
Per il solo fatto di fermare l’uccisione quotidiana di decine di palestinesi, quello su Gaza è un accordo che va senz’altro accolto con favore. Ma se porterà a medio-breve termine a una pace duratura, rimane un’autentica incognita.
L’esercito di Hamas, che in origine contava 40 mila miliziani ben addestrati e armati fino ai denti, è certamente decimato. Ma non è chiaro quanti ne siano rimasti vivi, quanti di loro accetteranno il salvacondotto previsto dal piano Trump, né quante e quali siano le armi ancora in circolazione, e se e in che misura potrebbero incrementarsi. Hamas si è come spaccata. Il piano Trump, pur con molte riserve, è stato accettato da quelli che la polvere di Gaza non la respirano da anni, vivendo tra gli agi delle loro patrizie dimore incastonate in ettastellati alberghi da 10 mila Euro a notte.
Interpellato dall’emittente saudita Al-Arabiya sulla questione del disarmo, Hazem Qassem, il portavoce di Hamas, ha dichiarato che nei colloqui la questione non è stata affrontata direttamente e che “L’arma della resistenza è legittima per difendere il nostro popolo e garantire l’indipendenza della decisione palestinese”.
Se Hamas considera il 7 ottobre un atto di resistenza, la dichiarazione appare quanto meno sibillina, soprattutto considerando l’imminente liberazione dalle carceri israeliane di un paio di migliaia di tagliagole stragisti, in cambio di quei pochi derelitti ostaggi israeliani rimasti, moneta di scambio coniata il 7 ottobre, che Hamas si è impegnato a rilasciare.
Ciò che Hamas non potrà mai digerire è la propria fine politica, con la totale estromissione da qualsiasi progetto di gestione pubblica, ipotesi che striderebbe con il primo punto del piano: la Striscia di Gaza quale zona deradicalizzata e libera dal terrorismo.
Ed è proprio questo il fattore che alimenta il residuo sdegno di personaggi sempre più imbarazzanti come Francesca Albanese. Il piano Trump rappresenterebbe un colpo mortale al diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, secondo quella che di fatto è ormai la portavoce di Hamas in Italia, non a caso ufficialmente residente a Tunisi, storico rifugio di terroristi islamici. Ma che nella miglior tradizione antisionista si guarda bene dal riconoscere anche il diritto all’autodeterminazione del popolo ebraico.
Certamente, almeno in teoria, per preservare il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese occorrerebbe che il piano prevedesse libere elezioni. Però tutti ricordiamo ciò che accadde nel 2006, quando Hamas si impose su Fatah per soli due punti percentuali, lanciando non proposte per un’equa spartizione del potere, ma gli stessi dirigenti di Fatah dal tetto più alto di Gaza City. Chi sostiene che nel processo di autodeterminazione del popolo palestinese Hamas dovrebbe assumere un ruolo, è quanto meno confuso.
L’unica speranza per Hamas di non scomparire del tutto è nel riconoscimento dello Stato di Israele e nel definitivo accantonamento di quei piani che avrebbero ricevuto il plauso di Himmler. Ma questi sono soltanto sogni.





