
Ci sono anni dei quali, giunti alla fine, si fa il solito consuntivo tra luci e ombre e anni che segnano la storia, in quanto inducono al consuntivo di periodi entro i quali si sono sviluppati la nascita, il dominio e la caduta di regimi.
E’ il caso del 1943 e, ottanta anni dopo, di questo 2023.
Nel 1943 gli italiani dovettero tirare le somme del Ventennio, inteso come il periodo nel quale aveva dominato il Partito Nazionale Fascista.
Nel 2023 gli italiani si trovano a tirare le somme della fine del Trentennio, inteso come il periodo disgraziato nel quale ha dominato in Italia l’Ulivo.
Veniamo ai fatti.
Nel pomeriggio del 24 luglio 1943, il Gran Consiglio del fascismo si riunisce per la prima volta dopo quattro anni.
Il tracollo militare impone decisioni urgenti che porteranno alla caduta del Duce.
Durante la seduta, cominciata con un lungo intervento di Mussolini sulla disastrosa situazione militare italiana, Dino Grandi presenta un ordine del giorno che accusa il regime fascista di aver compromesso i vitali interessi della nazione portandola sull’orlo della sconfitta.
L’ordine del giorno chiede che siano attribuite al sovrano, al Gran Consiglio e al Parlamento, tutte le funzioni e le prerogative previste dallo Statuto Albertino, che la dittatura aveva concentrato nelle proprie mani. Il documento, votato dalla maggioranza dei gerarchi presenti, inchioda Mussolini alle sue responsabilità. Nel pomeriggio del 25 luglio, il duce viene ricevuto da Vittorio Emanuele III a Villa Savoia e gli rassegna le dimissioni da capo del governo. Il Re le accetta e, al termine del colloquio, lo fa arrestare. Alle ore 22:45 la radio annuncia la caduta di Mussolini e dà notizia del conferimento dell’incarico di formare un nuovo governo al generale Pietro Badoglio. Il fascismo è finito.
L’8 settembre 1943 il maresciallo Pietro Badoglio, capo del Governo, proclama l’armistizio di Cassibile, firmato il 3 settembre con le Forze alleate. La guerra è perduta.
Per arrivare alla fine degli eventi bellici si dovrà aspettare il 25 aprile, giorno poi dedicato alla “Liberazione” da un’Italia che inganna se stessa, fingendo di aver vinto la guerra, grazie alle sfilate dei partigiani al fianco delle truppe anglo americane, mentre l’ha persa, come dimostrano i trattati di pace successivi e la perdita di parte del territorio e dell’autonomia.
Riprendo da un articolo di Paolo Raffone alcune sue considerazioni:
“Sono passati 80 anni dall’armistizio di Cassibile, eppure l’Italia democratica vive ancora da paese sconfitto la cui sovranità nominale non riesce a dimostrarsi sostanziale. Riferirsi all’interesse nazionale di un paese che non è soggetto ma oggetto geopolitico è tempo perso. Viene prima il chi siamo, e poi che cosa vogliamo.
Nella XVII legislatura – governi Letta, Renzi e Gentiloni (2013-2018) – fu depositato il disegno di legge n° 1872 che al suo art. 3 “Pubblicazione dei trattati internazionali vigenti” chiedeva la desecretazione e pubblicazione dei seguenti documenti:
a) la Convenzione d’Armistizio, fatta a Cassibile il 3 settembre 1943;
b) il Trattato di pace fra l’Italia e le potenze alleate, fatto a Parigi il 10 febbraio del 1947;
c) le clausole segrete del Trattato del Nord Atlantico (NATO), fatto a Washington il 4 aprile 1949;
d) l’Accordo bilaterale italo-statunitense sulle infrastrutture (BIA), in attuazione del Trattato del Nord Atlantico, del 20 ottobre 1954;
e) l’Accordo tra la Repubblica italiana e il Comando supremo alleato in Europa degli Stati membri del Trattato del Nord Atlantico (NATO), fatto a Parigi il 26 luglio 1961;
f) l’Accordo bilaterale tra la Repubblica Italiana e gli Stati Uniti d’America del 16 settembre 1972;
g) il Memorandum d’intesa tra la Repubblica italiana e gli Stati Uniti d’America, fatto a Roma il 2 febbraio 1995;
h) l’Accordo tra la Repubblica italiana e gli Stati Uniti d’America cosiddetto «Stone Ax» (Ascia di Pietra).
https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/estero/politica-internazionale/15380-resti-di-guerra-fredda-e-nuovi-fallimenti-dellunione-europea-5.html?highlight=WyJyYWZmb25lIl0=
Per capire chi siamo e come siamo messi nel quadro internazionale dovremmo conoscere tutti questi atti, alcuni dei quali richiamo in calce all’articolo.
Il Ventennio, riguardo al quale non mancano valanghe di documenti e di analisi storiche, ci ha consegnato un’Italia distrutta, sconfitta e prona.
Il Gran Consiglio del Fascismo, quel 25 luglio del 1943, prese atto del disastro, anche se la soluzione che uscì da quella riunione fu quella di mettere l’Italia in una condizione di guerra civile durata due anni.
Nel 2023, non un Gran Consiglio, ma un “Gran Bisbiglio” di Capodanno, pone fine al “trentennio” del regime ulivista, durante il quale l’Italia è stata scientemente svenduta e consegnata all’asse franco tedesco, ossia ai due partner dominanti in Europa dopo la caduta del muro di Berlino e la fine dell’Unione Sovietica.
Il “Gran Bisbiglio” è quello pubblicato ieri da La Verità, dove Antonio Ingroia, ex pm dell’inchiesta sulle trattative tra Stato e mafia e novello Dino Grandi, mette a nudo alcune verità scottanti.
Intervistato da Giacomo Amadori, l’ex pm, ora avvocato, alla domanda: “Lo scorso 22 settembre è morto Napolitano. Dopo dieci anni può dirci che cosa abbia scatenato il conflitto di attribuzioni con il Quirinale?”, risponde: “L’indagine «Trattativa». Nel senso che sono convinto che a preoccupare Napolitano non fosse solo il contenuto delle telefonate intercettate in sé, imbarazzanti per il presidente, ma penalmente irrilevanti, bensì la minaccia costituita da quell’indagine che stava pericolosamente avvicinandosi a certi «segreti di Stato» che andavano a tutti i costi difesi. Con quel conflitto di attribuzione la Procura venne fermata sulla soglia delle «verità indicibili» di cui parlava il povero Loris D’Ambrosio (collaboratore di Napolitano,ndr) che venne schiacciato tra segreto di Stato e verità indicibili. Era questo che Napolitano voleva: fermare la Procura di Palermo. E c’è riuscito. Quella è rimasta un’indagine incompiuta per volontà politica”.

Respiriamo.
Il giudice Loris D’Ambrosio, consigliere giuridico del Quirinale durante la presidenza di Giorgio Napolitano, fu stroncato a luglio del 2012 da un infarto.
D’Ambrosio fu oggetto di attacchi e critiche violentissime dopo la pubblicazione del contenuto delle sue telefonate con l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, finite nel fascicolo della Procura di Palermo che indagava sulla presunta “trattativa” Stato-mafia. «Una campagna violenta e irresponsabile di insinuazione e di escogitazioni ingiuriose di cui era stato pubblicamente esposto, senza alcun rispetto per la sua storia e la sua sensibilità», scrisse Napolitano dopo aver annunciato «con profondo dolore e animo sconvolto» la morte del suo «prezioso» collaboratore, «impegnato in prima linea anche al fianco di Giovanni Falcone».
Alla pubblicazione delle telefonate di D’Ambrosio erano poi seguite indiscrezioni su quelle intercettate tra Napolitano e Mancino, e che portarono l’allora Capo dello Stato a sollevare il conflitto di attribuzioni davanti alla Corte costituzionale nei confronti della Procura di Palermo.
Torniamo all’intervista.

Domanda: “Ha capito quali sono quali fossero queste «verità indicibili»?”.
Risposta: “Se le sono portate nella tomba D’Ambrosio prima e Napolitano poi…”.
Domanda: “E a proposito delle intercettazioni «imbarazzanti» a cui ha fatto cenno, oggi può confidarci il loro contenuto?”.
Risposta: “Impossibile purtroppo. Ma c’erano più considerazioni di tipo politico-istituzionale che argomenti giudiziari”.
Domanda: “Il presidente insultava qualcuno?”.
Risposta: “Ho detto telefonate dal contenuto imbarazzante e non posso aggiungere altro…”.
Domanda: “A noi risulta che si trattasse di commenti irripetibili su protagonisti della politica del tempo. Quando c’era stato il braccio di ferro tra la cancelliera Angela Merkel e Silvio Berlusconi, il quale, nel novembre del 2011, fu costretto a lasciare Palazzo Chigi…”.
Risposta: “Vedo che ha intuito…proprio ai primi di novembre del 2011 noi iniziammo a intercettare Mancino”.
A questo punto Giacomo Amadori, che il mestiere lo sa fare molto bene, fa l’affondo, dicendo che “ci stiamo avvicinando alla soluzione del più grande mistero politico di questo inizio di millennio. Provo ad affidarmi al mio intuito: Napolitano ha rivelato, a ridosso del Natale del 2011, in quelle telefonate con Mancino di aver riferito a leader politici europei cose che potevano danneggiare il presidente del Consiglio alla vigilia della sua caduta?”.
Risposta: “Non so come lei sia arrivato a fare questa domanda, ma non posso smentire le sue deduzioni. Non è che ne ha discusso con Mancino? Adesso però le chiedo di cambiare argomento”.
L’intervista prosegue su altre questioni, ma per la parte che abbiamo trascritto possiamo dire che è una slavina che si abbatte su una stagione politica, cosicché il “Gran Bisbiglio” è come il “Gran Consiglio”: fine del “Trentennio” ulivista.
Antonio Ingroia non è l’ultimo arrivato e nemmeno uno che parla per sentito dire.
Antonio Ingroia, uomo indubbiamente di sinistra, quindi non accusabile di lanciare frecce su Napolitano per favorire giochi di destra, dopo la laurea (110 e lode) nel 1986 ha vinto il premio speciale dell’Istituto Gramsci siciliano per la migliore tesi di laurea sulla mafia. Nel 1987 ha vinto il concorso in magistratura incominciando così il suo tirocinio professionale nel tribunale di Palermo con Giovanni Falcone. Nel 1989 è stato nominato sostituto procuratore a Marsala, dove ha cominciato a lavorare a stretto contatto con Paolo Borsellino.
Nel 1992 è stato nominato sostituto procuratore a Palermo, tornando così nella sua città di origine, sempre con Paolo Borsellino, nel frattempo nominato procuratore aggiunto a Palermo. Nell’aprile 1992 è stato nominato componente della procura distrettuale antimafia (DDA) di Palermo.
Fino al 2012 è stato magistrato della procura di Palermo dove si è occupato dell’inchiesta Stato-mafia.
Successivamente si è impegnato in politica con formazioni della sinistra.
La domanda che possiamo ora porci è per quale motivo, all’improvviso, in un’intervista alla Verità, uno dei pochi giornali che si occupa di giornalismo d’inchiesta, l’ex procuratore di Palermo abbia detto di non poter smentire, quindi di asseverare, l’intuizione di Amadori che Napolitano ha rivelato, a ridosso del Natale del 2011, nelle telefonate con Mancino, di aver riferito a leader politici europei cose che potevano danneggiare il presidente del Consiglio alla vigilia della sua caduta.
Ora qui non si tratta di andare ad indagare su “verità indicibili” finite nella tomba, ma di prendere atto che Ingroia ci sta dicendo che Napolitano ha tradito il presidente del Consiglio italiano, ossia l’Italia, riferendo a leader politici stranieri cose che potevano danneggiare Berlusconi, ma, anche il Paese, dal momento che Berlusconi era il presidente democraticamente eletto.
Renato Brunetta, il 21 maggio 2014, scrisse un libro dal titolo “Berlusconi deve cadere. Cronaca di un complotto”, (uscito con Il Giornale). Libro nel quale l’allora capogruppo di Forza Italia alla Camera ripercorse le tappe salienti che dal 2009 portarono il Cavaliere a una popolarità straordinaria (80% dei consensi) fino al 12 novembre 2011 quando fu costretto a dimettersi.
Nella prefazione al libro di Brunetta, Silvio Berlusconi scrive: “Racconta il ministro del Tesoro di Barack Obama, Timothy Geithner, che nell’autunno del 2011 ricevette un forte invito da alte personalità europee perché convincesse il presidente degli Stati Uniti ad aderire a «un complotto». Lo chiama proprio così, nelle sue memorie uscite nel maggio 2014 e intitolate Stress test. Complotto. A quella proposta scrive di aver risposto: «We can’t have his blood on our hands». Noi non vogliamo sporcarci le mani con il suo sangue. Il sangue è il mio. Obama disse comunque di no, di qualunque cosa si trattasse, come conferma anche un’inchiesta del Financial Times, uscita anch’essa a maggio2014, che gli fa pronunciare le parole: «I think Silvio is right», penso che Silvio abbia ragione. Grazie. Lo penso ancora. Avevo ed ho ragione. Non è con l’austerità, non è schiacciando il tallone sul collo della gente che si esce dalla crisi. Soprattutto, il bene della democrazia non è negoziabile, a nessun costo. Quella volta Obama per due volte disse di no. E il complotto non riuscì. Ma il golpe fu soltanto rimandato. Dovevo essere punito, e con me il popolo italiano che mi aveva scelto. Era successo che in quell’estate-autunno del 2011, mi ero opposto in ogni modo alla politica di austerità che Angela Merkel e Nicolas Sarkozy volevano imporre all’Italia, al punto di volerla far commissariare dal Fondo monetario internazionale. Non intendevo – anche se lasciato solo dal capo dello Stato – rinunciare alla nostra sovranità, per rispetto alla nostra gente e per ragioni di dignità nazionale. Fui costretto però, pochi giorni dopo il G20 di Cannes, dove ai primi di novembre ero stato sottoposto a pressioni tremende, a dimettermi. Lo feci perché preferii ritirarmi piuttosto che danneggiare irreparabilmente l’Italia, che era tenuta sotto tiro con la pistola dello spread. Un’arma costruita a freddo per consentire a potenze esterne e interne, extra democratiche, di prendere il timone della nave”.
“I primi mesi del 2014 – prosegue Berlusconi – hanno visto la fioritura di una serie di testimonianze convergenti. Sin dal giugno del 2011, quando ancora lo spread era ai minimi, Mario Monti era già stato oggetto di un profetico sondaggio da parte del capo dello Stato, Giorgio Napolitano, così che si tenesse pronto al gran salto a Palazzo Chigi. Lo ha confessato lo stesso Monti ad Alan Friedman, e lo hanno confermato al medesimo giornalista americano Carlo De Benedetti e Romano Prodi. Addirittura Corrado Passera – si viene a sapere – aveva confezionato un programma economico ad uso di Mario Monti sin da quell’estate. Già nel novembre del 2013, l’ex premier spagnolo Luis Zapatero, nel suo libro Il Dilemma, aveva raccontato che Monti era stato di fatto nominato premier durante il G20 di Cannes da Merkel, Sarkozy, dai burocrati di Bruxelles e del Fondo monetario internazionale. La stessa cosa venne confermata poi da Lorenzo Bini Smaghi, allora alla Bce, nel suo libro Morire d’austerità. Brunetta racconta i fatti del 2011 con dovizia di particolari inediti, ma va oltre. E documenta come il colpo di Stato, non pienamente portato a compimento con Monti, abbia poi trovato il suo coronamento con la mia estromissione dal Senato e con la mia incandidabilità per sei anni”.
Veniamo, dopo questa ampia illustrazione di fatti e dichiarazioni, alla questione centrale, ossia all’idea che il “Gran Bisbiglio” assomigli tanto al “Gran Consiglio”.
Giorgio Napolitano è stato l’11° presidente della repubblica dal 15 maggio 2006 al 14 gennaio 2015, il primo eletto per due mandati consecutivi e il primo esponente politico proveniente dal Partito comunista italiano a divenire presidente della Repubblica, nonché il primo proveniente da un gruppo parlamentare (in questo caso, L’Ulivo) dopo la caduta della cosiddetta Prima Repubblica.
Siamo giunti nel cuore del regime del “Trentennio” ulivista.
Cade il Muro di Berlino e nel 1991 crolla anche l’Unione Sovietica. Nel 1992 Mario Draghi, con un folto numero di banchieri, politici e imprenditori sale sul Britannia. Quando gli ospiti del Britannia scendono a terra hanno nelle mani una consegna: svendere l’Italia alla finanza internazionale.
L’esecuzione spetta ai boiardi di Stato e ai vari governi.
Come Capo dello Stato Napolitano ha conferito l’incarico a cinque presidenti del Consiglio dei ministri: Romano Prodi (2006-2008), Silvio Berlusconi (2008-2011), Mario Monti (2011-2013), Enrico Letta (2013-2014) e Matteo Renzi (2014-2016).
Un Presidente proveniente dall’Ulivo, ha conferito un incarico a Romano Prodi, colui che ha fondato con Massimo D’Alema l’Ulivo e, visto che Berlusconi ha vinto le elezioni, ha fatto in modo di farlo uscire di scena per dare l’incarico a Mario Monti.
In buona sostanza Giorgio Napolitano non è stato il presidente della Repubblica, ma il presidente della Repubblica per conto dell’Ulivo e ha tolto di mezzo un incomodo (Berlusconi) che disturbava il regime trentennale dell’ircocervo che ha unito quel che restava del Pci con la sinistra democristiana.
Cosa è stato l’Ulivo? Ecco il punto. E’ stato un regime durato un “Trentennio”.
L’Ulivo è stato l’esecutore della svendita dell’Italia decisa sul Britannia alla finanza internazionale e della subordinazione dell’Italia all’asse franco tedesco.
L’Ulivo ha gestito un regime trentennale che ha ridotto l’Italia ad essere il mendicante d’Europa, così come Mussolini ha ridotto l’Italia ad un Paese distrutto e sottomesso.
Ora l’intervista e le risposte di Ingroia, ossia il “Gran Bisbiglio”, mettono allo scoperto, con tanto di avvisi per il futuro, un disegno che è alla sua fine ingloriosa e che, come il fascismo, tenterà la sua Repubblica di Salò, ma il cui destino è finito, perché sono cambiate le coordinate e le legittimazioni internazionali.
Il “Gran Bisbiglio” è un avvertimento che va anche oltre i confini del Bel Paese e, di colle in colle, interessa anche l’Europa.
Il “Trentennio” è finito. Come il “Ventennio”. Ingloriosamente.
La Convenzione d’Armistizio, fatta a Cassibile il 3 settembre 1943
https://www.uniba.it/it/docenti/donno-michele/didattica-donno-michele/documento-condizioni-dellarmistizio-di-cassibile.pdf
il Trattato di pace fra l’Italia e le potenze alleate, fatto a Parigi il 10 febbraio del 1947
https://documenti.camera.it/_dati/Costituente/lavori/DDL/23.pdf





