
di Achille Nobiloni
Calenda è secondo me persona intelligente, competente e dotata di visione ma è anche una figura politicamente controversa. Quello che politicamente lo danneggia, sempre secondo me, è la smania di voler ottenere tutto e subito: un atteggiamento che da un lato lo spinge a essere pragmatico, indicando quel che a suo parere andrebbe fatto, ma dall’altro lo porta a cercare scorciatoie, forse più tattiche che strategiche, a discapito della coerenza e quindi della credibilità.
Esemplare fu la sua condotta in occasione delle elezioni amministrative di Roma nelle quali ostinandosi a “correre da solo”, con motivazioni a parer mio inoppugnabili, partendo da zero riuscì a ottenere il 20% dei consensi!
Ben diversamente andarono le cose alle successive Politiche che lo videro alleato prima della Bonino, poi di Letta, poi di Renzi… con gli esiti che tutti conosciamo.
Ora… che un’alleanza si sfasci è cosa che può capitare ma che in poco tempo se ne sfascino tre, una dopo l’altro, per di più in modo burrascoso, è qualcosa che fa pensare, o almeno dovrebbe.
Nell’intervista sul Corriere della Sera di oggi Maria Teresa Meli torna a incalzare Calenda sul “campo largo” e lui risponde, e sembra giudicare gli altri, in modo se non proprio scomposto quantomeno scostante dicendo che: non è d’accordo su nulla (facendo quindi il gioco di chi lo accusa di essere saccente e arrogante); non gli interessa fare il “cespuglio populista” (per la gioia di chi gli da dello snob); quelli sul “campo largo” sono “dibattiti estivi e inutili” (aumentando le schiere di quelli che lo ritengono un radical chic).
Insomma non sembrano più i tempi in cui Calenda: presentava per Roma un programma di 500 pagine; diceva di voler correre da solo non perché non fosse d’accordo su neanche una cosa di quelle che dicevano gli altri ma perché sapeva quello che lui proponeva agli elettori ed è su quello che chiedeva loro la fiducia senza dover poi pagare pegno ad eventuali altre liste acchiappavoti; con questa strategia non solo elettorale ma anche politica otteneva il 20% dei consensi partendo da zero!
A sembrare estiva e non proprio di primaria utilità mi pare essere invece questa intervista, forse un po’ riempitiva per il Corriere della Sera e certamente supponente da parte di Calenda che francamente non capisco cosa proponga di concreto alle altre forze politiche ma soprattutto a elettori e cittadini se non una generica “area di buon governo al centro dello schieramento politico, aperta al dialogo, che non aizzi l’odio tra cittadini, ma che tenga ben saldi i propri valori Occidentali (chissà perché occidentali scritto maiuscolo? – n.d.r.), di responsabilità sulla finanza pubblica, di impegno a promettere solo ciò che si può realizzare”.
Insomma qualcosa di molto generico ed evanescente un po’ come: abolire la guerra, sconfiggere la fame nel mondo, salvaguardare l’ambiente, assicurare pace e prosperità a tutti gli abitanti della Terra; naturalmente con lui disponibile a discuterne. A patto che si faccia tutto come dice lui?
Probabilmente leggere questa intervista non mi avrebbe suggerito alcuna riflessione se non fosse che poco prima avevo finito di leggere un capitolo del libro di Fabio Martini: “Nathan e l’invenzione di Roma” di cui riporto qui sotto alcuni brevi brani non senza far presente che il 1907 fu l’anno in cui, a novembre, Ernesto Nathan fu eletto sindaco di Roma restando in carica 6 anni contro i cinque/sei mesi di durata media dei suoi predecessori.
“Il 30 giugno del 1907 è fissato nella capitale un turno elettorale per rinnovare 29 consiglieri su 80 una di quelle elezioni parziali che allora si usavano come verifica del consenso. Sembra un appuntamento simile a tanti altri che lo hanno preceduto. …
Sul fronte democratico si organizzava una coalizione più strutturata rispetto ad altre del passato. L’avevano chiamata “Unione liberale popolare” e dietro questa sigla, una delle tante di quegli anni, stavolta c’era un cartello più ricco e composito: oltre a liberali, repubblicani, radicali, anche i socialisti. Un “Blocco” in grado di contrapporsi alla tradizionale coalizione “bigia” – un po’ bianca e un po’ nera – che, con diverse sfumature, guidava Roma da quando era diventata italiana. …
Ma si trattava di una coalizione non soltanto partitica: ne facevano parte anche la Federazione associazioni costituzionali e, come sostegno esterno, le unioni dei maestri e degli impiegati, la Camera del lavoro e alcuni giornali come “Il Messaggero”, “l’Avanti”, “La Vita”. …
Il 30 giugno fioccano le sorprese. La prima sta nell’intensa partecipazione alla giornata elettorale. … Gli elettori che si presentano alle urne sono 27.447 con una partecipazione del 66,6%, un incremento poderoso rispetto al 43% del 1905. Ma ancora più eclatante è la sorpresa che sta scritta nei numeri dello scrutinio: il blocco riesce a eleggere 24 consiglieri su 29, lasciandone 4 ai moderati e uno ai cattolici. Un risultato spiazzante. La cattolica Unione romana che per decenni aveva condizionato il governo cittadino esce drasticamente ridimensionata: un consigliere su 29. L’esito così rivoluzionario del voto si spiega anche con il boom della partecipazione: quasi 10.000 gli elettori in più rispetto a due anni prima, un autentico sommovimento.”





