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GROENLANDIA: UN CONGO GHIACCIATO

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La Groenlandia (circa tre volte la Francia, oppure grande come il Texas, ma quasi sempre ghiacciata) nei secoli è stata di un po’ tutti, tranne che degli abitanti nativi (che oggi sono meno di 50000). Norvegesi e inglesi l’avevano inclusa nei loro regni. Quando Norvegia e Danimarca crearono una “unione reale” la Groenlandia ne divenne parte ma verso la fine del XV secolo un’improvvisa età glaciale (durata qualche decennio) fece sparire i pochi coraggiosi che vi si erano trasferiti. Così, re Enrico VII d’Inghilterra l’occupò con una sola nave e 1000 soldati. Dalla creazione del Regno Unito fu denominata British Greenland (1487). Nel XVII secolo la corona Norvegio-Danese organizzò una serie di spedizioni nel quadro della “conquista delle Americhe” (non ricordatelo a Trump!) che portò alla colonizzazione danese della Groenlandia (la Danimarca ha revocato la condizione di colonia solo nel 1953). Spinti dalla mano di Dio, i solerti danesi dimenticarono rapidamente le promesse fatte agli indigeni locali dal pastore luterano Hans Egede. Poco prima della sconfitta di Napoleone, le sue imprese sconvolsero gli equilibri nordici. Nel 1814 a Kiel fu firmato un trattato (che i norvegesi chiamano di “pace”) che coinvolgeva le relazioni bilaterali tra Regno Unito, Svezia, Norvegia e Danimarca. Per quel che ci riguarda, la perdente Norvegia fu privata di tutte le sue colonie e lasciò la Groenlandia alla corona di Danimarca. Negli anni Trenta del ‘900 la Norvegia provò a conquistare aree della Groenlandia che, secondo lei, erano “terra nullius”. Peccato che nel ’33 la Corte internazionale di giustizia decise a sfavore della Norvegia e a favore della corona danese. Per evitare che i solerti nordici (occupati da Hitler ma anche suoi collaborazionisti) lasciassero alla Germania nazista la Groenlandia, nel 1941 gli Stati Uniti la occuparono per ragioni di “sicurezza militare”. L’occupazione militare statunitense durò formalmente fino al 1945, ma ancora oggi tutti gli aeroporti e le principali strade della Groenlandia sono costruiti e mantenuti dagli Stati Uniti che, oltre a due basi militari ufficiali, hanno circa una ventina di installazioni tra radar, puntatori missilistici e ben altro. Nel 1946 gli Stati Uniti offrirono alla corona danese 100 milioni di dollari per “acquistare” la Groenlandia. L’offerta fu rifiutata con stizza perché la Groenlandia era parte integrale del regno di Danimarca e (udite, udite!) importante per la sua storia e “identità nazionale” (Che ipocrisia!).

Nel 1951 la Danimarca e gli Stati Uniti firmarono l’Accordo di Difesa della Groenlandia, che permetteva agli Stati Uniti di mantenere le loro basi militari in Groenlandia e di stabilire nuove basi o “aree di difesa” se ritenuto necessario dalla NATO. L’esercito americano poteva liberamente utilizzare e muoversi tra queste aree di difesa, ma non doveva violare la sovranità danese in Groenlandia. Gli Stati Uniti ampliarono notevolmente la base aerea di Thule tra il 1951 e il 1953 come parte di una strategia di difesa unificata della NATO. La popolazione locale di tre villaggi vicini è stata spostata a più di 100 km di distanza durante l’inverno. Gli Stati Uniti hanno cercato di costruire una rete sotterranea di siti segreti di lancio di missili nucleari nella calotta glaciale groenlandese, chiamata Progetto Iceworm. Secondo i documenti declassificati nel 1996, questo progetto è stato gestito da Camp Century dal 1960 al 1966 prima dell’abbandono in quanto impraticabile. I missili non furono mai messi in campo e non fu mai chiesto il necessario consenso al governo danese per farlo. Il governo danese non venne a conoscenza della missione del programma fino al 1997, quando la scoprì mentre cercava, nei documenti declassificati, le registrazioni relative allo schianto di un bombardiere B-52 dotato di armi nucleari vicino alla base aerea di Thule nel 1968.

La Danimarca, ex potenza coloniale, gestisce il diritto esclusivo commerciale per la Groenlandia che invece contesta in base alla propria acquisita autonomia. Considerata l’enormità delle ricchezze minerarie ed energetiche della Groenlandia, il paragone con il Congo belga sorge spontaneo.

L’ipocrisia danese e l’incapacità a governare e proteggere la Groenlandia, negli anni ‘70 spinsero le poche decine di migliaia di indigeni superstiti verso una dura resistenza finalizzata ad ottenere l’indipendenza. Come dimenticare i programmi eugenetici danesi rivolti al popolo Inuit negli anni Sessanta e Settanta? La Danimarca entrò nella CEE nel 1972 (portandosi il suo Congo ghiacciato in dote), ma nel 1985 un referendum fece uscire la Groenlandia dalla CEE (Groenlandexit). Nel 2008, un secondo referendum portò alla creazione di un auto-governo (di fatto indipendente dalla Danimarca). Nel 2012, il groenlandese è stata dichiarata l’unica lingua ufficiale della Groenlandia in una cerimonia storica.

Nel 2019, la Groenlandia ottenne l’autogoverno con disposizioni per l’assunzione della responsabilità dell’autogoverno dei suoi affari giudiziari, delle questioni di polizia e delle risorse naturali. Inoltre, i groenlandesi sono stati riconosciuti come un popolo separato dal diritto internazionale. La Danimarca mantiene il controllo degli affari esteri e della difesa del territorio e mantiene una sovvenzione globale annua di 3,2 miliardi di corone danesi. Il “contributo” danese ad oggi è meno di 500 milioni di euro, cioè meno di un terzo del budget della Groenlandia. Man mano che la Groenlandia comincerà a raccogliere le entrate delle sue risorse naturali, il suddetto “contributo” danese diminuirà gradualmente. Si tratta, evidentemente, di negoziare bene sulle enormi ricchezze del sottosuolo perché ciò sia davvero un passo verso la piena indipendenza del territorio dalla Danimarca. Nel 2019, l’amministrazione Trump aveva già provato ad offrire un concordato di unione agli abitanti della Groenlandia, che rifiutarono. Nel 2021, il governo autonomo della Groenlandia ha fatto approvare una legislazione che vieta nuove trivellazioni per estrarre gas e petrolio (si stima che il 20% delle riserve mondiali di gas siano proprio in Groenlandia). Nel 2025, l’amministrazione Trump ha nuovamente proposto alla Danimarca di “acquisire” la Groenlandia in base alla difesa dell’interesse nazionale statunitense e euroatlantico. La Danimarca ha rifiutato chiedendo il sostegno dell’UE per difendere l’isola dalle mire imperiali americane, ma soprattutto per garantirsi i diritti commerciali sulla Groenlandia. Diritti della Danimarca che secondo i trattati UE sono gestiti in modo esclusivo da Bruxelles.

Nonostante le mire imperiali degli Stati Uniti, la Danimarca sembra dimenticare, ancora una volta, che la Groenlandia ha un forte movimento indipendentista. Infatti, pochi giorni fa, il primo ministro Múte Egede ha chiesto la separazione dell’isola dalla Danimarca e ha dichiarato: “Non vogliamo essere danesi. Non vogliamo essere americani. Vogliamo essere groenlandesi”.

Ovviamente a Bruxelles hanno udito male e, invece, immaginano che i groenlandesi siano “naturalmente” possessori dei “valori europei”. Taluni si spingono fino a sognare la apertura di negoziati di accesso della Groenlandia all’UE, dopo la separazione (Groenlandexit) del 1985. Pie illusioni di burocrati europei non meno imperiali e rapaci degli Stati Uniti, ma certamente meno capaci di garantire la sicurezza e l’indipendenza della Groenlandia. Burocrati che dovranno spiegare ogni loro intervento in aiuto della Danimarca, che non è neppure membro della zona Euro e che in materia migratoria è ricordata per aver innalzato muri ai suoi confini, e una Groenlandia abitata da cittadini europei (solo formalmente, per via del passaporto danese) che non sono in nessun modo inclusi nell’Unione europea. Fino al 2024 la presenza dell’UE in Groenlandia era assicurata da una piccolissima delegazione “ospitata” nelle infrastrutture americane. Nel 2024 Ursula von der Leyen ha inaugurato il nuovo ufficio dell’UE in una località diversa (la capitale Nuuk) firmando dei protocolli di cooperazione (periodo finanziario 2021-2027) in materia di educazione (71 milioni di euro) e ambiente (21 milioni di euro) ma anche di garanzia dei rischi per le imprese europee per un totale di 300 milioni di euro.  

Insomma, un Congo ghiacciato che gli ex coloni europei non vorrebbero perdere mentre gli Stati Uniti vorrebbero acquisirlo. Resta il fatto che gli Stati Uniti sono già presenti militarmente in Groenlandia da vari decenni e ne garantiscono l’effettiva difesa territoriale mentre sempre più navi russe e cinesi vi si avvicinano nel quadro dello scongelamento delle acque artiche e delle possibili nuove rotte commerciali tra Asia, Europa e Stati Uniti. Invece, la capacità di difesa danese è irrisoria e quella dell’UE resta un progetto “artico” sulla carta.

Sul piano strategico (militare, risorse minerarie ed energetiche) la Groenlandia è diventata un polo di attrazione per le tre superpotenze, Stati Uniti, Russia e Cina. Per l’UE e i colonizzatori danesi, la Groenlandia è un gioiello di famiglia che non vogliono perdere. Un’eredità di valore. Proprio la situazione del Belgio degli anni ‘60 con il suo Congo (caldo) quando, però, gli attori erano Belgio, Stati Uniti e Russia. Viste le condizioni che hanno dovuto recentemente subire gli ex colonizzatori europei in Africa – estromissione! – l’approccio neocoloniale europeo è fortemente sconsigliato anche in Groenlandia. La Russia non ha interesse per il territorio ma certo è allertata se gli Stati Uniti, sebbene mascherati dalla NATO, dovessero rilanciare i piani di installazioni missilistiche e aeree. Dai think tank del Pentagono emerge che potrebbero essere trasferiti in Groenlandia un certo numero di asset strategici statunitensi (F35, e missili a testata nucleare). Questione inaccettabile per la Russia, ma che dovrebbe preoccupare anche gli europei che vedrebbero il famoso “ombrello strategico americano” spostarsi ben più al Nord. La Cina non è interessata al territorio o alle sue risorse minerarie di cui possiede il primato (soprattutto terre rare), ma resta in allerta se quelle risorse della Groenlandia dovessero diventare disponibili per gli Stati Uniti o l’UE. Infine, abbiamo i tecno-oligarchi della squadra Trump. Per costoro, da un lato la Groenlandia costituisce una possibile fonte di utili materie prime per i loro congegni elettronici e spaziali, ma dall’altro sarebbe un asset fenomenale per impiantarvi i server che sarebbero raffreddati gratuitamente ad aria. Un abbattimento dei costi e delle emissioni senza pari.

Ci auguriamo che il Congo congelato non subisca la stessa triste sorte del Congo caldo. Visto l’isolamento della Groenlandia, fortunatamente non ci sono tali condizioni. Tuttavia, scongiurando qualsiasi uso indiscriminato della forza militare in Groenlandia (che purtroppo in passato è stata usata da europei e americani), suggeriamo un approccio pragmatico a tutte le parti, considerando anche tutte le conseguenze ambientali e climatiche nell’area artica già sottoposta a importanti cambiamenti. Un tavolo negoziale tra l’autonomo governo della Groenlandia e gli Stati Uniti e l’UE. Lo scopo deve essere realistico per tutti. Le posizioni di principio, aggressive o difensive, sono sbagliate e dannose per tutti.

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