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GLI INVESTIMENTI NELLA CULTURA E NEL SAPERE

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L’assedio silenzioso: numeri, storia e intelligence nel soft power che sta rimodellando l’Occidente

L’Italia è sempre stata una potenza culturale. Non è retorica: fra il 1450 e il 1650 oltre il 55% delle opere artistiche europee più citate nasce nella penisola; l’italiano è lingua franca delle corti fino al Settecento; il Rinascimento genera un “PIL culturale” che gli storici dell’economia stimano pari ad almeno il 10% dell’economia urbana dell’epoca. Nessuna potenza straniera, pur occupando territori, è mai riuscita a scardinare questo nucleo identitario.

Poi arriva l’età del soft power moderno. Durante la Guerra Fredda gli Stati Uniti investono 2,3 miliardi di dollari (valore attuale) in programmi culturali europei solo fra il 1950 e il 1975. L’URSS risponde con oltre 60 istituti culturali attivi nel mondo e un budget annuale stimato in 1 miliardo. Era intelligence culturale, non beneficenza.

Oggi il quadro è ancora più netto. La Cina investe 10 miliardi l’anno in soft power (dati USC Center on Public Diplomacy); la Turchia finanzia serie TV esportate in 150 Paesi; le monarchie del Golfo muovono oltre 3 miliardi in fondazioni, media e sponsorizzazioni sportive. L’Italia? Spende appena 0,2% del bilancio statale in promozione culturale internazionale. Significa che per ogni euro investito da noi, altri Paesi ne mettono dieci.

Nel frattempo si indeboliscono gli anticorpi interni: negli ultimi vent’anni l’ora di storia a scuola è diminuita del 18%, i fondi per biblioteche civiche sono calati del 30%, e l’industria culturale italiana vale oggi 90 miliardi, ma cresce a una velocità inferiore a quella di Francia e Germania.

Il risultato è semplice: uno Stato che non presidia il proprio immaginario diventa permeabile. Non si parla di invasioni fisiche, ma di narrazioni che modificano il dibattito pubblico, influenzano valori, orientano priorità politiche. Quando la nostra identità arretra, quella altrui avanza.

L’Italia resta un gigante culturale addormentato. Risvegliarlo significa trattare la cultura non come un ricordo, ma come un’infrastruttura strategica. Se non lo facciamo noi, lo faranno altri.

Il conto, come sempre, arriverà e sarà salato. Investire in cultura porta il Paese nel futuro…

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  • Redazione

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