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GIORGIA MELONI È L’EREDE DEL RIFORMISMO CRAXIANO

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Sul giornale di ieri, Piero Imberti, che ha una lunga storia socialista nel Psi, vissuta da protagonista nel sindacato dei metalmeccanici della Uil (la Uilm), ha scritto, a proposito della linea politica di Giorgia Meloni, che è una “traiettoria che, pur con tanti limiti”, si pone “prospetticamente sulla scia di Bettino Craxi” .

La sinistra ha abbandonato il campo riformista per il campo largo, il quale riunisce tutti coloro che, da quando è stato abbandonato il campo riformista, a vario titolo e in varie modalità, hanno trovato casa nel castello incantato della finanza, sposando, così, il motivo principale del declino dell’Occidente.

Non è un caso che, come scrive Dario Fabbri sull’ultimo numero di Domino (4-2024) gli americani siano “negli abissi della depressione”, in quanto, dopo trent’anni di illusione di essere gli unici a detenere l’egemonia nel mondo, “hanno scoperto che il resto dell’umanità non sogna l’americanizzazione” e, anzi, “ne respinge costume e visione”.

“La popolazione statunitense – aggiunge Fabbri – si mostra tarlata dall’agenda antieconomica adottata dagli apparati. Sostituzione della manifattura con la finanza”.

Eccoci al punto focale della questione: la sinistra, come la popolazione statunitense, si mostra tarlata dalla sostituzione della manifattura con la finanza. In altri termini, la sinistra si mostra tarlata a causa del tradimento dell’economia reale e della sua base sociale di produttori, per aver trovato protezione sotto l’ombrello finanziario.

Il tradimento ha lasciato vuoto il campo riformista.

Un campo, in fisica, è la porzione di spazio tempo nel quale agisce una forza. Il campo elettromagnetico, ad esempio, è il campo che descrive l’interazione elettromagnetica. In elettrodinamica quantistica l’interazione è vista come lo scambio di particelle a massa nulla, i fotoni.

Se trasliamo il concetto, il campo riformista è quello entro il quale agisce la forza della sinistra riformista, ma se la sorgente della sinistra riformista si spegne, perché si è sottomessa alla finanza, nel campo può agire un’altra sorgente riformista che, nella fattispecie, è quella del riformismo pragmatico oggi incarnato dalla destra conservatrice.

Ed è in questa sorgente che è oggi collocabile Giorgia Meloni, la quale si può, a buon diritto, ascrivere all’orizzonte riformista e pragmatico che fu di Bettino Craxi e di Enrico Mattei.

Meloni e Mattei

Riprendere la strada percorsa da Enrico Mattei significa, oggi, occuparsi del reperimento delle materie prime e dell’energia, non in chiave neocoloniale, ma di rispetto dei Paesi che energia e materie prime posseggono. Riprendere la strada di Enrico Mattei significa puntare sull’economia reale, sulla manifattura, sul lavoro e, conseguentemente, su un arricchimento del welfare.

Puntare sul lavoro, sulla manifattura, sul welfare significa alimentare il mondo dei produttori e, conseguentemente, anche la libertà e la democrazia.

Puntare sul pragmatismo significa aiutare il Paese e l’Europa ad uscire dalle ideologie malate che fanno da corollario alla verticalizzazione, voluta dalla finanza e condivisa da una sinistra che ha tradito se stessa e la sua base originaria.

Per quanto riguarda Craxi, mi pare interessante la rilettura della storia che fa Giorgio Gori, sindaco Pd di Bergamo, su Il Foglio, in un articolo dal titolo: “E adesso diamo a Craxi quel che è di Craxi”, pubblicato il 13 gennaio 2020 e ripreso da Fondazione Per (https://perfondazione.eu/il-valore-del-riformismo-ecco-perche-craxi-aveva-ragione-e-berlinguer-aveva-torto/).

Gori scrive: “Quando Bettino Craxi vinse il congresso del Midas e divenne segretario del PSI avevo 16 anni, frequentavo il liceo e anziché studiare facevo politica nelle assemblee studentesche: mi piacque subito moltissimo. Lo vedevo come un innovatore coraggioso, capace di ritrovare il significato e il valore di una parola per quegli anni trasgressiva – riformismo – e di declinare intorno a quella un diverso modo d’essere di sinistra, tenendo insieme la libertà e l’aspirazione alla giustizia sociale, il mercato e l’attenzione per i più deboli. Fu grazie a lui che divenni – e tuttora sono, più di 40 anni dopo – un socialista liberale. Di quegli anni conservo ancora oggi i numeri di Critica Sociale e di Mondoperaio, qualche libro e alcune copie ingiallite dell’Avanti”.

Cosa ci faccia oggi un socialista liberale nel Pd è davvero un mistero. Comunque andiamo avanti.

“Nondimeno – continua Gori – quando arrivò la bufera, negli anni Novanta, e Bettino Craxi venne messo all’indice come il peggiore dei ladri, e la rivoluzione dei giudici spazzò via gli assetti politici che avevano accompagnato l’Italia per cinquant’anni, anch’io vacillai. Non seppi leggere ciò che stava accadendo, la torsione della democrazia che si nascondeva dietro lo scontro tra poteri. Mi rifugiai dietro l’interpretazione più comoda, quella che voleva la biografia di Bettino divisa in due, un primo Craxi virtuoso e un secondo Craxi indifendibile, ma nel giudizio l’ultimo appannava il primo. Per questo a vent’anni dalla sua scomparsa, come amministratore e politico del Partito Democratico – e sottolineo questa appartenenza perché ritengo che moltissimo la sinistra italiana e il Pd debbano al pensiero di Craxi – sento di dover cogliere l’occasione per restituirgli un po’ di quello che da lui ho ricevuto. Se ho le idee che ho, se cocciutamente credo nel riformismo come metodo e come obiettivo – la “correzione” del capitalismo a favore dell’eguaglianza, il mercato come irrinunciabile meccanismo di sviluppo e di crescita economica, ma anche di redistribuzione della ricchezza – lo devo a Bettino Craxi”.

Di notevole interesse, visto che oggi la segretaria del Pd ha messo gli occhi di Enrico Berlinguer sulla tessera del Pd, anche la riflessione che fece Gori nell’articolo sopracitato riguardante il segretario del Pci.

“Quando- scrive Gori -, nel ’78, Berlinguer afferma di ritenere “ancora valida e vivente” la lezione di Lenin, che ha elaborato “una vera teoria rivoluzionaria, andando cioè oltre l’ortodossia dell’evoluzionismo socialista”, e progetta una nuova versione del comunismo, ben distinta dalla socialdemocrazia, che porti alla fuoriuscita dall’economia di mercato, Craxi scrive che “leninismo e pluralismo sono termini antitetici” e che la “democrazia (…) presuppone l’esistenza di una pluralità di centri di potere in concorrenza tra loro”. Quando il PCI immagina di affrontare il problema dell’inflazione attraverso l’austerità e la riduzione dei consumi, Craxi auspica una maggiore produttività del nostro sistema industriale. E mentre la sinistra comunista è ferma alla sociologia delle classi sociali ereditata dal marxismo, Craxi prima degli altri riconosce, attraverso la lettura intelligente di Claudio Martelli, i cambiamenti in corso nella società italiana – la nascita di un nuovo ceto medio impegnato nei servizi, la trasformazione di tanti ex operai in artigiani e piccoli imprenditori – e la necessità quindi di aggiornare la missione del socialismo: dall’emancipazione di una classe all’emancipazione dell’intera società. E già allora – proprio perché la società è in rapido movimento – riconosce la necessità di una democrazia capace di decidere, e propone l’elezione diretta del Presidente della Repubblica come rafforzamento della sovranità popolare: viene prontamente accusato di coltivare velleità autoritarie. La verità però a me pare chiara: Berlinguer aveva torto e Craxi aveva ragione”.

Berlinguer e Craxi

https://perfondazione.eu/il-valore-del-riformismo-ecco-perche-craxi-aveva-ragione-e-berlinguer-aveva-torto/

Il fatto è che, mentre Gori afferma che aveva torto Berlinguer e ragione Craxi e arriva anche a dire che la necessità di una democrazia di decidere porta a proporre l’elezione diretta del Capo dello Stato, il Pd è tornato sulle affermazioni di Berlinguer che ipotizzava una nuova versione del comunismo, ben distinta dalla socialdemocrazia, che portasse alla fuoriuscita dall’economia di mercato, ma non per guardare a Lenin, ma a Soros.

Sostituito Lenin con Soros e il Capitale di Carlo Marx con il capitale finanziario speculativo come orizzonte dove sorge il sol dell’avvenire, la sinistra è diventata la destra e ha lasciato vuoto il campo riformista.

In questo scambio di ruoli, per cui la sinistra si vota alla finanza e la destra all’economia reale, si può ben dire, come fa il socialista Piero Imberti, che Giorgia Meloni è diventata l’erede del riformismo craxiano.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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