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FUMATA BIANCA PER LA NUOVA COMMISSIONE EUROPEA

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di Vito Schepisi

Se in Italia la politica è diventata uno sport muscolare, in cui più che le idee, le soluzioni e la sostanza, valgono i pregiudizi, le ideologie, gli schemi e le parole d’ordine, in Europa è tutto ancora più complesso.
Le resistenze e gli attriti interni dei paesi comunitari si riversano in un contesto più largo, generando maggior confusione.
Il dopo elezioni europee (6-9 giugno 2024) ha aperto il campo ad una serie di incomprensibili frizioni interne negli establishments delle famiglie politiche degli stati europei.
L’apparenza è che al centro delle attenzioni non siano le questioni di crescita economica, di pace, di lavoro e di condizioni di vita dei cittadini europei.
Unica questione che è sembrata prevalere è stata quella del clima, ma con soluzioni che, invece di sopire le preoccupazioni del sistema produttivo e dei mercati, ne hanno create altre.
L’attenzione s’è maggiormente focalizzata sugli interessi di bottega delle famiglie politiche europee.
L’Europa, però, non è una comunità in cui si sviluppano comuni ed omogenei progetti politici: la comunità europea è formata da un insieme di stati a cui deve essere assicurata la compartecipazione ai progetti attraverso la condivisone e la collaborazione d’ogni singolo paese, senza non comprendere le singolarità, le particolarità e le diversità.
Per ragioni di cose, i temi di pertinenza europea dovrebbero sempre essere per direttive su grandi linee e su grandi questioni, lasciando ampi spazi di gestione e di modalità per renderle conformi alle esigenze ed alla natura degli stati partecipanti.
La coesione che è una bella parola, ma che, senza un quadro di reciproca opportunità, resta solo tale, ha bisogno di compatibilità e di fattibilità: sono, infatti, diversi i territori, il clima, la cultura, le economie, gli usi e le tradizioni.
Nessun domma, pertanto, e neanche principi assoluti, discriminazioni ideali, appartenenza a famiglie politiche, né orientamenti strategici a favore di botteghe politiche.
Ed anche nessuna furbizia d’usare i territori degli altri per proprie soluzioni di comodo, perché una Comunità è tale quando vi siano gli stessi diritti e gli stessi obblighi.
Quante volte s’è detto e s’è sentito dire che questa Europa non piace?
Se è vero, e se le lamentele, per diffusione e condivisione, hanno superato persino le barriere degli orientamenti politici, vorrà pur dire che l’Europa, fino ad ora, non ha saputo adottare in modo soddisfacente i rimedi per dar esito alle criticità.
L’Europa andava cambiata nel metodo e persino nei criteri di partecipazione.
Ogni paese ha le sue criticità che sono del Paese, non della famiglia politica che lo governa.
Pensare ad una Commissione che somigliasse ad un governo con una definita maggioranza politica che alle elezioni è prevalsa sull’altra, sarebbe un errore.
Anche forzare questo concetto, oltre che opportunistico e strumentale, avrebbe qualcosa di insensato: è tra le ragioni dello scarso attaccamento all’ideale comunitario, perché incapace di risolvere criticità senza crearne.
Non si possono, pertanto, non apprezzare gli impegni della Presidente Von Der Leyen nel sostenere: “Dobbiamo mantenere e manterremo la rotta sul Green Deal Ue. Ma se vogliamo avere successo in questa transizione, dobbiamo essere più agili e accompagnare meglio le persone e le aziende lungo il percorso. E dobbiamo giocare sui nostri punti di forza, ossia le nostre industrie e piccole e medie imprese, i nostri innovatori e lavoratori”.
Con questo spirito la nostra Europa si sottrae allo schiaffo delle minoranze ideologiche che in nome di “certezze” (senza imprimatur scientifico) vogliono imporre a tutti gli europei l’estremismo del loro spazio politico ed uno stile di vita che soprattutto le economie, le imprese e la popolazione più debole non si potranno mai permettere.
L’appuntamento per il futuro dell’Europa, pertanto, non potrà che essere quello di:
– “Lavorare – come ha puntualizzato Von Der Leyen – con tutte le forze democratiche per l’Europa”; – Comprendere che è “il momento di unirci” perché “superare le divisioni e forgiare compromessi è il segno distintivo di ogni democrazia viva”.

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