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I DAZI E LA DEGLOBALIZZAZIONE

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Nessuno sta spiegando il senso vero dei dazi: abbattere il concetto di globalizzazione

Si può essere ingenui, oppure si può essere economisti. Ma alla lunga anche l’ingenuo capisce che se metti muri, la gente smette di attraversare. E così i dazi, questi vecchi strumenti del Novecento riesumati stanno mettendo fine a quella che per vent’anni abbiamo chiamato globalizzazione. Come Trump aveva promesso, ma siamo abituati a politici che non applicano ciò che promettono. Trump invece applica, piaccia o no.

Globalizzazione: parola pomposa buona per le convention e per le riviste di management, dietro cui c’era una verità semplice: produrre dove costa meno (e con contratti ridicoli), vendere dove rende di più. La Cina produceva, l’America comprava, l’Europa faceva da passacarte. Tutto liscio, almeno fino a quando le fabbriche del Midwest sono andate in crisi, e il presidente di turno non ha scoperto che mettere un bel dazio del 25% sull’acciaio cinese facesse guadagnare punti nei sondaggi.

Prendiamo i microchip. Prima li si disegnava in California (su idea italiana…), si spedivano i progetti a Taiwan, si producevano lì, si confezionavano in Malesia, si testavano in Corea, poi tornavano negli Stati Uniti. La filiera globale in miniatura.

Poi sono arrivati i dazi. Risultato? Le aziende americane hanno cominciato a spostare la produzione: o in casa (pagando di più), o in paesi “amici”. Con il costo medio di produzione aumentato del 18%, e i tempi di approvvigionamento dilatati del 30%.

Addio globalizzazione, benvenuta “friendshoring”: la geopolitica entra nei capannoni.

E in Europa? Si alzano barriere su pannelli solari cinesi per “proteggere” una produzione domestica che non esiste. Si vogliono mettere dazi sul grano russo mentre le panetterie chiudono per colpa delle bollette. Il protezionismo senza l’industria è come mettere l’allarme in una casa vuota.

La retorica europea, tra Green Deal e divieti è un autodazio che come descritto nel terzo grafico è servito solo a far decrescere il continente.

La globalizzazione è finita non per scelta razionale, ma per logoramento. Non è stata una rivoluzione, ma una stanchezza. La pandemia ha mostrato che le catene lunghe si spezzano. La guerra in Ucraina ha reso chiaro che la dipendenza energetica è un’arma. I dazi sono stati solo il colpo di grazia.

Ci resta il ricordo di un mondo interconnesso, e la realtà di un mondo che torna a dividersi in blocchi, come in una vecchia partita a Risiko. I confini tornano visibili, anche sulle fatture doganali.

E intanto, mentre i politici si pavoneggiano nei G7, gli imprenditori fanno i conti con margini erosi, forniture in ritardo, e clienti che non possono più permettersi il Made in Italy.

Dopo 20 anni d’illusioni siamo tornati alla realtà, anche perché molti dei salari (a basso costo) in stati terzi, sono saltati. Anche quelle persone vogliono lavorare per vivere e non viceversa…

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  • Redazione

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