
Guerra in Ucraina: sul fronte diplomatico, qualcosa si muove, ma nell’insieme la situazione appare schizofrenica, continuamente rimbalzata in un mare di incertezze.
Il presidente Zelensky è a Istanbul, dove è stato invitato dal presidente turco Erdogan. È il primo incontro tra i due in Turchia dall’invasione russa.
Dopo essere partito da Praga, il presidente ucraino ha fatto ieri inaspettatamente scalo a Bratislava per incontrare presidente e premier.
Il Cremlino, tramite il portavoce Dmitry Peskov, ha fatto sapere che segue “molto attentamente” l’incontro tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogano e quello ucraino Volodymyr Zelensky e non esclude un incontro di persona con Erdogan del presidente russo Vladimir Putin.
Il viaggio di Zelensky arriva quattro giorni prima dell’avvio del vertice annuale della Nato a Vilnius l’11 e 12 luglio, durante il quale i leader dell’Alleanza atlantica sperano di convincere Ankara a revocare il veto all’adesione della Svezia.
All’ordine del giorno, in particolare, secondo il quotidiano filogovernativo Sabah, l’accordo sulle esportazioni di grano ucraino raggiunto nel luglio 2022 sotto l’egida delle Nazioni Unite e della Turchia, che la Russia non vede “alcun motivo” di prorogare quando scadrà il 17 luglio.
Mosca lamenta da diversi mesi gli ostacoli a un’altra intesa – bilaterale – firmata lo scorso luglio con l’Onu sulle esportazioni di fertilizzanti.
Mentre in Turchia va in scena la diplomazia, gli Usa di Biden aumentano la tensione e si preparano ad inviare bombe a grappolo a Kiev, una scelta che, secondo alcuni, può stravolgere gli equilibri tra Russia e Ucraina.
Il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, si è detto favorevole alla fornitura di bombe a grappolo a Kiev, armi bandite in oltre 100 Paesi che aderiscono alla convenzione Onu del 2008 che vieta l’uso, lo stoccaggio e il trasferimento di questi ordigni che restano inizialmente inesplosi trasformandosi in una minaccia a lungo termine, con un effetto potenziale simile a quello delle mine.
Una ‘cluster bomb’, o bomba a grappolo, infatti, è un’arma che si frammenta in volo e rilascia una serie di cariche esplosive, in gergo definite ‘bomblets’, che si diffondono un’area ampia. Possono essere lanciate da jet o con l’artiglieria da terra. Le ‘bomblets’ sono concepite per esplodere al contatto con il suolo e sono in grado di uccidere e ferire gravemente le persone nel raggio della deflagrazione. Secondo i dati diffusi dalla Croce rossa internazionale, però, circa il 40% delle cariche non esplodono immediatamente. Le bomblets, quindi, rischiano di trasformarsi in mine: rimangono a terra e diventano una minaccia per i civili anche per molti anni.
La scelta di Biden appare volta ad una escalation di morte e mette a nudo l’inconsistenza dell’Onu, sempre più evidentemente un carrozzone utile solo a fornire coperture a scelte altrui quando servono per vendere illusioni all’opinione pubblica.
Del resto la Nato, nella guerra degli anni Novanta del secolo scorso nei Balcani, agì senza alcuna copertura Onu, in barba alla gran cassa con la quale si utilizzano le esternazioni delle Nazioni Unite quando servono a fare propaganda.
L’arrivo di bombe a grappolo dagli Usa darà il destro alla Russia di fare altrettanto, con un aumento del massacro degli uomini al fronte e con la possibilità concreta che il territorio diventi per anni impraticabile anche dai civili.
Nel frattempo l’Unione europea ha raggiunto l’accordo politico sul piano per aumentare la produzione di munizioni a un milione di pezzi l’anno.
L’Act in support of ammunition production (Asap), proposto a maggio dalla Commissione Ue, prevede un fondo dal 500 milioni di euro dal bilancio comunitario per il co-finanziamento dei progetti industriali nazionali per le munizioni e apre la strada alla possibilità per i Paesi di usare parte dei fondi del Pnrr e di coesione per sostenere la produzione. Il piano contribuirà ad aumentare le consegne di armi da artiglieria all’Ucraina. La firma finale e l’entrata in vigore sono attese entro fine luglio.
Un no alle forniture di armi a Kiev è arrivato invece dalla Bulgaria, membro della Nato, motivo per il quale il presidente ucraino Volodymyr Zelensky “ha attaccato il suo omologo bulgaro” Rumen Radev davanti alle telecamere delle televisioni, in un colloquio che ha affrontato la questione delle forniture di armi a Kiev.
Così il sito “Politico” riferisce dell’incontro avvenuto giovedi tra i due capi di Stato a Sofia. Radev non ha nascosto neanche in questa conversazione la propria posizione, contraria ad un rifornimento di armi all’Ucraina.
“Politico” nota che “un agitato presidente bulgaro, visibilmente colto alla sprovvista dall’indignazione di Zelensky, ha chiesto alle telecamere di lasciare la stanza del palazzo presidenziale dove si stava filmando l’incontro”.
La motivazione data dal capo dello Stato è stata quella di “avere una proposta” per Zelensky, ma di non poterla dire a favore di camera. Non è stato solo “Politico”, sito vicino alle istituzioni di Bruxelles, a notare che il colloquio stava prendendo una piega poco usuale per un incontro fra capi di Stato. Sui social russi e ucraini la conversazione ha prodotto numerosi commenti, ovviamente di segno opposto.
La posizione di Radev, ribadita più volte dall’inizio della guerra in Ucraina, è contraria ad un rifornimento di armi a Kiev principalmente per due motivi: la scarsa capacità bellica della Bulgaria, che da anni vede le parti politiche dibattere su un necessario rafforzamento, e la convinzione che una soluzione politica difficilmente può essere individuata tra Mosca e Kiev con un aumento delle forniture di armi.
Lo stesso Parlamento bulgaro ha votato a favore di rifornimenti a Kiev dopo un lungo periodo di discussione interna. Le forze attualmente al governo, a cominciare da Continuiamo il cambiamento (Pp) di cui il premier Nikolaj Denkov fa parte, hanno votato in assemblea a favore di un sostegno militare all’Ucraina, contrariamente al Partito socialista bulgaro (Sps) del presidente Radev. L’incontro di ieri è stato riferito con toni più pacati dalla televisione di Stato bulgara “Bnt”, ma senza nascondere la reazione contrariata di Zelensky di fronte alle parole di Radev.
Secondo “Bnt”, il presidente bulgaro ha espresso il sostegno di Sofia all’Ucraina, ma ha nuovamente ribadito la propria posizione contraria alla fornitura di armamenti bulgari. “Voglio esprimere la nostra solidarietà al popolo ucraino e alle vittime di questa guerra crudele, che in questo momento infuria ancora. Fin dal primo giorno ho denunciato l’aggressione contro il vostro Paese. Nei primi mesi del conflitto la Bulgaria ha ospitato migliaia di cittadini ucraini e molti di loro continuano a essere sotto la protezione dello Stato bulgaro”, ha affermato Radev. Il capo dello Stato ha precisato di non accettare di fornire armi, perché in qualità di comandante supremo ha “la chiara responsabilità di garantire” che le capacità di difesa della Bulgaria non si indeboliscano. “L’ambiente è abbastanza allarmante anche nella nostra regione. Il rischio per la sicurezza e la pace in Europa è in aumento, compreso il rischio di contaminazione radioattiva”, ha osservato il capo dello Stato bulgaro. “Continuo a sostenere che non esiste una soluzione militare a questo conflitto”, ha concluso Radev.
Zelensky ha ringraziato la Bulgaria per aver dato rifugio a molti ucraini, ponendo al contempo una domanda diretta a Radev. “Se, Dio non voglia, dovesse accadere una tragedia e tu fossi al mio posto, e se non fossi aiutato con le armi da persone che hanno valori comuni con te, cosa faresti?”, ha domandato Zelensky. Il presidente ucraino ha poi reagito alla parola usata da Radev, ovvero “conflitto”, sottolineando che è in corso “una guerra”. Il presidente ucraino ha infine lanciato l’ultimo affondo. “L’Ucraina e la Nato dovrebbero avere valori condivisi, non può essere altrimenti. Non puoi sostenere la Russia e sostenere una posizione di equilibrio, perché la Russia vuole distruggere la nato, vuole distruggere l’Europa e l’Unione europea. Questi sono i loro obiettivi, capisci?”, ha detto Zelensky rivolgendosi al capo dello Stato bulgaro.
Problemi all’adesione dell’Ucraina alla Nato vengono, intanto, dalla Spagna. Il ministro della Difesa spagnolo, Margarita Robles, ha infatti escluso l’adesione dell’Ucraina alla Nato per tutta la durata del conflitto con la Russia, anche se ha ribadito il sostegno “incrollabile” dell’Alleanza Atlantica a Kiev.
Il caos regna.





