Home Opinioni GLI SCONTRI DI BOLOGNA, CI VUOLE CHIAREZZA NON LA SOLITA PROPAGANDA

GLI SCONTRI DI BOLOGNA, CI VUOLE CHIAREZZA NON LA SOLITA PROPAGANDA

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di Giuseppe Augieri

Ci sono cose che non si possono considerare normale dialettica. E non possono entrare, come oramai troppe vicende, nel fumoso dimenticatoio che trasforma in chiacchiere da bar vicende serissime. L’episodio degli scontro di Bologna è tra esse.
Le parole del sindaco di Bologna, «ci hanno mandato trecento camicie nere, noi invece vorremmo ancora chiedere i fondi per l’alluvione, le infrastrutture, le forze dell’ordine che servono, i fondi per la sanità, il diritto alla casa», non possono essere considerate una denuncia qualsiasi.
L’accusa è precisa. Mettiamo a lato la polemica sui fondi: può considerarsi dibattito politico, anche se ai livelli minimi. Ma la risposta fornita da Piantedosi sul nodo della vicenda è del tutto insoddisfacente. Affermare, come è stato fatto, che è «grave insinuare presunte regie da Roma» non nega la presenza di elementi di estrema destra – questa la denuncia fatta dalla CGIL e raccolta dal Sindaco – a “dirigere” le operazioni di pubblica sicurezza: prende solo le distanze dall’aver fatto parte, se l’accusa fosse vera, di una regìa.
A scorrere la stampa – quella non schierata – si legge che sbaglia il sindaco Lepore a dire che Casa Pound si è mossa con la regia di Roma. Ma non è vero nemmeno che l’esecutivo sia esente da colpe: il rischio di scontri era stato previsto dal Comitato ordine pubblico, che aveva fortemente consigliato di far spostare la manifestazione della destra. La polemica, fatta di smentite a loro volta smentite, su quest’ultimo aspetto fa cadere le braccia. Ma mettere sullo stesso piano le due cose è una semplificazione inaccettabile.
Appare chiaro che i livelli istituzionali sono andati in tilt: ed è davvero preoccupante. Se, poi, ad una vicenda brutta, ma brutta davvero, si aggiungono le esasperazioni – irresponsabili – di chi un po’ di benzina sul fuoco la getta, la vicenda diventa solo occasione di scontro. Che contiene non minore violenza di quella delle manifestazioni che si contestano.
La chiarezza è d’obbligo. Ed io la chiedo con tutta la forza possibile.
La prima domanda è: è vero che esponenti della destra dirigevano le operazioni di pubblica sicurezza? Il video reso noto mostra uno dei leader di Casapound a colloquio con alcuni agenti di polizia. Sembra voler stemperare gli animi e chiedere ai poliziotti in tenuta antisommossa di abbassare gli scudi. Bisogna accertare che questa sensazione “assolutoria” sia quella vera: se non lo fosse, lo scontro tra sindaco e “Roma” mancherebbe di un pezzo essenziale: l’accertamento delle responsabilità della figura del Prefetto e di quelle della dirigenza delle forze dell’ordine. Perché?
La seconda domanda riguarda il termine “camice nere”. CasaPoud è un’organizzazione con forti connotazioni neofasciste, e non vi sono dubbi. Le accuse di apologia del fascismo sembrano non aver trovato sbocchi, ma tutto in una situazione di nebulosità che la materia non consentirebbe. L’azione di Erri De Luca, datata 2009, e le varie interrogazioni nel Parlamento italiano non hanno avuto seguito. «Casapound va sciolta, andava sciolta anni fa» dice il giornale di Civati. Io, a pelle, sono d’accordo: perché non è stato fatto? La procedura “normale” della legge Scelba lo consentirebbe: perché si “aspetta” che sia il Governo, con una procedura “speciale”, a farlo? Intanto il termine fascista va alla grande: ma serve a nutrire uno scontro solo a parole. Cui prodest?
Infine, ma assolutamente non per ultimo. «Ci avete mandato….» dice il Sindaco Lepore. L’accusa è da scioglimento immediato del Parlamento, visto che in tal caso la maggioranza lavorerebbe con i fascisti. Ovvero – in contrapposto – da provvedimento istituzionale nei confronti del Sindaco.
Quando si dice che un Governo invia squadracce per “gestire” una manifestazione pubblica, quelle parole non possono considerarsi una “opinione politica”, quelle garantite dalla libertà di pensiero e di parola, ancor più perché fatte da una istituzione. Se false sono un attentato – misuro le parole e le confermo – alla stabilità delle istituzioni, la semina di violenza. Se vere, impongono interventi istituzionali eccezionali.
Perciò Piantedosi non se la può cavare con smentite. Va ascoltato in Parlamento. E sarò il primo, in mancanza di accertate smentite della posizione di “Roma”, a chiedere – con tutta la forza e le azioni necessarie – che il Governo vada a casa. Anche a costo di nuove elezioni.
Viceversa, vanno prese decisioni drastiche per chi la questione l’ha posta male, sbagliando parole e tempi. Va messo fuori delle istituzioni. Non si può restare nell’equivoco.

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  • Redazione

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