
di Giuseppe Augieri
Gaza. Questa che si combatte non è guerra. Quando il corpo umano diventa esso stesso un’arma, quando lo scudo protettivo è un inerme civile, quando il bersaglio da colpire non è “l’altra parte” ma ogni cittadino del nemico, questa non è guerra. Questo è terrorismo.
Quando il motivo del contendere non è il territorio da conquistare, o l’economia da gestire, o l’affermazione di una cultura e di una storia, ma è l’annientamento fisico dell’altro (e Hamas e Natanyahu dicono esattamente questo) e questa bestemmia resta il motivo di fondo, immutato nel tempo, dei conflitti, questa non è guerra. Questo è invocazione al genocidio.
Quando tu non riesci a dimenticare i torti – e cioè i morti, le distruzioni, gli sconvolgimenti – che l’altra parte ti ha provocato, e rinneghi quelle che tu stesso hai fatto, e su questo costruisci una catena di scontri armati per “vendicarsi”, questa non è guerra. E’ una faida con tutta la brutalità della logica – se logica si può chiamare – di una ordalia medioevale.
Parlare di “guerra” da parte della comunità internazionale, come se i contendenti avessero deciso da soli di scontrarsi, significa solo salvarsi l’anima; non riconoscere che nel tempo sono maturate condizioni di scontro all’ultimo sangue che si sarebbero potuto – anzi dovuto – impedire che accadessero. Questi scontri nascono da una decisione non dei due popoli interessati, ma da decisioni prese per loro da tutto il resto del mondo: quando si è visto che non avrebbero portato alla pace, chi ha preso quelle decisioni aveva il dovere di intervenire.
I famosi due stati ci sarebbero dal 1948 se gli arabi avessero accettato la risoluzione ONU 181 che li individuava. Gli ebrei la accettarono, gli arabi no: ed iniziarono immediatamente una guerra per annientare sul nascere lo stato di Israele. Quella guerra continua di fatto da 76 anni ed il fine dei nemici di Israele è sempre lo stesso: lo Stato degli ebrei va distrutto. Cosa ha fatto il mondo, quello della risoluzione ONU? Quando, vincendo tutte le guerre che hanno affrontato, gli Israeliani si sono sentiti in diritto di uscire dai loro “confini” e di occupare terre che avrebbero dovuto essere palestinesi, considerando la Palestina ancor meno di una “espressione geografica” ma solo terreno fertile da utilizzare, ed il suo popolo un incidente da “spostare più in là”, quel mondo cosa ha fatto? Anzi, diciamolo chiaro: quanto della guerra fredda si è combattuta utilizzando quegli scontri?
Oggi tutti a ripetere “a pappagallo”: «due popoli, due Stati». Bellissimo. Ma uno Stato Palestinese sarebbe disposto a riconoscere, senza dubbi, il diritto di Israele ad esistere e vivere in pace? Rinuncerebbe ad ogni azione militare contro lo Stato Ebraico? Sarebbe disposto a vivere accanto – e non al posto – di Israele? E, senza questo, Israele può accettare il riconoscimento di uno Stato Palestinese che – di fatto – sarebbe la base di partenza per azioni terroristiche contro lo stato ebraico? E, d’altra parte, sarebbe disponibile a riconoscere di aver ecceduto nell’occupazione dei territori e riparare?
Uno stato palestinese può sorgere a Gaza ed in Cisgiordania solo alla ineludibile condizione del riconoscimento incondizionato del diritto di Israele ad esistere (e dalla altrettanto incondizionata rinuncia ad ogni tipo di azione militare nei suoi confronti) e dal ritiro di Israele da almeno una parte dei territori occupati. Oggi queste condizioni non esistono: la formula “due popoli due stati” è una colossale ipocrita balla. Questa condizione va creata, poi imposta, poi gestita e verificata direttamente. Non dai due contendenti. Non lo si sta facendo.
Una soluzione alla fine si troverà. Spero presto. Ma sarà un’altra pezza a colori che sposta il problema più avanti nel tempo: le stesse condizioni che hanno portato allo scontro attuale persisteranno immutate. Nel mondo le manifestazioni, i cortei, le indignazioni, saranno nuova occasione di odio: ma solo tra noi. A Gaza intanto si muore. E si prospetta un futuro di altra morte.
Gaza è oggi la più chiara rappresentazione della debacle della diplomazia, sempre più scadente quando non del tutto assente; e l’affermazione del più grande cinismo in politica internazionale.
Gaza. Non chiamatela guerra. Gli ultimi 25.000 morti sono come la scritta “INRI” sulla croce: l’oltraggio finale alle coscienze.





