenza di genere. Ogni conflitto che colpisce il corpo femminile mina le fondamenta dell’umanità. Dove la guerra annienta la differenza e il corpo diventa frontiera violata, la misura della civiltà si rivela: possiamo ancora definirci civili se l’impunità regna indisturbata?
Per quanto riguarda le fonti normative che hanno disciplinato questa materia in una disamina dettagliata si può rilevare che nel 1994 venne creata la Convenzione interamericana sulla prevenzione, punizione e sradicamento della violenza contro le donne. La Convenzione rappresentò sicuramente all’epoca il primo strumento normativo, purtroppo non esaustivo, vincolante di carattere sovranazionale dedicato specificatamente a questo argomento. In particolare, si evidenzia come proprio con l’articolo 10 veniva istituito un metodo di verifica attraverso trasmissione di “reports” in diritti delle donne periodici da parte degli Stati, i quali venivano valutati da una agenzia intergovernativa specializzata, quindi al di sopra di ogni sospetto, creata nel 1928. Anche in Africa, paese in molti territori dilaniato da guerre ibride e spesso fratricide ( ndr…inutile elencarle tutte dal Sudan Sud Sudan, Congo, Darfur, Liberia ecc..), che spesso hanno determinato veri e propri genocidi, ove il problema era ed è ancora attualmente più sentito, per la povertà dei luoghi, venne istituito il Protocollo sui diritti delle donne della Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli che venne adottato a Maputo (Mozambico) nel 2003 durante la 2° sessione ordinaria dell’Assemblea dell’Unione Africana, successivamente entrato in vigore nel 2005.
Ci piace ricordare come è stata evidenziata con maggior importanza la definizione di discriminazione contro le donne e che viene sottolineata all’articolo 1 del Protocollo che include, oltre al danno fisico, sessuale e psicologico anche quello economico. Circostanza non irrilevante perché, come precedentemente affermato, come si è detto, creare violenza sulle donne non solo determina un grave crimine umano, ma si va a colpire non solo un sistema di cultura ed etnico, ove la donna ha la sua importanza e centralità, ma anche il sistema economico di quella società, in cui la donna rappresenta, inevitabilmente, il cardine per la crescita di quel paradigma sociale. Colpire una donna significa annientare ciò che essa rappresenta, questo per ogni tipo di società, dal punto di vista sia etico, culturale, ma anche economico minando alle fondamenta il tessuto dell’economia di quella stessa collettività.
È una violazione dei diritti umani e rimane, purtroppo, in larga misura impunita. Tuttavia, il primo strumento giuridico, che, a livello internazionale, ha lanciato un messaggio chiaro, forte e preciso contro la violenza delle donne, peraltro vincolante, risiede nella Convenzione di Istanbul del 2011, non da tutti gli Stati ratificato e con alcune lacune. Essa è entrata in vigore nel 2014 – solo tre anni dopo la sua adozione, a testimonianza sia del bisogno degli Stati membri di un trattato giuridicamente vincolante per guidarli negli sforzi volti a mettere fine alla violenza fondata sul genere, sia della loro adesione politica ai principi e ai valori sanciti dalla convenzione. Il 26 luglio 2017 il Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne (Cedaw) ha adottato, invece, la General Recommendation n. 35.
La nuova raccomandazione ha delineato un inquadramento più chiaro dei doveri a carico degli Stati ratificanti la convenzione e le aree in cui è necessario intervenire per contrastare la violenza basata sul genere. Viene inoltre ampliata la definizione di violenza contro le donne includendo forme di violenza che riguardano anche il diritto alla salute riproduttiva della donna e le forme di violenza che si esercitano online e in altri ambienti digitali creati dalle nuove tecnologie. È da aggiungere che gli USA, e non si può che condividere questa linea di pensiero, nonostante la mancata ratifica della CEDAW, hanno espresso il loro impegno, sempre costante ed a tutti i livelli sovranazionali e territoriali, contro la violenza sulle donne, definendola un'”epidemia globale” e sotto questo profilo hanno creato anche grandi campagne di sensibilizzazione in tutto il mondo.
Quello che viene adottato, purtroppo, in differenti paesi nel nostro pianeta, in termini di azioni di sterminio e violenza verso le donne non può che essere vista come un “crimine internazionale” e probabilmente sarebbe opportune investire, come fanno gli USA, sempre di più in campagne di sensibilizzazione partendo dai contesti scolastici e coinvolgendo in esse anche i genitori dei minori. I servizi per le vittime rimangono esigui o insufficientemente finanziati e gli atteggiamenti sessisti in tutti gli ambienti continuano a prevalere. In un mondo civile la donna dovrebbe essere considerata sempre una nobile risorsa per la vita. Inoltre, la legislazione e l’assistenza disponibili variano molto da un paese all’altro, creando forti disparità in materia di protezione, oltre alle resistenze socioculturali che sono spesso alla base delle violazioni dei diritti delle donne. Sarebbe auspicabile, in conclusione, la creazione di una unica agenzia internazionale, sotto egida dell’ONU, che abbia poteri sanzionatori verso quei paesi che non adottano o mal eseguono i principi della Convenzione di Istambul, con applicazione di sanzioni economiche pesanti verso quei paesi inadempienti. Sicuri che gli USA si renderanno portavoce di questa iniziativa perché la lotta contro la violenza sulle donne è una priorità comune in tutto il mondo.
The Body as a Battlefield: Sexual Violence Against Women in Contemporary Armed Conflicts – Proposals to Counter These Forms of Violence in Light of Existing Supranational Legislation
Cristina Di Silvio (Legal Advisor of the International Institute of Diplomatic Relations – Commission for Human Rights, Economic and Social Affairs of the United Nations; Director of Legal Affairs and Treaty Compliance, United States GOEDFA; Director of International Relations for the European Community, United States Foreign Trade Institute)
Maurizio Colangelo (Lawyer, Magistrate, Writer, Commentator)
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Abstract
In contemporary armed conflicts, the female body becomes a violated frontier and a deliberate weapon: sexual violence is never a collateral effect, but a systematic instrument of cultural annihilation, political control, and social destabilization. This article examines emblematic cases in Sudan, Tigray, and Palestine, highlighting systematic violations of the Rome Statute, the Geneva Conventions, and UN Security Council Resolution 1820. Through the legal analysis of Magistrate Maurizio Colangelo and Dr. Cristina Di Silvio, the study denounces the dramatic gap between international law and actual justice, questioning the accountability of the global community. Particular attention is given to the significant role of President Donald Trump, whose diplomatic initiatives sought to halt ongoing violence in Palestine—illustrating the complexity and limits of geopolitical strategies. The article argues that the protection of women in armed conflicts is not an accessory gesture but the ethical and political cornerstone of any peace process, and stresses that impunity for war crimes constitutes an irreparable moral wound for humanity as a whole.
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In modern armed conflicts, the female body is no longer a passive victim but a strategic, symbolic, and material target. Sexual violence—far from being an unintended consequence—is a deliberate, planned, and systematic weapon aimed at destroying enemy communities, erasing cultural identity, and undermining the very foundations of society. Recognized as both a war crime and a crime against humanity, this practice has become part of the unwritten manuals of power: it serves to dominate, humiliate, and subjugate. From the genocide in Rwanda to the ethnic cleansing in Bosnia, from the civil war in Sudan to the repression in Tigray, from occupied Palestine to Taliban-controlled Afghanistan, the pattern remains unchanged: mass rape, sexual slavery, forced pregnancy, and sterilization are not accidents but deliberate tools of annihilation. Each act of sexual violence carries a political message engraved in the victim’s flesh: “I own your community, I shape your future, I erase your memory.” International institutions have formally codified the gravity of these crimes. The Rome Statute of the International Criminal Court (Articles 7 and 8) classifies rape, sexual slavery, forced pregnancy, and sterilization as crimes against humanity and war crimes. The Geneva Conventions and their Additional Protocols reaffirm the non-derogable obligation to protect civilians, recognizing sexual violence as a grave breach of international humanitarian law. UN Security Council Resolution 1820 (2008) further acknowledges sexual violence as a tactic of war and a threat to international peace and security. Yet, an abyss persists between law and justice. Perpetrators often enjoy impunity, shielded by opaque wartime contexts and command structures that erase individual accountability, while women’s testimonies are frequently discredited. The inertia of the international community—often constrained by geopolitical balances—perpetuates silence and impunity. In Sudan, the Rapid Support Forces (RSF) committed mass rapes and sexual enslavement, as documented by Amnesty International in its report “They Raped All of Us: Sexual Violence Against Women and Girls in Sudan.” Victims, some as young as fifteen, suffered brutal physical and psychological torture with devastating consequences for their physical and mental health. In Tigray, Eritrean forces perpetrated war crimes and crimes against humanity by raping women and girls and subjecting them to sexual slavery, as reported by Amnesty International in “Eritrean Soldiers Committed War Crimes and Possible Crimes Against Humanity in the Tigray Region After Signing the Agreement to End Hostilities.” In Palestine, the occupation has entailed the systematic use of sexual violence as a tool of oppression, documented in the UN/Amnesty report “UN Report on Israel’s Gender-Based Violence and Genocidal Acts Against Women’s Health Facilities Must Spur Action to Protect Palestinians.” The destruction of women’s healthcare facilities and the restriction of access to reproductive care constitute war crimes and crimes against humanity. Although the international community has reacted, responses remain fragmented and insufficient. Resolutions such as 1820 recognize the severity of sexual violence, yet their implementation often remains symbolic. Here, the role of geopolitical actors emerges as crucial: President Donald Trump’s diplomatic efforts to curb violence in Palestine demonstrated that international politics can influence protection mechanisms, albeit marginally. Sexual violence is not an archaic residue—it is a structural phenomenon rooted in patriarchal systems and the commodification of the female body. In hybrid wars, prolonged occupations, and asymmetric conflicts, the woman becomes a vehicle of power: to violate her is to occupy the symbolic space of the other and destroy intimate sovereignty. Addressing this reality requires a paradigm shift: humanitarian aid and legal protection alone are insufficient. A coordinated effort combining diplomacy, transnational justice, education, and cultural transformation is essential. Only by restoring women’s centrality as political subjects—and not merely as victims—can the perverse link between war and gender-based violence be broken. Every conflict that targets the female body undermines the foundations of humanity itself. Where war annihilates difference and the body becomes a violated frontier, the measure of civilization reveals itself: can we still call ourselves civilized if impunity prevails? A detailed review of the normative sources governing this matter shows that in 1994, the Inter-American Convention on the Prevention, Punishment and Eradication of Violence Against Women was established. Although not exhaustive, it represented the first binding supranational legal instrument specifically dedicated to this issue. Article 10 introduced a monitoring mechanism requiring States to submit periodic reports on women’s rights, assessed by a specialized intergovernmental agency—created in 1928—independent and beyond suspicion. In Africa, a continent torn by hybrid and often fratricidal wars (Sudan, South Sudan, Congo, Darfur, Liberia, etc.), the issue is even more pressing due to the fragility of local economies. The Protocol to the African Charter on Human and Peoples’ Rights on the Rights of Women in Africa (the Maputo Protocol), adopted in 2003 and entering into force in 2005, significantly expanded the definition of discrimination against women in Article 1, including not only physical, sexual, and psychological harm but also economic harm. This inclusion is crucial, as violence against women not only constitutes a grave human crime but also strikes at the cultural and economic fabric of a society—undermining the very paradigm of its social growth. To attack a woman is to annihilate what she represents: ethically, culturally, and economically. Despite this, such violence largely remains unpunished. The first truly binding international legal instrument to send a clear and forceful message against violence against women was the Istanbul Convention (2011), which entered into force in 2014—only three years after adoption—demonstrating both the urgency and the political will of Member States to end gender-based violence. On 26 July 2017, the UN Committee on the Elimination of Discrimination against Women (CEDAW) adopted General Recommendation No. 35, clarifying State obligations and broadening the definition of violence to include reproductive rights violations and online or digital forms of violence. Although the United States has not ratified the CEDAW Convention, it has consistently reaffirmed its commitment—at all international and domestic levels—to combating violence against women, describing it as a “global epidemic.” Through extensive awareness campaigns, the U.S. has promoted preventive action worldwide. What continues to be practiced across many countries—mass violence and extermination campaigns targeting women—must be recognized as international crimes. It would therefore be advisable to invest, as the United States does, in large-scale awareness programs beginning in schools and involving parents, in order to transform cultural mindsets. Victim services remain limited or underfunded, and sexist attitudes persist in all environments. In a civilized world, women must always be regarded as a noble resource for life. Moreover, legislation and assistance measures vary widely across countries, creating stark disparities in protection and enforcement. Sociocultural resistance remains at the root of many violations of women’s rights. In conclusion, it would be desirable to establish a single international agency under UN auspices, endowed with sanctioning powers against States that fail to implement or comply with the principles of the Istanbul Convention, including heavy economic penalties for non-compliance. The United States could and should play a leading role in this initiative, since the fight against violence toward women is a shared global priority.




