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GLI APPELLI E L’ARIA FRITTA

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L’aria fritta degli appelli: da Budapest a Venezia, settant’anni di parole senza peso

“La politica è l’arte di impedire alla gente di impicciarsi di ciò che la riguarda davvero.” — Paul Valéry

La memoria di un telegramma

Ci sono immagini che ritornano, come se la storia amasse prendersi gioco di noi, indossando sempre la stessa maschera con minime variazioni. Una di queste ci riporta al 1956, quando i carri armati sovietici entrarono a Budapest e la rivolta ungherese fu schiacciata nel sangue. A Torino, in via Biancamano, sede della casa editrice Einaudi, la notizia giunse come un lampo che attraversa le stanze cariche di libri, bozze, discussioni. Nessuno riusciva davvero a capacitarsi: come era possibile che un paese comunista invadesse un altro paese comunista, governato da comunisti e popolato da comunisti?

Da Roma, il Partito Comunista Italiano impose la sua linea di lettura: non si trattava di una rivoluzione del popolo, ma di una “controrivoluzione” orchestrata da fascisti e imperialisti. I sovietici, dicevano, erano intervenuti per aiutare gli ungheresi fedeli alla causa. Questa versione strideva con i dispacci e i racconti che giungevano dall’estero: case sventrate, studenti uccisi, famiglie disperse.

Nella sede della Einaudi si cercava di capire, tra telefoni che squillavano e redattori agitati. Una segretaria russa fu convocata per captare Radio Mosca, mentre qualcuno suggerì di trovare Cesare Cases, grande germanista, per tradurre i notiziari di Radio Vienna. Ma nel frattempo, Giulio Einaudi e i suoi collaboratori decisero che serviva un gesto simbolico: un appello all’Onu.

Fu Carlo Fruttero, giovane anglista della casa editrice, a ricevere l’incarico di tradurlo in inglese. Una condanna, una speranza, un richiamo ai valori democratici. Frasi solenni, ma vuote, come formule liturgiche pronunciate senza fede. Fruttero le scrisse con fatica, consapevole che non sarebbero servite a nulla. Nel suo racconto autobiografico avrebbe poi definito quell’impresa come la traduzione dell’“aria fritta”.

Si immaginava il destino del telegramma: un impiegato dell’Onu, stanco, la cravatta allentata, che prendeva in mano il foglio, lo registrava e lo archiviava in qualche schedario, o direttamente nel cestino. Una sequenza comica e amara allo stesso tempo.

La logica dell’aria fritta

Quell’episodio racconta molto più di una crisi internazionale. Ci parla della fragilità della parola quando diventa puro strumento politico, della sua incapacità di incidere se non nasce da un’esperienza autentica. L’appello della Einaudi serviva a tranquillizzare le coscienze interne, a dimostrare all’esterno che la cultura italiana sapeva prendere posizione. Ma, nella sostanza, non cambiava nulla.

È un meccanismo che si ripete: il linguaggio degli appelli è fatto di formule prefabbricate, ripetute e riconoscibili, in cui l’urgenza morale si riduce a protocollo. Le parole non trasformano la realtà, ma la simulano. E la storia, con la sua ironia, ce lo ricorda ogni volta che la stessa scena si ripresenta.

Dai telegrammi ai tweet

Oggi non servono più le macchine da scrivere, i traduttori in carne e ossa, i telegrammi consegnati a mano. Abbiamo Twitter, abbiamo i social, abbiamo intelligenze artificiali che in pochi secondi generano comunicati in ogni lingua. La forma è cambiata, ma la sostanza no.

Gli appelli digitali si susseguono con velocità impressionante. Per ogni tragedia c’è un hashtag, per ogni emergenza un comunicato, per ogni guerra una dichiarazione collettiva. Le parole sono sempre le stesse: “ferma condanna”, “solidarietà totale”, “ripudio della violenza”, “speranza di pace”. Una lingua senza volto, che appartiene a tutti e a nessuno.

Se nel 1956 Fruttero temeva che il suo telegramma finisse nel cestino, oggi possiamo immaginare i nostri appelli dissolversi nell’immenso archivio digitale, sepolti tra milioni di messaggi, dimenticati dopo poche ore.

Venezia 2025: il cinema e la tentazione del manifesto

La recente Mostra del Cinema di Venezia ha mostrato quanto questa logica sia viva. L’“appello per Gaza”, firmato e poi smentito da attori e registi, è diventato un caso mediatico più che politico. Si discuteva non tanto delle parole in sé, ma di chi avesse davvero firmato, di chi fosse stato convinto dal proprio agente, di chi si fosse pentito subito dopo. Un balletto di adesioni e dissociazioni che ha fatto apparire il gesto meno come atto di coscienza e più come atto di marketing.

Sul red carpet, il movimento Venice4Palestine ha cercato di creare un’immagine alternativa, con cartelli, simboli, dichiarazioni. Ma la scena è sembrata più una coreografia che un grido di dolore. Un gesto nobile nelle intenzioni, ma povero nella forma, simile a quei telegrammi che Fruttero avrebbe definito “scemenze solenni”.

Il cinema, che nel Novecento ha raccontato la guerra e le tragedie con la potenza di capolavori come Apocalypse Now o Schindler’s List, sembra oggi accontentarsi della retorica di comunicati collettivi. Il linguaggio che una volta apriva mondi si riduce al linguaggio che chiude, che semplifica, che annulla le differenze.

La fabbrica degli appelli

Gli appelli contemporanei sembrano uscire da una catena di montaggio. Cambiano i destinatari e i contesti, restano identiche le formule. Sono documenti seriali, prodotti in serie, dove il gesto di firmare è diventato più importante del contenuto. Firmare equivale a dimostrare di “esserci”, di non restare indietro, di appartenere a una comunità morale.

Eppure, a forza di moltiplicarsi, gli appelli hanno perso forza. Le parole più preziose — pace, diritti, libertà — rischiano di consumarsi come monete inflazionate, svalutate dalla ripetizione eccessiva. Più si pronunciano, meno pesano.

Il silenzio necessario

Forse la vera alternativa non è firmare di più, ma imparare a tacere. Non moltiplicare comunicati, ma ritrovare la lentezza della parola pensata. Non un appello ogni settimana, ma una parola che sappia nascere dalla profondità, dalla sofferenza, dall’esperienza diretta.

Gli artisti non hanno bisogno di appelli per essere politici. Pasolini non firmava manifesti: scriveva poesie, romanzi, film che restano ancora oggi atti di radicale impegno. La sua parola non era aria fritta, ma incarnazione. Lo stesso si potrebbe dire per tanti altri creatori che hanno saputo trasformare l’arte in gesto politico, senza rifugiarsi nella lingua dei comunicati.

Conclusione: dalla carta alla polvere digitale

Carlo Fruttero, con la sua ironia torinese, aveva già colto l’essenza del problema. Il destino dell’appello einaudiano del 1956 era scritto: essere dimenticato. Oggi i nostri appelli corrono più veloci, sono rilanciati in tempo reale, si diffondono ovunque. Ma finiscono nello stesso luogo: una discarica di parole senza eco. Non più carta stracciata, ma polvere digitale.

Eppure, in mezzo a questa polvere, resta sempre la possibilità di ritrovare una lingua diversa. Una lingua che non si limiti a condannare, ma che crei. Una lingua che non ripeta, ma inventi. Una lingua che sappia essere poetica, perché la poesia, a differenza dell’appello, non si esaurisce. Una poesia resta, un comunicato evapora.

Forse la lezione di Budapest e di Venezia è questa: che la parola deve tornare ad avere peso, anche a costo di essere scomoda, anche a costo di non essere immediata. Meglio una voce sola, autentica, che mille cori prefabbricati.

Poesia
di Italo Nostromo

Non basta dire “pace”
se il suono cade come eco stanca.
La pace non si annuncia in un appello,
si costruisce passo dopo passo,
con mani che resistono,
con occhi che non distolgono lo sguardo.

Gli appelli volano come carte leggere,
trascinate dal vento delle notizie,
e svaniscono in archivi invisibili.
Ma una parola viva,
nata dal cuore e dal dolore,
può restare incisa per sempre.

Meglio il silenzio che custodisce,
che il clamore che disperde.
Meglio una voce sola,
forte del proprio respiro,
che mille cori d’aria fritta.

Autore

  • Redazione

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